Le profezie a colori di Neil Young

Lo scorso novembre, in occasione del suo settantesimo anno d’età, è stata pubblicata l’autobiografia di Neil Young dal titolo dell’omonimo album: After the Gold Rush. Stefano Frollano e Fabio Pellegrini, appassionati studiosi dell’artista, hanno voluto celebrare anche in Italia cinquant’anni di carriera musicale con un’immersione completa nella vita e nella leggenda di Neil Young. Dal Canada alla California, dagli scenari naturali a quelli artificiali, dallo struggente intimismo alle veementi guerre sociali, i due autori hanno ricercato e ridisposto con cura archeologica le numerose testimonianze della sua epopea musicale.

Lungo il lastricato percorso della ricerca di un’identità personale la musica rappresenta soprattutto l’arteria capace di trasmettere i messaggi di un cuore costantemente in subbuglio, diviso tra lo stereotipo hippie dell’ultimo decennio e le nuove spinte tecnologiche che provengono dalla modernità. A questa battaglia storica si aggiungono l’eredità folk, un patrimonio di suoni e scelte stilistiche che riproducono la quotidianità epica della sua terra d’origine e, soprattutto, la volontà di non sradicarsi dalla tradizione popolare più semplice e autentica.

«Dimmi perché è difficile scendere a patti con se stessi, quando sei abbastanza vecchio per pagare, ma abbastanza giovane per vendere.»

Attraverso la formulazione della prima richiesta d’aiuto del sailing heart (letteralmente cuore a vela) in Tell me why è inizializzata la prassi della sovrapposizione dei piani temporali e costruito un relativismo delle epoche, di cui l’originaria identità umana è unica costante da proteggere e correggere. Fuggevoli gli anni Sessanta (quelli della scrittura di quest’album), avevano ceduto il passo ai Settanta senza mutare la realtà della guerra in Vietnam e delle battaglie ecologiche e umanitarie. Munito di un pennello immerso in colori sgargianti e tinte intense l’artista rivendica dignità per il presente e insieme dipinge la prospettiva crescente di un futuro cupo e alienante.

Quando l’attacco successivo è sostenuto dal ripiegamento nel falsetto-falso storico comprendiamo di esserci velocemente calati in una visione.
È qui che ha inizio la famosa tragedia umana in tre atti di After the gold Rush: in un’età lontana ed eroica cavalieri in armatura corrono dalla propria regina mentre un albero è lasciato a morire; qualche secolo più tardi il verso «Look at Mother Nature on the run in the Nineteen Seventies» («Guarda Madre Natura negli anni Settanta») riecheggia nella mente di un soldato. Chiude la rassegna un’enigmatica profezia di ferro: navi spaziali e imbarchi di massa. La corsa all’oro in realtà è appena cominciata e ben lontana dall’arrestarsi.

Un chiaro movimento oscillante si propaga lungo le undici tracce restituendo così anche un forte relativismo tematico. Tra strascichi di battaglie sociali e un ridondante estremo bisogno di conversare con se stesso, Young non lascia mai che l’ascoltatore si insinui realmente nella sua testa, piuttosto preferisce coglierlo di sorpresa affidando anche alle improvvise variazioni sonore un ruolo preponderante: prima con il contrasto tra il coro di «Only love can break your heart» e la voce isolata che sostiene le strofe, e in seguito con l’inno pacifista di Southern Man.

La bilancia che sorregge la componente musicale da un lato, e quella testuale dall’altro, è in perfetto equilibrio. Ed è quindi coerentemente declassato a semplice riempitivo il brano Till the morning comes: sia la musica sia l’esiguo testo rispondono alla volontà di creare un senso di indeterminatezza e insieme di attesa…

Sulla base dello stesso criterio è costruita la seconda parte dell’album, quella fortemente intima e con più sfumature. Sono infatti i colori a far da padroni in Don’t let it bring you down. Appellandosi allo spiccato policromatismo i due giornalisti nostrani, autori del già citato tributo, hanno tentato di creare una rischiosa corrispondenza tra i testi del canadese e una certa pittura di fine Ottocento e inizio Novecento. Ai due sembrerebbe chiaro che Young abbia risentito dell’influenza di quest’ultima nell’ambito della sua stesura musicale.

È certamente evidente il sensismo di quest’album: la natura ricopre sempre una posizione di prim’ordine e molte scene vengono avvolte dalla sua aura. L’ultima immagine proposta dall’artista (Cripple Creek Ferry) ritrae ancora una volta lo scontro tra l’artificio e il paesaggio, che da passivo diviene attivo: il traghetto di Cripple Creek si fa largo in uno scenario dominato da alberi e acque ostili. Col suo sguardo profetico e lungimirante Neil Young prova a rappresentare l’essere umano e il suo universale interlocutore, l’ambiente, e lo fa collocandoli in un after the Gold Rush (dopo la corsa all’oro) qualsiasi. Nel narrarci questo trapasso epocale, vicino o lontano che sia, egli non lascia che lo si identifichi con una precisa volontà cronologica ma che lo si osservi con tutto il realismo della sua descrizione, a testimonianza della sua ineluttabilità.

 Francesca Ciaramella