La questione dell’innovazione in italiano è diventata argomento di studio di linguisti e storici della lingua con la pubblicazione, nel 1938, dell’opera di Bruno Migliorni dal titolo Lingua contemporanea in cui lo studioso delineava un profilo della lingua italiana nel secolo scorso prendendo in considerazione i fenomeni e gli usi che ne stavano cambiando l’aspetto generale.
Altri lavori successivi si collocano in questa linea di attenzione verso la realtà linguistica contemporanea verso la variazione diacronica osservata nel suo svolgersi nel presente. Da questo punto di vista fondamentali sono, tra gli altri, il saggio di Francesco Sabatini sull’Italiano dell’uso medio e il volume di Gaetano Berruto dedicato alla Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo.
Ma i cambiamenti che sono avvenuti nella nostra lingua nel Novecento sono stati così evidenti da essere notati non solo dai linguistici e dagli storici della lingua ma anche dai parlanti che, posti di fronte ad un’istituzione che muta, si sono sentiti a dir poco spaesati.
Si parla con allarmismo di neo-lingua, neo-volgare, italiano 2.0, emmessianesimo e chi più ne ha più ne metta considerando i cambiamenti linguistici come una deriva dalle irreparabili conseguenze senza tener conto che l’evoluzione, come insegna Darwin, è un elemento fondamentale per la sopravvivenza di un essere vivo quale è anche la lingua.
Il che polivalente, l’uso del pronome obliquo lui come soggetto, il presente indicativo al posto del futuro, ecc. sono costrutti che la nostra lingua conosce sin dal Medioevo e molti di essi sono presenti nelle opere dei tre grandi padri della lingua: Dante, Boccaccio e Petrarca. Cosa ne ha ostacolato allora la piena diffusione e perché sono ancora oggi usati in maniera inconsapevole dai parlanti che continuano a vederli come errori?
L’origine della censura va ricercata prima nelle grammatiche cinquecentesche, a partire da quella di Pietro Bembo del 1525, e poi nel rigido sistema normativo italiano che, per unire popoli divisi per cultura, dialetto e tradizioni, ha imposto una lingua unica che per essere anche unitaria doveva essere preservata da ogni contaminazione esterna.
Anziché promuovere allora petizioni dal nome “Dillo in italiano”, pubblicare classifiche dei dieci errori più commessi o accanirsi su usi non condivisi (ma di fatto ormai diffusi) si dovrebbe rieducare i parlanti “al nuovo”, spiegare loro che l’italiano non è affatto in crisi ma che anzi vive un periodo più florido che mai in quanto, finalmente, non è più una realtà riservata a una cerchia ristretta di persone che l’hanno appresa in scuole d’élite ma è un bene comune che permette, a differenza del passato, una comunicazione chiara fra tutti i cittadini della penisola.
Nike Francesca Del Quercio
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