Sosia e fantasmi. Il pertubante in Black Mirror

Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente.
Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?

Ogni epoca ha bisogno di raccontarsi, descriversi tramite iperboli ed esagerazioni, materializzando distopie che ne diventano una specie di obbligatoria catarsi – o almeno uno specchio parlante. Infatti l’intero progetto Black Mirror è stato pensato e realizzato come un overstep, un avanzamento, uno spostamento in avanti temporale e visionario, capace di concretizzare al massimo le nostre paure e le nostre ossessioni, e di farlo in maniera angosciante e impietosa.

Black Mirror, serie televisiva britannica ideata dalla lucida penna di Charlie Brooker,  è uno show che ha un cast e una trama differente per ogni episodio (sei in tutto più uno speciale da un’ora), pur mantenendo un tema comune: l’inarrestabile incedere della tecnologia, l’assuefazione da essa causata e i suoi destabilizzanti effetti. Una serie devastante che scardina certezze credute inossidabili, che materializza i fantasmi delle nostre coscienze, che dischiude scenari inquietanti, apocalittici con un’intensità drammatica e scenica propria dei grandi capolavori.

In un universo in cui i social network hanno gradualmente fagocitato tutto il reale, con la conseguente confusione assiologica tra mondo empirico e mondo virtuale, la psiche e la coscienza diventano un’inutile zavorra, un fardello che l’uomo non è più capace di sostenere: l’esistenza diviene associabile tout court all’apparire, alla materialità, a una perenne performance, a uno show, a una “presenza” che deve esprimersi in una serie ordinata di vacui appuntamenti e impegni, pena l’invisibilità.

In un cosmo nel quale il complesso sistema del pensiero umano ha trasceso i suoi stessi confini e, dalla complessità di cui si caratterizzava, lo si è volontariamente ridotto a una semplice stringa di codice da inserire in un “cookie” e visibile come un piccolo puntino azzurro, in cui persino i nostri ricordi, ultimo patrimonio che la tecnologia ancora non ha avuto modo di sopprimere ed estirpare, possono essere reiteratamente riprodotti, rivissuti e proiettati su uno schermo di dominio pubblico per mezzo di un invasivo chip trapiantato nella testa della vittima, l’uomo si ritrova completamente smarrito, frammentato e incapace di riprodurre la propria essenza. È un’ombra, una sagoma dai contorni indefiniti e dall’ignota provenienza che vaga nella landa desolata degli uomini-automi, una presenza fantasmatica che attende, come ultimo spiraglio di salvezza, la morte, dove isolamento e invisibilità si compiono drasticamente.  Perché in un mondo dove conoscere e vedere sono diventati sinonimi, dove l’interiorità e l’esteriorità si manifestano in un perenne stato liminare in cui apparenza e percezione, sogno e realtà divengono un unico inquietante loop da cui è impossibile sfuggire, l’umanità smarrisce il suo fine ultimo e desidera unicamente la dissolvenza, la fine dello “spettacolo”.

Da un punto di vista tematico e strutturale, come già detto, Black Mirror contiene paradigmaticamente in sé i tratti distintivi della anti-utopia. Ma cosa si intende precisamente quando si parla di genere distopico? Le distopie costituiscono una delle forme in cui il sociale si auto-rappresenta attraverso una deformazione intenzionale del presente, il quale diviene termine di confronto ineludibile rispetto a universo ritenuto – secondo un corpus di valori, implicito o esplicito, che preesiste all’atto di deformazione stessa – invivibile, se non demoniaco. Sono individuabili degli elementi archetipici nella disposizione della macchina narrativa: il protagonista è tendenzialmente un outcast, un contestatore, un outsider con cui il fruitore si può virtualmente identificare, sebbene generalmente mai presentato isolato del tutto (si pensi a Winston Smith e Julia in 1984 di Orwell), il quale ingaggia una lotta frontale con un mondo che gli è ostile, con  un sistema che tenta di fagocitare il conato emancipatorio stesso per ridurre il ribelle a tipo. Sono personaggi intenzionalmente tratteggiati come anonimi, contraddistinti da un’ “opacità” esistenziale che è figurazione stessa dell’azione del sistema coercitivo cui ci si oppone, monstrum orripilante che ha annichilito la volontà umana e la sua più intima essenza, così come la capacità stessa, nonché il diritto, di differenziazione reciproca tra gli individui. Ne deriva generalmente una struttura circolare così schematizzabile:

Integrazione – ribellione – integrazione.

Possiamo facilmente individuare tali elementi anche in Black Mirror ed è opportuno esaminarli nel dettaglio. Tramite lo straniamento (nell’accezione chomskyana) dell’outsider, dinanzi al quale si dipana un universo diabolico ed incomprensibile, lo spettatore può sperimentare un’immedesimazione, empatizzare, proiettarsi virtualmente nel mondo della finzione, provare sulla propria “pelle” il tormento – perché di autentico tormento, se non tortura, si tratta – della sua “proiezione” e perturbarsi. Ma cos’è il perturbante ?

Sigmund Freud in un bellissimo saggio dal titolo Il perturbante – titolo della cui traduzione in italiano non è entusiasta – spiega con precisione il campo di utilizzo in cui è impiegato il lessema originale tedesco, precisamente das Unheimliche.

Heimlich viene da heim, casa, e ha il suo contrario in Un-heimlich. Ciò che rende queste parole interessanti è che esse sembrano contenere in sé un significato e il suo opposto: Heimlich esprime il senso di familiarità, agio, ma anche quello del nascondere e tenere celato. Analogamente Unheimlich indica ciò che è ignoto e fuori dalla nostra conoscenza ma anche disvelato, non nascosto. Indubbiamente curioso. Il Perturbante, precisamente, “è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato”.

Quand’è che si può provare questa sensazione, quando ci si perturba? Avviene, ad esempio, quando si ha di fronte qualcosa che ci assomiglia molto, quasi terribilmente – un sosia, un doppio, un gemello, qualcosa di quasi troppo umano e troppo simile, nel quale poi scorgiamo un minuscolo comportamento, un dettaglio che sfugge alla nostra comprensione, che ci appare fuori chiave, strano, inquietante. Per esempio davanti a robot antropomorfi, troppo perfetti, disegnati per sembrare nostri specchi, che prima ci attraggono in un legame empatico forte e che poi scopriamo artificiali e diversi nel modo curioso di sbattere le palpebre, o muovere le labbra. E allora ci repellono. Risultano raccapriccianti. Ne abbiamo paura.

Alla luce di quanto detto, vedere il primo episodio  della seconda stagione “Be Right Back” può essere un’esperienza profondamente agghiacciante, poiché incentrata interamente sul tema del sosia, anche se in un modo decisamente originale, ancora più perturbante.  E tuttavia, non è solo “Be Right Back” a prestarsi a una tale chiave esegetica, ma Black Mirror in senso lato. E’opportuno ancora una volta citare Freud :

“Spesso e volentieri ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa sottile, quando appare realmente ai nostri occhi un qualcosa che avevamo considerato fantastico, quando un simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è simboleggiato e via di questo passo”

Black Mirror è perturbante  perché è l’atroce materializzazione (fantastica? Reale?)  dei nostri fantasmi, delle nostre paure che abbiamo bisogno di superare – se non rimuovere del tutto – ai fini della sopravvivenza ordinaria, della routine che non deve essere intaccata.

Eppure, talvolta, è opportuno fermarsi e provare a tracciare un bilancio. Il progresso e la tecnologia avanzano inarrestabili senza tregua a discapito dell’umanità, dei nostri rapporti sociali e interpersonali, drammaticamente sempre più vincolati a filtri, alienanti black mirrors che ci costringono all’isolamento. Non esistono conclusioni perché l’unica cosa da fare è solo un atto di coscienza, di revisione e di ripensamento alle modalità che la nostra vita inesorabilmente tende ad assumere. Presa di coscienza che certamente non deve tradursi in un disperato arroccamento, se non isolamento, contro l’inevitabile modernizzazione e robotizzazione del reale, ma che può aiutare a cogliere – perché ci sono – le immense possibilità che la tecnologia pur dischiude, senza diventarne schiavi, dimenticare di comunicare,  rimuovere il vero, “tangibile” contatto con l’altro, e non solo con chi è dall’altra parte dello schermo .

Ricordiamo, a mo’ di explicit, che Netflix ha recentemente comunicato la produzione della terza stagione di Black Mirror con una sostanziale modifica rispetto al passato: i nuovi episodi non saranno tre ma dodici. Un motivo in più per recuperare e mettersi al passo. Inutile dire che l’attesa è già febbrile.

                                                                                                                                                                                                                                                                   Guido Scaravilli