Poesia e arte. L’osservazione e imitazione della natura

Antonio Canova, Tre Grazie, 1813-16, marmo.

La mutua ispirazione che si ha tra letteratura e arti figurative è stata frequente nella storia artistica italiana. Si pensi, in un ambito prettamente classico, al dipinto La nascita di Venere di Alessandro Botticelli ispirato, oltre che dal mito, da una delle Stanze di Angelo Poliziano; oppure, in tempi posteriori a Botticelli, ora in ambito neoclassico, al rapporto che intercorre tra il gruppo scultoreo Le tre Grazie di Antonio Canova e il carme di Ugo Foscolo ispirato proprio alle tre dee marmoree. E come non ricordare, ancora rievocando Canova, la dolcissima scultura di Amore e Psiche e l’omonima Favola di Apuleio nel suo Asino d’oro?Sono moltissimi gli esempi di tale modo di fare arte, ispirandosi vicendevolmente, e sono numerosissimi, poi, gli esempi di pitture e sculture ispirate dalle pagine delle Sacre Scritture, oppure ispirate dai miti classici che affondano le loro radici nella leggenda.

Nel corso del secolo dell’Ottocento, poi, si è visto lentamente mutare il rapporto tra poeti e artisti e soprattutto sono mutati i soggetti di tale modo di fare arte. È mutato il modo di vedere e sentire la realtà in cui ci si immergeva: se prima pittori e scultori ritraevano principalmente nelle loro opere situazioni tratte dalla religiosità cristiana, dalla mitologia classica e figure allegoriche, nel XIX secolo è andata acquistando sempre maggiore importanza la figurazione di soggetti relativi all’immaginario dell’artista e alla sua visione della natura, non intesa soltanto come luogo incontaminato dall’azione dell’uomo, ma soprattutto come forza divina, selvaggia e arcana, scrigno di valori che gli intelletti superiori di poeti e artisti devono, quasi simbolicamente, cogliere e rendere accessibili.

Il Romanticismo ha infatti reso possibili dipinti come il Viandante sul mare di nebbia e l’Abbazia nel querceto entrambi di Caspar David Friedrich, e ha reso possibili i dipinti di Joseph Mallord William Turner e John Constable con la loro opposta visione, rispettivamente, sublime e pittoresca della natura.

John Constable, Campo di grano, 1826, olio su tela.

Non mancano comunque dipinti ispirati a opere letterarie come il Sogno di Ossian di Jean-Auguste-Dominique Ingres; in ogni caso sarà  poi proprio dal Romanticismo che prenderanno avvio gli Impressionisti abbandonando completamente i dettami della poetica tradizionale facendo sì che chi ammira i dipinti veda non più la realtà universale ma la realtà soggettiva, vista attraverso il filtro fantastico degli occhi dell’artista.

Con l’avvento poi della corrente del Realismo verso la metà dell’Ottocento, in ambito pittorico e scultoreo grandissima importanza è stata data alla rappresentazione di scene di vita quotidiana e reale: gli artisti miravano quindi più alla rappresentazione delle più vere e profonde realtà sociali che all’impregnare le proprie opere di significati allegorici.

Contemporaneamente, il Realismo ha dato origine, inoltre, a correnti letterarie che rispecchiavano gli stessi canoni seguiti dalla sua tendenza artistica, e in Italia ciò ha dato luogo al Verismo: entrambe mettono in primo piano la rappresentazione della vita quotidiana degli individui e della loro verità. Non può non venire in mente, pertanto, tra i veristi il siciliano Giovanni Verga che facendo muovere personaggi veri e animati di vere passioni ha dipinto, ad esempio, scene della “vita dei campi” e ha mostrato le vere condizioni della vita di quei luoghi e di quel periodo spogliando quasi i paesaggi idillici della loro Arcadia e riportando all’attenzione, per dirla con parole leopardiane, l’arido vero della vita.

Diverso e forse più intenso e passionale è il Verismo del partenopeo Salvatore Di Giacomo il quale oltre a trasfondere il senso del vero all’interno della sue novelle, impregna di tale sentimento anche le sue poesie.

Nelle sue liriche d’amore, ad esempio, vi è profondissima attenzione per i particolari che compongo gli sprazzi di vita quotidiana narrata. Particolari che possono essere corporei di una bella donna:

Uocchie de suonno, nire, appassiunate,
ca de lu mmele la ducezza avite,
pecché, cu sti guardate ca facite,
vuie nu vrasiero mpietto m’appicciate?

(Salvatore Di Giacomo, Nannina, I, vv. 1-4)

Oppure v’è grande attenzione per gli atteggiamenti assunti dai protagonisti delle liriche, il che rivela come Salvatore Di Giacomo sia stato attentissimo osservatore della realtà e delle sue infinite sfaccettature:

Doppo tre mmise ll’aggio vista aiére;
essa pure m’ha visto e s’è fermata;
se ne ieva pe ncopp’ a li Quartiere,
e dint’ a na puteca s’ è mpezzata.

Pe vedé senza fàreme vedere,
nfenta aggio fatto de cagnare strata;
ma la nfama, capenno stu penziere,
è asciuta, s’ è vutata e s’ è turnata.

(Salvatore Di Giacomo, Dispietto, vv. 1-8)

Franceso Jerace, Beethoven, 1895, marmo.

Ritornando poi, precisamente, al discorso sulla mutua ispirazione tra poesia e arte figurativa, a quello del poeta Salvatore Di Giacomo è possibile affiancare il nome di un grande scultore napoletano: Francesco Jerace.

Tra le sue opere è possibile ricordare, oltre il frontone dell’ateneo federiciano di Napoli, il Beethoven del conservatorio di musica a San Pietro a Majella e l’Antonio Toscano a Vigliena del Castel Nuovo entrambi a Napoli, sculture ispirate rispettivamente al grande compositore e al patriota italiano, ispirate quindi a importanti personalità storiche.

Ma il nodo che collega il poeta e lo scultore è la canzone d’amore di Salvatore Di Giacomo Era de maggio… che ispirò a Francesco Jerace il ritratto scultoreo Era di maggio… .

Era de maggio e te cadeano nzino
a schiocche a schiocche li ccerase rosse,
fresca era ll’aria e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciente passe.

Era de maggio; io, no, nun me scordo,
na canzona cantàvemo a doie voce;
cchiù tiempo passa e cchiù me n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce.

E diceva: «Core, core!
core mio, luntano vaie;
tu me lasse e io conto ll’ore,
chi sa quanno turnareaie!»

Rispunneva io: «Turnarraggio
quanno tornano li rrose,
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stonco ccà».

E so’ turnato, e mo, comm’ a na vota
cantammo nzieme lu mutivi antico;
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma ammore vero, no, nun vota vico.

De te, bellezza mia, m’annammuraie,
si t’allicuirde, nnanz’ a la funtana:
ll’acqua llà dinto nun se secca maie,
e ferita d’ammore nun se sana.

Nun se sana: ca sanata
si se fosse, gioia mia,
mmiezo a st’aria mbarzamata
a guardarte io nu’ starria!

E te dico: «Core, core!
core mio, turnato io so’,
torna maggio e torna ammore,
fa de me chello che buo’!».

(Salvatore Di Giacomo, Era de maggio…)

Come l’aria di maggio, musicata da un antico motivo d’amore, che porta con sé il profumo dei fiori è evocata dai versi del poeta, così la scultura invera quelle splendide immagini. Beandosi della vista della languida fanciulla ritratta da Francesco Jerace pare quasi di inspirare con ella l’aria teneramente primaverile; pare quasi che il vento delicato inviti la fanciulla ad abbandonarsi all’amore, e che le cinga il capo con mani invisibili che le scompigliano leggiadramente i capelli. E incantandosi dinanzi a quelle labbra così voluttuosamente dischiuse non si può non sentire tutto il suo trasporto e il suo desiderio amoroso.

Sorge così una domanda quasi spontanea dinanzi alla poesia e alla scultura: qual era e quanto era dolce il canto dei due innamorati udito da Salvatore Di Giacomo? E chi era e quanto era bella la fanciulla ritratta da Francesco Jerace? Canti e visi popolari che il poeta e lo scultore forse conoscevano o che avevano solamente visto da lontano. Non è dato sapere. Si può soltanto constatare come entrambi, attenti osservatori e sapienti imitatori del mondo, abbiano saputo cogliere e immortalare le immagini più vere della loro realtà.

Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889, olio su tela.

Poesia e arti figurative sono, così, profondamente influenzate dalla realtà e, più profondamente, dalla “natura delle cose”. Se non fosse così i padri poeti, pittori e scultori non avrebbero lasciato a questi secoli alcuna eredità. Essi hanno vissuto intensamente e ognuno di essi ha visto e sentito la natura a proprio modo. Come si è detto hanno tratto ispirazione gli uni dagli altri, ma alla base di tutto vi era sempre la natura. E può capitare anche che, ammirando un medesimo aspetto della natura, due o più ingegni superiori di epoche, ideologie e pensieri diversi sembrino ispirati allo stesso modo, quando in realtà non è così.

Non pare errato, in questo senso, avvicinare il poeta Giacomo Leopardi e il pittore Vincent Van Gogh e di questi la splendida Notte stellata. Nel dipingere il cielo stellato Van Gogh ha intrecciato insieme i flutti celesti dando grande spazio al manto notturno rispetto al piccolo paesino quasi a evidenziare la piccolezza dell’uomo dinanzi allo sterminato firmamento. E paiono quasi scritti apposta, nonostante precedenti, questi versi del La ginestra, o il fiore del deserto di Giacomo Leopardi:

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e son immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? […]

(Giacomo Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, vv.  167-185)

 

Salvatore Di Marzo