Retrobottega narrativo

Nel nostro paese ci sono più scrittori che lettori.
Senza fare distinzioni tra piccole e grandi aziende, il mercato editoriale italiano produce all’incirca 160 romanzi al giorno. Di questi romanzi buona parte ha breve vita editoriale e commerciale (potremmo stimare circa sei mesi), l’altra parte, minima, gode di fortuna propria grazie a fattori non sempre prevedibili (promozione, diffusione, passaparola, viralità sui social, ecc.).
Si producono così tanti romanzi che si suppone, per la legge dei grandi numeri, che non ci sia argomento che non sia stato trattato dalla narrativa di genere e non.
I dati ISTAT, inoltre, ci suggeriscono che in Italia c’è un maggior numero di lettori deboli (tre libri l’anno) rispetto ai lettori forti (almeno tre libri al mese).

Negli ultimi anni sempre più case editrici ed esperti del settore indirizzano gli scrittori emergenti verso corsi di scrittura creativa, spesso da loro stessi gestiti.
Oltre al presumibile tornaconto economico lo scopo di questi corsi è mettere a disposizione degli aspiranti scrittori le componenti narratologiche che permettano, almeno, di produrre testi dalla salda struttura narrativa. Analisi del testo, rapporti tempo-spazio, caratterizzazione, definizione, presentazione, attributi e ruolo dei personaggi, analisi del narratore e, non ultima, attenzione al lettore sono gli elementi trattati dai diversi corsi nelle loro infinite declinazioni.

L’attenzione ai processi creativi letterari nasce probabilmente nel secolo scorso, quando un buon numero di scrittori cominciarono a raccogliere e pubblicare riflessioni sul proprio mestiere, analizzandone minuziosamente i vari passaggi ed elementi.
Spesso questi volumi non si presentavano nemmeno come consigli di scrittura, ma più come una possibilità per il lettore di entrare nel retrobottega del proprio scrittore di riferimento e scoprirne il lavoro.

Dall’interesse per il retrobottega narrativo sono venuti fuori un buon numero di aneddoti e leggende: si dice che Shakespeare non correggesse mai le proprie opere e che scrivesse così velocemente da non usare la punteggiature per non interrompere il flusso; che Dickens con poche cancellature e una grafia stabile riuscisse a produrre, al giorno, tra le 550 alle 4000 parole; o che Stendhal abbia dettato La certosa di Parma alla sua segretaria in soli 52 giorni.
Si tratta di un fenomeno in grado di vivificare sempre più le componenti mitografiche che circondano i grandi autori.

Vittorio Alfieri (1749-1803)

Ne La vita scritta da esso (1806) di Vittorio Alfieri, abbiamo probabilmente uno dei primi casi di teoria della scrittura, o come vuole l’autore, di educazione letteraria, nella letteratura italiana.
Il genere è la tragedia. Gli imperativi: ideare, stendere e verseggiare.
Il processo, disciplinato e serrato, descritto da Alfieri parte dalla definizione della struttura esterna della tragedia (divisione atti e scene, individuazione dei personaggi, organizzazione dialoghi).
Seguono poi tre fasi: scrivere un breve riassunto scena per scena, completare l’intera opera in prosa e in conclusione convertire i dialoghi in endecasillabi sciolti.
Dall’analisi dei manoscritti è poi noto che Alfieri non si accontentava della prima verseggiatura e si impegnava in varie redazioni fino a raggiungere quello che gli appariva il miglior risultato possibile.

L’educazione letteraria di Alfieri è molto lontana da quella proposta nei testi del Novecento. Sia per l’impianto che per le intenzioni, perché tali informazioni ci sono restituite, sommariamente, in un’opera dove il leitmotiv è la formazione intellettuale dell’autore e non l’attività scrittoria.
Ciò che mi preme sottolineare è però l’attenzione alla disciplina, i sistemi, le regole applicate dallo scrittore per portare a compimento la propria opera.
Ai tanti, magari troppi, scrittori l’unico vero consiglio da dare, a prescindere dai corsi di scrittura e le necessarie letture, è allestire il proprio retrobottega, fare pratica e disciplinarsi.
Come scrive Raymond Carver:

«Ho scoperto che se ogni giorno mi sedevo alla scrivania e mi ci applicavo con diligenza, potevo scrivere racconti sul serio, e con una certa continuità. Questa è stata probabilmente la più grande scoperta che ho fatto».

Antonio Esposito