“Le confessioni”, la finitudine umana

Roberto Andò è considerato un regista dell’evidenza, della chiarezza e allo stesso tempo della discrezione, della moralità, dello sguardo. Andò è sempre stato poco incline a nascondere tra le pieghe della narrazione la verità dei suoi personaggi, magari più propenso a occultarla dietro i “non detto” dei dialoghi o tra i vuoti del racconto, raramente disposto ad accogliere tra gli strumenti del suo narrare l’ambiguità, il sottinteso. Sia che si tratti di Viva la libertà (2013), sia de Le confessioni, sua ultima opera dal grande respiro drammaturgico. I personaggi possono essere reticenti, a volte persino bugiardi ma mai enigmatici o ingannevoli: è un universo di psicologie complesse (come in Il manoscritto del principe, 2000), o meglio di corpi come in Viva la libertà. Da questo punto di vista Le confessioni può costituire un’eccezione: con il suo “di più” di dialoghi, un eccesso verbale capace di creare un vero e proprio sottotesto, una rete di interrelazioni significanti che si offre, attraverso forme e percorsi diversi, a una molteplicità di interpretazioni. La verità dei personaggi si nasconde, così, dietro e tra le parole, dipende da una serie di indizi abilmente occultati che vanno analizzati a fondo per coglierne pienamente il senso. Nessuno scambio verbale è spontaneo perché ogni frase è un testamento, ovvero una confessione.75ff79b36c

In un albergo di lusso sta per riunirsi un G8 di ministri dell’economia, pronto ad approvare una manovra segreta che avrà conseguenze pesanti per molti paesi. È presente anche il direttore del Fondo monetario internazionale. Avviene però un fatto tragico che costringe a interrompere le riunioni. Toni Servillo interpreta il monaco Roberto Salus, un vero e proprio catalizzatore morale passivo e sibillino. Salus fa da cartina di tornasole dei dubbi e dei rimorsi di tutti, e i personaggi, né più né meno dei luoghi che attraversano, entrano ed escono da se stessi in un continuo gioco di sovrapposizioni e successivi disallineamenti fra (presa di) coscienza e reiterazione di un ruolo preconfezionato dalla Storia. Il regista sfuma sui riferimenti troppo stretti alla cronaca, dimostrandosi capace di calare la vicenda nell’attualità, ma senza che questa schiacci la storia narrata trasformandola in un racconto a tesi, in un’esposizione puramente illustrativa o cronachistica. In Viva la libertà la politica era il luogo dove raccontare il fallimento di un esercizio che non ha più una funzione e quindi crea un disagio. Qui invece c’è il luogo nevralgico di chi ne ha preso il posto. A emergere è soprattutto la funzione ambigua del linguaggio e il rapporto altrettanto ambiguo tra questo e le immagini. I dialoghi di Le confessioni sono percorsi da un vero e proprio sottotesto allusivo nascosto tra le pieghe di una quotidianità solo apparentemente banale, di una mediocrità evocata a più riprese dagli stessi personaggi, di un’assuefazione alla contingenza del momento storico vissuto, in realtà ricchissima di sintomi che emergendo qua e là creando un complesso reticolo di rimandi a una dimensione “altra”, a una scena molto vicina a quella dell’inconscio sulla quale si muovono le ragioni profonde dell’agire umano.

I movimenti di macchina da presa focalizzano l’attenzione sui caratteri, sugli atdyusj-638x4251timi rivelatori: un rendiconto affettivo e sociale quello dei ministri con Salus, quasi sempre dai risvolti crudeli e distruttivi, limitati a raccogliere lo spaesamento di questi potenti del nulla, incapaci di portare i propri paesi fuori dalla crisi, o anche solo di confessare pubblicamente la propria inadeguatezza. La carta vincente di quest’ultima opera di Andò (così come di Viva la libertà) è quel clima, quel mondo di sentimenti umani incarnati dai protagonisti, che contiene quasi sempre pesanti grumi di risentimenti, di vigliaccherie e di distorsioni, che diventano storia e racconto, anima del film e del suo autore, rivelatori delle ragioni profonde e dell’atteggiamento morale (ma gnomico), che motivano la necessità di fare cinema. Ne Le confessioni predomina uno sguardo vero, uno sguardo emotivo che non corre il rischio di segnare, di enfatizzare la realtà. L’uscire fuori di sé, le confessioni dei vari personaggi a Salus, è un processo di estremo autodisciplinamento. Lo scenario è unico, paradigmatico, quasi ossessivo: un resort lussuoso e alienante che ricorda l’albergo termale di Youth – La giovinezza (Paolo Sorrentino, 2015). Gli spazi sono più forti, più determinanti degli individui ma, pur nella loro immediata realtà, acquistano una dimensione metaforica: quasi un pantheon della contemporaneità occidentale, e come gli dèi dell’Olimpo sono fallibili e fallati, le decisioni degli otto ministri hanno spesso conseguenze nefaste sui mortali.

Tutte storie apparentemente individuali ma che nella sostanza diventano esemplificative di una condizione del vivere umano, come nel caso di Enrico Oliveri/Giovanni Ernani (Toni Servillo) in Viva la libertà. Corpi, visi, oggetti, soldi: dollari, franchi, euro. Soldi estorti, rubati, restituiti, truffati; soldi rubati a chi li ruba, mai soldi guadagnati. Corpi spezzettati, frammentati dalla macchina da presa che ossessivamente li tallona, li bracca: occhi smarriti nell’assenza, visi infreddoliti e attoniti. Visi quasi dolorosi, interroganti lo spettatore e il mondo, in una continua sineddoche di grande forza espressiva. Corpi di questi dèi condannati a governare il caos per cui non c’è alcuna assoluzione ma soltanto la possibilità di compiere una presa d’atto della propria intrinseca imperfezione, incompletezza.

Enrico Riccardo Montone