Dr. Jekyll, Mr Hyde e la degenerazione dell’uomo

Nel XIX secolo, sulla scia dalle teorie evoluzionistiche di Charles Darwin, prese forma il concetto di degenerazione. Le ricerche intraprese da studiosi autorevoli – e non – mettono in luce, per la prima volta, nozioni quali atavismo, regressione, ricaduta, trasgressione e declino nell’ambito di un contesto europeo spesso identificato come il nucleo fondante, il volano, dell’era dell’evoluzione, del progresso, dell’ottimismo e del perfezionamento. Il dibattito venutosi a creare finì ben presto per rivelare quanto in realtà fossero incomplete e frammentarie le idee evoluzionistiche di progresso derivate dalla pubblicazione de l’Origine della specie di Darwin.

De Maistre, ad esempio, non considerava accettabile l’idea che l’uomo si fosse gradualmente elevato dalla barbarie e, tra gli antropologi, circolava l’idea che i primitivi, i selvaggi, fossero l’ennesima evoluzione dell’uomo.

Evoluzione e degenerazione divennero dunque due facce della stessa medaglia.

Morel nel 1857 pubblicava il Traité des dégénérescences physiques, intellectuelles et morales de l’espèce humaine, testimoniando qualcosa in più di una semplice irrequietezza nei confronti della storia francese del precedente decennio: la sua opera avrebbe alimentato un potente influsso sulla psichiatria, criminologia e antropologia del tardo Ottocento.

Le degenerazioni sono deviazioni patologiche della tipologia umana normale, sono trasmissibili in via ereditaria e si sviluppano in maniera progressiva fino a provocare la scomparsa di chi ne è affetto[1].

Per Morel, l’essere umano era un’unica entità, composta di spirito e materia: la degenerazione materiale non poteva non corrodere lo spirito e quella fisica non poteva lasciare intatto la sfera morale e mentale, e viceversa.

File:Jekyll.and.Hyde.Ch1.Drawing3.jpgLe deviazioni a cui fa riferimento Morel riguardano il “tipo normale”[2] degli esseri umani che mostrerebbe sul suo corpo corruzioni fisiche quali ernia, gozzo, orecchie a punta, assenza di denti secondari, nanismo, cecità, rachitismo e sterilità per gli effetti di tossine quali alcol, tabacco e oppio, sintomi ed espressione dei disturbi delle facoltà mentali.

Il modello di degenerazione, sulla scia del naturalismo evolutivo, ha influenzato tanta parte della letteratura dell’epoca. La narrativa assimilò profondamente il dibattito sociale che ruotava intorno alla degenerazione, al punto tale da assumerne i tratti fondamentali del suo linguaggio.

Nonostante il dibattito prettamente francese e italiano, con Morel, Buffon, Féré e Lombroso, l’Inghilterra non fu estranea a un’inchiesta che aveva tutta l’aria di sconvolgere completamente il modo di vedere il mondo e gli uomini. Nel 1886 R. L. Stevenson pubblica The strange case of Dr Jekyll and Mr Hyde, affascinato dall’analisi del male che i più imminenti antropologi rinvenivano nelle deformità fisiche dei delinquenti.

Lombroso, incentrandosi sul concetto di degenerazione e atavismo nella neonata “antropologia criminale”, delinea i termini dell’interpretazione della delinquenza, della follia e dell’anarchia. Le teorie di Lombroso, espresse ne L’uomo criminale, offrirono un nuovo linguaggio di rappresentazione sociale e funsero da ispirazione a Max Nordau, che proprio a Lombroso dedicò il suo Degenerazione.

Per Lombroso la delinquenza non era un peccato innaturale, né un atto di libero arbitrio, bensì il segno di una forma di natura primitiva all’interno di una società avanzata. Perciò l’individuo anomalo, il degenerato, come ci ricorda Daniel Pick, rimaneva in arretrato rispetto alla filogenesi, lo stadio evolutivo della razza nel suo complesso.

Sullo scenario culturale che lentamente andava sgretolandosi, le trasformazioni del Dottor Jekyll e di Mr Hyde svelano

Un essere atavistico che riproduce nella propria persona i feroci istinti dell’umanità primitiva e degli animali inferiori […][3].

Il fascino per il male e per l’ambiguità umana, in quel racconto del terrore (per citare Poe) evidenziano la consapevolezza del “dualismo intrinseco e primordiale dell’uomo”[4] che spingono il medico a superare i confini della scienza. Il fantastico sogno di separare il bene dal male ha tragiche ripercussioni su Jekyll che ha bisogno di dosi sempre maggiori di antidoto per sopprimere il signor Hyde e i suoi “scimmieschi dispetti”.

Quando l’effetto della droga svanisce, “l’animale che avevo in me” dice Jekyll “torna a leccar[si] i baffi”.

Isolare la parte malvagia da sé, con l’intento di vivere due vite completamente diverse, è una sfida contro la natura troppo grande che sia il corpo che la mente di Jekyll non potranno sopportare a lungo.

L’idea che i degenerati si estinguano da sé non è concepibile per chi, come Lombroso, considera che i nemici dello sviluppo selettivo dell’uomo sono sia interni che esterni.

Jekyll pagherà per la sua […] Irresponsabile bramosia per il male in sé […][5]. e l’enigma dell’atavismo sarà risolto soltanto nel finale del romanzo, quando Jekyll, avendo perso il controllo delle metamorfosi e conseguenzialmente su Hyde, si toglie la vita, mettendo definitivamente a tacere la natura animale, il suo doppio “scimmiesc[o]”, “l’animale”, il degenerato, il delinquente, l’espressione ultima dell’evoluzione umana.

 

Angelo Panico

[1] Morel, Traité des déégénérescences, Paris 1857

[2] Ivi, p.5

[3] C. Lombroso, Criminal Man According to the Classification of Cesare Lombroso, New York 1911, pp. XIV-XV

[4] R.Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Milano 1985, pp. 16-17

[5]  C. Lombroso, Criminal Man According to the Classification of Cesare Lombroso, New York 1911, pp. XIV-XV