E se un’Avanguardia fosse ancora possibile?

Quando a scuola era l’ora di italiano e si parlava dei caffè letterari del Novecento, mi sentivo invidioso per quegli artisti che non avevano alternative come i social network o Whats App per darsi pareri sui propri lavori.

E all’inizio credevo che fosse un problema mio, un pensiero particolare, eppure ogni volta che ne parlo a qualcuno scopro che potrebbe addirittura essere un pensiero comune tra le persone assetate di cultura. Chissà se è possibile, oggi, respirare ancora quell’aria di sapere che doveva esserci in un bistrot parigino un secolo fa (e non parlo semplicemente di un locale con un po’ di libri e qualche citazione sui muri, ma di veri e propri gruppi di artisti… a tutti gli effetti, di avanguardie).

I problemi sono molteplici; il primo, chiaramente, è l’esistenza di internet, la possibilità di una comunicazione istantanea e sempre più accessibile, che paradossalmente sembra allontanarci sempre più, renderci sempre più soli. E con internet si è diffusa la moda, se così vogliamo chiamarla, di sentirsi migliori degli altri, di sfruttare l’anonimato (o comunque la distanza) per proclamarsi qualcuno quando non si è nessuno. Oggi è sempre più facile, infatti, dire “ho fatto questo”, “so fare quello”. Ma se ci pensate, quante delle persone che lo dicono sono poi pronte a mostrarvi qualcosa di reale?
midnight-in-parisNon sarebbe bello tornare indietro al decennio delle avanguardie? È quel che accade a Gil, il protagonista di Midnight in Paris. In questo film del 2011 Woody Allen ha incarnato perfettamente la necessità delle persone più invaghite dell’arte di prendere contatto con chi la crea, di fare domande, di provare a inserirsi in questi circoli di persona. Tuttavia Midnight in Paris solleva anche un’altra domanda, o se vogliamo una riflessione: mentre Gil esalta gli anni ’20, gli abitanti di questo tempo sognano la fine dell’800, e a loro volta gli ottocenteschi guardano al Rinascimento.
In fondo sembra essere così: è normale avere curiosità, e persino una sorta di nostalgia, per qualcosa che abbiamo mancato relativamente di poco; e forse è tipico degli amanti dell’arte e della cultura proprio perché, in ogni epoca, sono loro quelli a sentirsi fuori posto.

Questo ci porta a concludere che probabilmente riaprire dei veri e propri caffè letterari oggi non risolverebbe niente, tuttavia sarebbe senza dubbio piacevole. Ma sarebbe possibile? Quanti artisti sarebbero pronti a viaggiare per trovarsi in un unico luogo?, o a sedersi lì a leggere i lavori di qualcun altro? E quali sarebbero le attività principali oggi, nel ventunesimo secolo?

Sicuramente avrebbero ancora grande spazio le arti pittoriche e la letteratura, e sarebbe immancabile un proiettore per film e cortometraggi. Si potrebbe mettere un pianoforte, lì nell’angolo, e invitare qualche bravo pianista. Ma a cosa porterebbe tutto ciò? Immaginiamo un gruppo di artisti che condividano più o meno le stesse idee. Potrebbero scrivere un manifesto.
Potrebbe esistere, oggi, un’avanguardia artistica? (Per una riflessione diversa dalla mia sulla stessa domanda vi rimando all’articolo di Anna Giordano).

dogme28Fortunatamente abbiamo un esempio molto più vicino a noi di quel che molti credono: nel 1995 Lars Von Trier e Thomas Vinterberg, due registi danesi, scrissero un manifesto per il movimento conosciuto come Dogma 95. Il “Dogma” conteneva dieci punti, regole per creare un film che rispecchiasse il cinema puro, perciò senza scenografie costruite, senza musica o altri effetti aggiunti in post-produzione, girato con camera a mano e via dicendo. Probabilmente l’unico film che rispettò davvero queste regole fu “Festen” (“Festa in famiglia” in italiano) dello stesso Vinterberg, mentre per esempio tutti i film di Lars Von Trier, per quanto artisticamente ricchissimi, le rompono immancabilmente.
Ma il punto è che, rispettato o non rispettato il Dogma, il manifesto scosse profondamente il mondo del cinema, specie tra i filmmaker meno affermati e più sperimentali, tanto che molti in quegli anni provarono a girare a loro volta un film come Festen.

Cito dal testo tradotto del manifesto di Von Trier e Vinterberg: “Ma più i media divengono accessibili, più si fa importante l’avanguardia.” Il Dogma ci riporta quindi al discorso fatto all’inizio, sulle possibilità di internet, e in generale di un’era in cui tutti possiamo facilmente fare arte: basta aprire word per scrivere, basta una tastiera elettronica per suonare, basta una videocamera a mano per girare un video (ma per un discorso più approfondito su questo vi rimando a un altro articolo). Quel che ci interessa ora è la seconda parte della citazione.
L’avanguardia non è solo un modo di proclamarsi “avanti” all’arte contemporanea, ma anche l’essere parte di un gruppo che condivide le stesse intenzioni. Per capire se sia possibile una nuova avanguardia oggi, chiediamoci se c’è uno standard da rompere. Proprio per la varietà di generi e di mezzi e per la quantità di artisti saltati fuori negli ultimi anni, saremmo portati a dire di no; ma a pensarci bene è proprio tutta questa varietà che costituisce lo “standard” odierno: non c’è una letteratura dei nostri anni, non c’è un cinema dei nostri anni, perché si fa sempre un po’ di tutto (forse solo con la musica il discorso è diverso, ma non sono la persona giusta per addentrarmi in quella ricerca, e preferisco semplicemente lasciarvi con un dubbio su cui indagare).

Lo scopo di un’avanguardia oggi sarebbe, a mio parere, quello di restituire un carattere a una produzione artistica che da molti anni ormai s’è persa nella globalizzazione. E forse sarebbe anche possibile instaurare un gruppo, scrivere un manifesto e poi rispettarlo facendo tutto online, perché no?, ma chiedetevi: quanto più emozionante sarebbe affrontare un viaggio per trovarsi, dal vivo, con quelle altre (poche) persone che la pensano davvero come voi?

Internet è un mezzo potentissimo, capace di farci entrare in contatto a distanza. Ma forse ci permette di muovere solo il primo passo di quella che potrebbe diventare un’amicizia vera, di due persone sedute in un caffè, a parlare di ciò che le accomuna e le ha portate a notarsi nell’oceano della rete.

Francesco Audino