Chiunque bazzichi il mondo editoriale italiano, non può non essersi reso conto della situazione stagnante in cui versa. La narrativa nostrana è supportata spesso solo da piccole realtà che non hanno i mezzi economici (e talvolta nemmeno le competenze) per promuoverla, con il risultato evidente di un mercato debole di carte nazionali.
Può sembrare una cosa da nulla. Può essere ovvio pensare che sia solo la conseguenza naturale di inadeguatezza e incapacità degli autori italiani. In alcuni casi potrei anche essere d’accordo, se dall’altra parte, dalla sponda opposta della Manica e oltre, giungessero capolavori di narrativa contemporanea. Ma arrivano scrittori e scriventi, come scrittori e scriventi abbiamo qui in Italia. E forse è rilevante osservare come l’Italia sia uno dei pochi Paesi – se non l’unico, fra quelli più importanti – ad avere un import maggiore, surclassante, rispetto alla produzione propria.
Uno dei motivi principali potrebbe riguardare l’essersi accodati. Non dico nulla di nuovo, se dico che gli italiani, spesso e volentieri, seguono le mode letterarie d’oltreoceano. Il mercato anglosassone è leader indiscusso non solo di diffusione e numero di opere, ma anche di idee da copiare. Arriva il bestseller distopico e aumenta la produzione di distopie. Arriva l’erotico, e abbiamo visto quel che è successo.
Ci comportiamo, insomma, come se non avessimo alcuna coscienza di avere alle spalle una tradizione letteraria seconda a nessuno nel mondo. Una tradizione che – per guardare alla letteratura fantastica – ha raccolto quanto di meglio c’era dalla letteratura greca e l’ha trasformato, rendendolo grande di volta in volta.
Certo, anche in questo caso si potrebbe dire che abbiamo copiato. La mitologia romana da quella greca. L’Orlando Furioso dalla Chanson de Roland e il ciclo carolingio tutto. Ma non si può parlare di copie. Si parla di innovazione. Di unire a ciò che viene da fuori la grandezza della propria casa.
Ecco perché fa bene alla narrativa nostrana vedere che esiste anche altro, dietro l’importazione e il seguire le mode altrui. A volte dovremmo avere il coraggio di esportare. È un caso di cui è bene parlare: Acheron Books. Una casa editrice italiana, gestita dall’italianissimo Adriano Barone in ruolo di direttore editoriale, che pubblica in inglese narrativa nostrana.
Una nota al margine, forse nemmeno troppo secondaria: fra i nomi degli autori spicca – fra gli altri – quello di Luca Tarenzi, Premio Italia 2012 con diverse pubblicazioni alle spalle con Salani. Una casa editrice fra le più importanti nel nostro paese, ma che – a quanto pare – non era riuscita a spingere fuori dai confini nazionali le opere di questo autore ben conosciuto fra gli amanti italiani del genere.
Forse, allora, è l’approccio che bisogna cambiare. Staccarsi dal mondo chiuso, oppresso e controllato della distribuzione in libreria, e trovare nuove strade. Quella di Acheron mi sembra fra le più innovative. E non posso che augurargli buona fortuna.
Maurizio Vicedomini
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