Quim Monzò e l’ossessione dell’uomo solo

Quando mi fermai davanti al manifesto di un circo, l’uomo che lo stava osservando si voltò nello stesso istante in cui mi voltai io e, per un attimo, non seppi se mi trovavo al di qua o al di là dello specchio.

Pesca di mela [Olivetti, Moulinex, Chaffoteaux et Maury, Quim Monzò, Marcos y Marcos, 1993]

 

Nel 1980 esce in Spagna una raccolta di racconti dal titolo molto particolare: Olivetti, Moulinex, Chaffoteaux et Maury, quarto lavoro dello scrittore catalano Quim Monzò. Quelle nel titolo sono tre marche. L’Olivetti famosa per le macchine da scrivere, la Moulinex per gli elettrodomestici, Chaffoteaux et Maury per le caldaie. Sono elementi, questi, che fanno riferimento a un particolare racconto del libro, che ha per titolo: Thomson, Braun, Corberò, Philishave, altre marche.

L’insieme di questi elettrodomestici, di questi oggetti, non si ripresenta in altri racconti della raccolta, ma sottolineano una serie di nomi propri (o, se vogliamo, di cognomi) che circondano un uomo solo, rintanato in una casetta per scrivere il suo libro. Gli oggetti sono la trasfigurazione delle persone assenti. Nel racconto citato, Pol – il protagonista – entra in questa casa sapendo che è finalmente solo. È libero da tutte quelle distrazioni che solo altri esseri umani, con i loro rapporti sociali, con la loro stessa compresenza, possono generare. Distrazioni che gli impediscono di scrivere, di dedicarsi a un’arte che è contemporaneamente isolamento e comunicazione.

Le distrazioni, però, arrivano. Gli oggetti malfunzionanti si comporteranno proprio come le persone, con i loro problemi, con le loro necessarie interazioni. Il mondo prospettato da Monzò in questo racconto è un mondo in cui l’alterità non è separabile dall’io, un mondo in cui non si è mai davvero soli, nemmeno con noi stessi.

La centralità dell’io – che attraversa tutta la raccolta – viene resa magistralmente con alcuni riferimenti al doppio. Il racconto Pesca di mela, ad esempio, è un breve testo di tre pagine in cui il mondo si riduce a una componente binaria di se stesso. Tutte le donne hanno un unico aspetto, doppi identici di una stessa matrice, e così gli uomini. Distinguere sé stessi dagli altri appare difficile, straniante. E così Quattro quarti, un gioco di continue sostituzioni, di casualità non casuali, in cui quando ci si aspetta di vedere una persona ne compare un’altra, e così al contrario. Ma questa volta non sono le due a confondersi. Il senso trasmesso dal racconto è di una confusione globale, di un mondo caotico, il cui gioco può essere solo avvertito, ma mai davvero sconfitto.

Se al centro della raccolta c’è l’io e il suo rapporto con l’alterità (e al contempo il suo rapporto con se stesso), il sesso e la sensualità sono modi in cui Monzò affronta le connessioni interpersonali. Non sono mai amori tranquilli, normali, poiché normale non è il rapporto che l’autore mette in scena fra l’io e l’altro. Si tratta di occasioni mancate – come ne La dama salmone – di perversioni che si nutrono di loro stesse e si accrescono dal divorare sempre nuove vette – ed è il caso de Il regno vegetale – o ancora di una sensualità effimera e lontana, come quella di una voce al telefono in Squilli.

Non c’è, in definitiva, un solo momento per essere sé stessi, da soli, con il mondo chiuso fuori dalla porta. Anche le più piccole distrazioni ci catapultano in una realtà condivisa di oggetti, persone, sensazioni, luoghi, che ci strappa parte di noi stessi e se ne appropria. Tutto ciò che prima era altro diventa parte dell’io, e questa coesistenza non voluta si tramuta in ossessione.

È questa la differenza fondamentale fra i testi di Monzò e quelli di uno dei suoi più grandi maestri, Kafka. Il grottesco, l’inserimento dell’irreale in un contesto del tutto plausibile e quotidiano, è estraneo a questi racconti. Anche dove l’uomo di Pesca di mela rivede ogni donna con l’aspetto di una, e arriva a perdersi fra gli uomini con il suo aspetto, anche lì il mondo non è cambiato davvero. Tutto ciò che accade, sembra suggerirci Monzò fra le righe, non avviene davvero, non è mai avvenuto. O meglio, le azioni, quelle sì, vengono compiute. Ma ciò che i personaggi vedono, le motivazioni che credono di avere, non sono altro che frutto di ossessioni, di occhi personali e deviati, costretti dalla loro stessa natura a vedere il mondo in una maniera differente da ciò che definiamo empiricamente normale.

E questa visione è confermata agli estremi nel penultimo racconto, quel Il regno vegetale in cui il protagonista si inserisce in una generazione degenerata (una degenerazione) che ha appreso l’etica del far tutto per un profitto, dell’essere cinici, del non conoscere limiti, dello sperimentare oltre ogni morale. L’etica del non avere un’etica. La sua visione del mondo è egocentrica, e questo lo porta a stuprare, a superare se stesso di volta in volta nelle perversioni, al fine di sentirsi sempre più libero, di sentirsi sempre più appagato nel suo percorso. Una strada, questa, che vede come giusta.

Tutti i personaggi di Monzò sono ossessionati. Il sesso, la perversione, l’amore, un oggetto, una persona. Sono ossessioni che barcollano sulla linea di confine della realtà e lasciano immaginare fantasmi che mai si presenteranno. Lo sappiamo. Eppure siamo lì, irrazionali, a pensarci su.

 

All’improvviso, però, vidi le mie chiavi per terra, brillanti come diamanti. Mentre le raccoglievo pensai: ora, non c’è più bisogno che ci vada. Pensai: a casa, però, non riuscirò a dormire per l’angoscia. Pensai: se mi affretto, arriverò prima. Pensai: prima arrivo, prima finirà. Pensai: sono ammattito? Ho paura dei fantasmi?

Desiderai ardentemente che sorgesse il sole.

Un cinema [Olivetti, Moulinex, Chaffoteaux et Maury, Quim Monzò, Marcos y Marcos, 1993]

Maurizio Vicedomini