L’oscenità dei sentimenti e della libertà. Una chiacchierata con Marco Missiroli

9788807031250_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleMarco Missiroli è un giovane scrittore bolognese, noto al pubblico per romanzi quali Senza coda (2005), Il buio addosso (2007), Bianco (2009) e Il senso dell’elefante (2012).

A febbraio di quest’anno ha pubblicato il romanzo Atti osceni in luogo privato; il libro ripercorre la vita dell’italo-francese Libero Marsell dall’infanzia sino all’età adulta, diviso tra la Parigi bohemien di Jean-Paul Sartre e del Partito Comunista e una Milano in giacca e cravatta che nasconde nel taschino interno Lo straniero di Camus e le chiavi di una Vespa 50special verde.

Attraverso una sessualità inquieta e vibrante il protagonista scopre se stesso, giungendo alla liberazione predetta dal suo nome: dalla masturbazione sotto le coperte dell’infanzia, passando per rapporti occasionali e privi di peso, Libero giunge all’atto d’amore più puro, quello consumato con la propria moglie che porta in grembo suo figlio.

Del romanzo, della letteratura in generale, dell’amore e del sesso abbiamo parlato con l’autore stesso che in quest’intervista che da risposte e pone nuove interessanti domande su cui riflettere.

D: Atti osceni in luogo privato è un libro intenso che però non riesci a leggere tutto d’un fiato perché di tanto in tanto senti il bisogno di fermarti e riflettere su quello che questi personaggi/amici stanno vivendo. Ti viene voglia di afferrare Libero e di dirgli “Aspetta, non correre! Rallenta!”, come gli dice Marie verso la fine del libro, oppure di abbracciarlo e rassicurarlo “Passerà anche questa, non essere triste”, perché il sentimento più forte che questo romanzo suscita è, secondo me, l’affetto e l’indulgenza per i protagonisti.

Non si riesce ad odiarne nessuno: non odi la madre che tradisce l’adorabile Monsieur Marsell, ne Emmanuel uomo in fondo buono e colpevole solo di amare la donna del suo migliore amico o Lunette, fragile e confusa, che sparisce sulla moto di un quarantenne sconosciuto o lo stesso Libero quando è costretto a scegliere tra un’amicizia di vent’anni e l’alchimia della carne.

Eri consapevole, mentre scrivevi, della grande umanità con cui stavi plasmando i tuoi personaggi? Dell’indulgenza che avrebbero suscitato? C’è sempre il cattivo nelle storie, quello che al lettore proprio sta antipatico, ma non qui. Perché?

R: Ma non è mai un buon segno quando nel libro non c’è il risvolto negativo. Ogni personaggio deve avere ombre, altrimenti non è credibile. Per cui ho cercato di dare fragilità, invece di antagonismi veri e propri, di fare tentennare piuttosto che di non riuscire, perché credo che la formazione di un protagonista come Libero Marsell sia la formazione anche del mondo che lo circonda. Si va a tentativi, non a successi o insuccessi. L’esergo di Calvino che apre il libro dice tutto: “Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane”. Ecco, a me andava di esplorare quell’incompletezza, che fa diventare se stessi.

D: Uno dei grandi protagonisti del romanzo, forse prima ancora dell’amore, è il sesso vissuto come sfogo dell’anima, espiazione delle colpe e fuga dal dolore.

L’onanismo di Libero è qualcosa che va oltre la masturbazione fine a se stessa: è il ripiegarsi su di sé, scrutarsi e conoscersi, amarsi prima di amare l’altro.

Dopo le cinquanta sfumature di erotismo e nel pieno di una società che sembra aver detabuizzato tutto ciò che ha a che fare con la sessualità, tu metti in luce il suo lato più perverso: l’emotività che ne è alla base. Cos’è allora il sesso per Libero e perché, per parlare d’amore, hai scelto di partire dal sesso? Quanto esso segna la crescita e la formazione, in senso ottocentesco del termine, di un individuo?

R: Il sesso, anzi l’eros, per Libero è un modo di percepire il mondo. È un alfabeto di comprensione, lui cerca di rendersi visibile attraverso l’eros, anche se all’inizio rimane nascosto per timidezza e maldestria. Ed è proprio questa goffaggine, questa invisibilità, a fargli sviluppare uno sguardo erotico più sensibile che poi lo condurrà all’interno del femminile. Si può dire che grazie al suo ritardo erotico Libero introietta anche la parte femminile che non riesce ad avere, così diventa completo.

D: Leggendo il romanzo si ha accesso alla biblioteca personale di Libero: alcuni nomi appaiono solo una volta (Hemingway, Proust, Llosa per citarne qualcuno), altri invece sono dei veri e propri fili rossi intrecciati con la vita e le vicende del protagonista: primo fra tutti Lo straniero di Camus, scoperto nell’adolescenza e mai più abbandonato, seguito dal Deserto dei Tartari di Buzzati, guida alla sopravvivenza nei momenti bui, e da Mentre morivo di Faulkner, custode del dolore per la perdita della madre; senza dimenticare la figura di padre/guida rivestita da Jean-Paul Sartre.

E non è un caso, credo, che una delle persone più importanti nella vita di Libero, Marie, faccia la bibliotecaria e attraverso i romanzi guidi la sua crescita intellettuale e spirituale.

Qual è secondo te il legame tra la vita e la letteratura?

R: In questo caso la letteratura non è vista dal punto di vista di una crescita culturale ma sentimentale ed esistenziale. I libri che Marie, la bibliotecaria, consiglia a Libero sono midolli sentimentali: Il deserto dei tartari diventa un modo di capire come si riesce a non farsi fregare dalla solitudine, così come Mentre morivo di Faulkner è il viatico per comprendere la forza di una madre, fino a Il commesso di Malamud che rivela a Libero la possibilità di scegliersi una vita. Ecco, in questo caso la letteratura si integra all’esistenza e diventa un’unica cosa: come se ogni libro citato in questo romanzo sia un capitolo della vita di Libero.

D: La narrazione si chiude con la scoperta che quelle che sono considerate “catene” dall’opinione comune (un matrimonio, un figlio, un lavoro ordinario) sono in realtà per il protagonista la via per raggiungere quella libertà custodita gelosamente dall’onomastica.

Egli nasce Libero di nome ma non di fatto e quanto più recide ogni legame con l’esterno, tanto più è schiavo delle sue paure e della sua solitudine, che non viene lenita nemmeno dal sesso occasionale a cui si affida scolpendo nel legno trentuno tacche.

Qual è per te allora la vera libertà e cosa vuol dire essere davvero “Libero”?

R: Vuol dire essere ciò che si è, in un modo o nell’altro. L’atto osceno in luogo privato più importante è riuscire a farlo, nonostante il giudizio degli altri. Ecco perché la forma privata acquista una doppia potenza: perché qui potremmo essere davvero liberi, ma spesso siamo noi stessi a bloccarci proiettando le sentenze degli altri. E invece no, invece essere osceni è vivere per come siamo: non è solo una questione di libertà, ma anche di liberazione.

Nike Francesca Del Quercio