L’ultima sessione plenaria di Compalit 2015 ha visto tre relatori: Gabriele Frasca, Vincenzo Maggitti e Massimo Fusillo, seguiti dal cosiddetto Effetto Mazzacurati, la chiusura dell’intero convegno in onore dello studioso a cui è dedicato. A parlare del loro maestro Matteo Palumbo e Antonio Saccone, accompagnati da Clotilde Bertoni.
Fra i tre interessanti interventi della sessione, mi riservo di focalizzarmi solo sul primo, che nella sua ampiezza geografica e cronologica pare un buon modo per chiudere un convegno della comparatistica, ricordandosi sempre dell’umorismo: ridere in lingua altrui.
Partendo da Gendarme de Bevotte e la sua legende de don Juan, a suo dire un’opera fondamentale per gli studi di comparatistica, Gabriele Frasca porta avanti la sua relazione sul concetto di letteratura nazionale che è – sostanzialmente – un’invenzione. La storia della letteratura è per forza di cose una storia europea. È quando la letteratura non è posta ancora sul podio sociale di una nascente e totalizzante civiltà borghese – nel ‘600 – e quando la presa su questo podio non è più tanto salda – dal ‘900 – che le letterature vengono comparate a riformare quell’intrico di correlazioni e influenze che costituiscono la letteratura europea.
In uno stesso periodo – la fine della seconda guerra mondiale – diversi autori si ritrovarono a fuoriuscire da quella letteratura nazionale che gli era propria come convenzione. I casi esemplari sono Beckett, Gadda e Nabokov.
Beckett smette di scrivere in inglese e passa al francese. Nabokov abbandona il russo e scrive in inglese. Gadda si allontana dalla propria identità milanese e crea quell’impasto linguistico così particolare che confluirà in Eros e Priapo e – ovviamente – nel Pasticciaccio. Il loro cambiamento non fu istantaneo, naturalmente. Fu un processo che ebbe radici precedenti a questo periodo, con tentativi di scrittura.
Ma gli aspetti comuni sono molti: tutti e tre scriveranno qualcosa che si avvicina al giallo, o che comunque utilizza un paradigma indiziario – forse dovuto all’amore comune per Conan Doyle. Tutti e tre prediligono l’umorismo e – vale la pena ribadirlo – tutti e tre cambiano lingua.
Il motivo sembra essere, da una parte, l’esistenza stessa di Joyce. Joyce è l’evento secolare che ha cambiato le cose. L’Ulisse è imprescindibile per tutti e tre questi autori. Ma non è un caso che tre autori come Beckett, Gadda e Nabokov si ritrovino indipendentemente l’uno dall’altro a fuoriuscire dalla propria letteratura nazionale nello stesso periodo, a pochi anni di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale.
Tutti e tre abbandonarono la propria lingua per fuoriuscire da quella letteratura che ritenevano responsabile di ciò che era successo, di ciò che era accaduto.
Nella loro visione delle cose, il romanzo – il novel – non è un genere letterario, ma ciò che si oppone con fermezza al genere letterario: il romance. Il novel si configura infatti come una continua rinnovazione di sé, un allontanamento da schemi e canoni prestabiliti. Non è un caso che fra i loro titoli si utilizzino i nomi propri. Molloy per Beckett, Lolita per Nabokov. Anche Gadda, a cui l’editore espose i suoi dubbi per un titolo come quello del Pasticciaccio, propose un nome: L’Assunta.
Ecco allora tre romanzi – tre novel – che fuoriescono dalle proprie letterature, si inseriscono in comparazioni necessarie fra umorismo e paradigmi indiziari. Tre testi basati su un’unica forma di realtà: il contatto con il lettore.
Maurizio Vicedomini
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