Boris: il “metaseriale”, il grottesco e la disillusione.

Duccio: La fotografia fa schifo! E lo sai perché fa schifo?
Alessandro: Non lo so…
Duccio: Perché lo vogliono loro! Lo vogliono loro! Nella fiction la fotografia non deve essere più bella di quella della pubblicità, se no la gente cambia canale: hanno pensato a tutto!

Boris, 1×01, “Il mio primo giorno”

Il dialogo amaro tra i due personaggi riportato è una nota scena della premiere della serie televisiva italiana Boris prodotta da Wilder. All’aggettivo “italiana” moti avranno già storto il naso, stigmatizzato aprioristicamente il prodotto – e l’articolo – prima ancora di averlo visionato. Ciò non solo per la nota sindrome del provincialismo culturale che ci caratterizza e che ci porta spesso – forse pateticamente – a scimmiottare la chimera del modello americano, ma anche per una banale – o apparentemente tale come ci insegna Boris – motivazione: la qualità media dei prodotti italiani seriali (specialmente quando si parla di fiction) è infima.

Le uniche gemme che godono di una visibilità internazionale sono Gomorra, Romanzo criminale e per l’appunto l’opera di Wilder. Si salvano dalla desertificazione la prima stagione della comedy Tutti pazzi per amore  e (rari) frammenti del Commissario Montalbano. Escludendo queste salvifiche oasi, la realtà è una tragica desolazione. La domanda lecita che ciascuno si sarà posto a questo punto è “perché”? Gli italiani sono forse incapaci di competere – per risorse economiche, attitudine organizzativa o incapacità cronica – con la golden age (così è stato definito l’ultimo aureo decennio seriale americano) di oltremanica? Vi è una supervisione dall’alto castrante per l’estro creativo dei registi o degli addetti ai lavori in senso lato? Motivazioni politiche subentrano in alcune scelte di sceneggiatura o di storyline? Perché gli attori nostrani sono così scadenti? Perché i migliori vengono deliberatamente ignorati e relegati nell’oblio? Perché i continui buchi di trama e le incoerenze reiterate si moltiplicano episodio per episodio imperdonabilmente? Per cosa si caratterizza davvero il set italiano, lo stesso set che nel cinema in passato ha saputo fare scuola con capolavori indimenticabili? Boris è la risposta a molti di questi interrogativi – consci o inconsci –  che ognuno timidamente si è posto, ma a cui solo in pochi hanno saputo trovare delle risposte esaustive.

Signori io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è davvero tremenda.

Renè Ferretti (regista)

Boris, come già detto, è una serie televisiva pluripremiata prodotta dal 2007 al 2010 per Fox International Channels Italy di tre stagioni (più un film postumo) e successivamente trasmessa in chiaro su “Cielo” e sulle reti nazionali in tarda serata, precisamente su Rai 3. Le ragioni non sono certo misteriose. La parca diffusione del prodotto è dovuta unicamente a una spiegazione: Boris è un’opera intellettualmente scomoda. Scomoda semplicemente perché racconta la verità, cosa che nel bel paese è sempre stato un problema non trascurabile.

Soprannominata La fuori serie italiana, Boris è un prodotto – si accetti il neologismo – “metaseriale”. Il telespettatore è “introdotto” – tramite gli occhi dello stagista sognatore Alessandro, appassionato di spettacolo, che sembra finalmente riuscire a coronare il suo sogno quando è chiamato a effettuare un periodo di prova nella produzione della fiction televisiva Gli occhi del cuore 2 (titolo che è una palmare parodia dei tanti cicli seriali melodrammatici nostrani) – dietro le quinte di un set televisivo. Ma l’impatto è sconcertante. Corruzione e raccomandazioni, attori incapaci protetti da potenti “segnalazioni”, “prime donne” che osteggiano l’attività creativa, attori talentuosi deliberatamente ignorati e finanche derisi, carenza cronica di sceneggiature e di un programma organico ab origine, improvvisazioni pacchiane ed estemporanee, fotografia impresentabile, stagisti schiavizzati e disillusi, reiterate supervisioni delle forze politiche che interferiscono (nemmeno velatamente) con la produzione e pilotano il tutto dall’alto, registi geniali vincolati dalla mediocrità della materia prima, da imposizioni che li costringono all’appiattimento, ad annegare nella mediocrità e nel nonsense . L’universo dipinto da Boris è di un nichilismo agghiacciante: ogni conato emancipatorio è destinato a perire, ogni idealismo a essere accantonato, se non amaramente deriso, dinanzi all’imperante principio di realtà. La serie stessa è un percorso graduale e ineluttabile verso la catastrofica – italica verrebbe da dire – disillusione. Il set è un microcosmo, un’ epitome dell’Italia intera: le immense potenzialità sono destinate a essere dissipate, la logica truffaldina del compromesso – per usare un eufemismo – a regnare sovrana. Non si producono serie televisive di qualità non per incapacità, ma semplicemente perché non si ha nessun interesse a farlo. Chi vedrà Boris comprenderà a fondo tutte le dinamiche più profonde, poiché ogni episodio si focalizza su un singolo tema che viene magistralmente enucleato e sviscerato in ogni suo aspetto.

Ciò che sorprende, però, è lo stile: Boris è irresistibilmente comico, grottesco. Difatti, per quanto sui generis, il prodotto è classificabile tra le comedy. Un’ironia amara, disincantata, che si dispiega da un’inconsolabile disperazione che tutto pervade, che tutto annienta. Un’ironia distruttiva che dipinge un mondo a tinte fosche, cinico, angosciante. Le uniche soluzioni che sembrano profilarsi sono la fuga disperata verso altri lidi o l’accettazione passiva, mortificante, di un sistema così atroce da apparire parossistico, così profondamente radicato da sembrare inannientabile.

La visione di Boris è un’occasione imperdibile che ogni italiano – appassionato di spettacolo o meno – deve cogliere per comprendere la realtà a lui circostante, per meditare seriamente su aspetti che talora ci appaiono superflui e minimali, ma che celano intenti manipolatori invasivi da cui ciascuno deve tentare di sottrarsi. Boris è un canto di desolazione volutamente pervasivo e totalizzante, perché racchiude in sé la speranza – ultima a perire come nel mito del vaso di Pandora – di innescare una scintilla nelle singole coscienze, di instillare una volontà di  cambiamento che appare irrealizzabile, vana,  ma che bisogna sempre tentare di perseguire. Ma l’opera di Wilder è anche un’occasione unica per comprendere (indirettamente) cosa sia davvero il genere seriale, quali siano le dinamiche, le vere potenzialità. Un gioiello tutto italiano (paradossalmente solamente noi avremmo potuto idearlo) che rappresenta una tappa imprescindibile per comprendere la rivoluzione che è in atto nell’ultimo ventennio, ma che in Italia è stata percepita parzialmente (ed erroneamente) per plurime ragioni: il potenziale immenso delle serie televisive.

Guido Scaravilli