Grado Satira: Migrante è imperativo

Mi è capitato, qualche giorno fa, di sentire una baggianata partorita dalla bocca del neo-ripulito, segretario della Lega, Matteo Salvini (che pare abbia deposto, almeno all’apparenza, i suoi fanatici nordismi). Non che sia una notizia, intendiamoci. L’ossimoro Lega Nord – Cultura concepisce una certa difformità tra i pensieri dei suoi seguaci e il buonsenso in generale. Stavolta però mi ha particolarmente colpito l’espressione per la sua miseria non solo grammaticale ma anche semantica. “Migrante è gerundio” ha grugnito, pardon, affermato nel corso dell’ennesima presenza televisiva all’ennesimo talk-show.  Ora, concedendo al lettore una manciata di secondi per smaltire la risata e tornare alla lucidità, tralasciando l’ignoranza dei tempi verbali, ritengo poco corretto anche ciò che in realtà intendesse esprimere. Migrante non è chiaramente un gerundio, paradossalmente non è neanche un participio bensì un imperativo.

La migrazione, da ogni punto di vista, è un diritto e, purtroppo per alcuni, talvolta un dovere. Impensabile sarebbe un mondo senza migranti così come impensabile sarebbe pensare di etichettare un migrante di serie B, differenziandolo da quello di serie A. Il vecchio cliché del “ci-rubano-il-lavoro” l’abbiamo sepolto anni fa e sulla lapide è inciso a chiare lettere LEGGE DEL MERCATO.

Dietro ogni lavoro sottopagato c’è un padrone che sottopaga e sceglie il vento che soffia più forte alla sua vela.

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.                          

Don Lorenzo Milani

Le migrazioni di massa, frequenti di questi tempi, sono eventi epocali, scelte drammatiche dettate da situazioni di emergenza assoluta, radicate dalle politiche coloniali devastanti dei secoli scorsi. Si chiedano, i signori politici francesi, perché i migranti che respingono alla frontiera protestano nella loro stessa lingua.

La disperazione non si può catalogare, né ignorare né tantomeno contenere. E, si metta pure l’animo in pace Salvini, nemmeno la storia.

Mariano Paciello