Pagano reinterpreta non solo l’imponente fisicità plastica della statua, ma ne riconsidera anche la storia e il cammino che l’ha condotto fino alla città partenopea. Riproduzione di un originale in bronzo di Lisippo, l’Eracle Farnese è firmato in basso dall’ateniese Glicone e si erge per quasi tre metri di altezza invadendo completamente il raggio visivo dell’osservatore. Ciò che l’opera racconta richiede uno sforzo troppo grande per essere contenuto in una sola fuggevole occhiata; piuttosto induce ad approfondire l’indagine delle parti come fa notare il curatore del progetto promosso come ultimo e imperdibile evento del Servizio Didattico ed Educativo del MANN sotto la sua supervisione, Marco de Gemmis:
Il corpo di marmo si fa osservare nel suo imponente insieme, ma presto, inevitabilmente, invita pure a farsi scomporre e ricomporre allontanandosene e avvicinandosi. Molti visitatori lo fanno più volte, anzitutto per scoprirne il volto dopo essersi lasciati meravigliare dalla possente muscolatura; e poi gli girano intorno quanto nessuna altra statua del Museo spinge a fare, se non altro per vedere come si concluda quel movimento del braccio destro piegato indietro, o per scoprire se la mano nascosta regga qualcosa.
Ed è sulla scia di questa memoria perpetua che la statua si lascia guardare e ammirare anche nei segni lasciati su di essa dai secoli. Come nel caso dei tagli presenti sotto entrambe le ginocchia, indizi del già citato e complicato cammino fino all’esposizione nel museo napoletano. Quando l’opera venne rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla a Roma, era mancante dei due polpacci oltre che di altri pezzi. Dopo essere stata conservata per generazioni nella sala d’Ercole del Palazzo Farnese con due arti inferiori inseriti da Guglielmo della Porta, venne trasferita a Napoli nel 1787; prima presso la reggia di Capodimonte e poi nell’attuale Museo Archeologico Nazionale. Fu proprio in occasione dell’adozione napoletana, che si decise di restituirle i pezzi originali rinvenuti qualche tempo prima.
La stessa immagine è rappresentata in una delle riproduzioni di Pagano. I due polpacci, su cui il pennello indugiando nel ridisegnare la profondità dei legamenti penetra oltre l’apparenza della dimensione epidermica, sono solcati anche dai due tagli superficiali. Eppure l’artista non si comporta unicamente come un attento restauratore in piccola scala; egli intende andare oltre tutti i segni visibili che l’imponente ci concede e invadere la plasticità fisica con le sue pennellate contrastanti.
Questa trasfigurazione delle varie parti dell’Eracle lungi dal volerne intaccare l’antico ideale di grandezza, mira a riconsiderare ciò che si nasconde dietro l’esemplarità e la leggenda dell’eroe. Egli opera come se da una semplice ferita o da una piega muscolare potesse estrarre un tessuto, un nervo o un legamento e come se dietro la dura e fredda pietra immortale fosse possibile levare il velo sulla fatica personale dell’uomo.
Francesca Ciaramella
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