Chissà se ancora esiste, la fantasia

Non è fantastico che sempre più giovani si stiano avvicinando al mondo della scrittura?, che già alle medie o addirittura alle elementari comincino a scrivere avventure di eroi, cattivi e creature immaginarie? E non è grandioso che oggi tutti abbiano i mezzi per scrivere una storia e pubblicarla online?
Forse ora molti storceranno il naso, perché io dico che sì, è grandioso, e no, non sono ironico. Ma c’è una differenza tra le possibilità delle persone e le persone.

Il concetto si potrebbe applicare probabilmente a tutto, ma oggi si parla di fantasy. Perché, non lo si può negare, il fantasy è quel genere che, per motivi più o meno scontati, è prescelto dagli esordienti, o dai giovani in generale. Un po’ perché per qualsiasi altro genere bisogna avere delle conoscenze, mentre il fantasy ti permette d’inventare ogni aspetto del tuo mondo personale; un po’ perché, oggi, abituati alla spettacolarità del cinema e dei videogiochi, i ragazzi immaginano storie piene di poteri, azione sfrenata e creature che le arti visive tecnologiche hanno reso sempre più reali.
Quello che sfugge, purtroppo, a chi si affaccia ignaro su questi mondi incredibili, è che il fantasy, proprio perché richiede, di solito, di creare un intero mondo, con le sue leggi e le sue forme di vita, è probabilmente il genere più difficile da scrivere, ed effettivamente il meno indicato per un esordiente.

Così accade che il novanta percento del fantasy che leggiamo non è fantasy, ma è una copia (parziale, totale, o un collage) di qualcos’altro, una storia che rimescola elementi già visti per raccontare una nuova avventura. E a volte non è nuova nemmeno quella. Insomma, oggi il fantasy vero e proprio è difficile da trovare, ma fortunatamente gli autori che davvero padroneggiano questo genere ottengono la loro fetta di fama.
half-a-war-final-hbForse ancora poco conosciuto in Italia, Joe Abercrombie è un ottimo esempio di scrittore di fantasy: tanto la saga de La Prima Legge quanto il suo ultimo lavoro, la trilogia del Mare Infranto, dimostrano la volontà di cercare approcci nuovi e sempre più seri nei confronti del genere, pur tenendo saldi alcuni dei suoi tratti più tipici.
Perché parlare proprio di Abercrombie? Perché è proprio questa ricerca del “fantasy serio” che può portare avanti un genere fin troppo deriso dai lettori e sfruttato (male) dagli aspiranti scrittori. Possiamo considerare Abercrombie un erede di Martin, che a sua volta ha dimostrato quanto un mondo fantastico possa essere perfetto per raccontare storie tutt’altro che bambinesche.

Infatti, perché dovrebbe essere sempre un ragazzo o una ragazza l’eroe di una storia fantasy? Perché dovrebbe avere una spada (che è totalmente l’arma meno coerente da dargli/le), partire per un viaggio pericoloso, affrontare draghi e via dicendo? Questo è, paradossalmente, ridurre il genere per definizione più fantasioso a essere invece il più monotono sul mercato.

Scrivere fantasy dovrebbe voler dire trasformare in un pensiero sensato ciò che si ha dentro, ciò che si immagina. Dovrebbe essere frutto di un lavoro di fantasia, pura creazione, e non di una miscellanea di ciò che scrivono tutti gli altri. Ma dov’è questa fantasia? Chissà se ancora esiste, la fantasia! O questo genere, che si può dire nato nel nostro immaginario collettivo con Tolkien, è già arrivato alla sua personale epoca post-moderna, in cui non c’è più nulla da inventare, e solo concetti da mescolare?
Io non credo.

In un panorama dove la maggior parte dei romanzi fantasy sono pessime copie del Signore degli Anelli o, più recentemente, dei mondi dei videogiochi, è proprio avvicinandoci a questi ultimi che possiamo trovare qualcosa di più interessante. Non lo direi per nessun 51bmtczy3jl-_sx332_bo1204203200_altro genere di libri, ma per quanto riguarda il fantasy, i romanzi tratti dai videogiochi sono spesso piuttosto sorprendenti (anche perché spesso scritti dagli stessi sceneggiatori dei giochi, come per la saga di Dragon Age targata BioWare).

Una storia davvero originale, per esempio, è quella scritta da Greg Keyes in due libri: La Città Infernale e Il Signore delle Anime, ambientati nel mondo del celebre The Elder Scrolls IV: Oblivion. Colpisce già dalle prime pagine la vocazione culinaria della protagonista, e per buona parte del tempo la storia non si smentisce, mettendo in primo piano proprio gli ingredienti e i sapori impossibili di un mondo fantastico come quello del videogioco di Bethesda. Non è più fantasia questa che creare un personaggio così noto come il ragazzo che trova la spada?

Per tornare alla questione iniziale, è probabilmente giusto che sempre più giovani abbiano la possibilità di scrivere, ma sarebbe bene distinguere, quando entriamo in libreria, i fantasy-copia (che, per carità, sono frutto anche di molti autori tutt’altro che giovani) dai veri fantasy, che certamente non escono fuori senza una solida esperienza di scrittura creativa.
La “colpa” della situazione in cui si trova il genere fantastico è da imputare, quindi, tanto agli autori quanto agli editori che sfruttano i lavori dei più giovani.
Certo, sarebbe fantastico un mondo in cui a pubblicare fossero solo gli autori meritevoli, e non quelli che possono portare un guadagno sicuro alle case editrici. E questo è un po’ lo stesso problema del cinema d’autore, che per sopravvivere ha bisogno dei soldi che solo il cinema popolare può fruttare.
E se l’analogia funziona con tutti i generi letterari, sicuramente è tanto più vera per il genere fantasy.
Che si può mai fare per cambiare la situazione? Per una volta, non prendete le armi, non allacciate le armature, non ripassate le vostre magie. Non c’è qualcosa di ancor più incredibile da immaginare, che questo?

Francesco Audino