L’Intervista: Sara Bilotti

In occasione del Salerno Letteratura ho avuto la fortuna di conoscere e scambiare quattro chiacchiere con Sara Bilotti. Napoletana, autrice Einaudi, ha partecipato all’evento che ha animato la città campana dal 18 al 26 Giugno, presentando l’antologia I Delitti della Città Nuova, curata da Piera Carlomagno e a cui ha contribuito con un racconto intitolato Buio. Dico fortuna, perché Sara colpisce subito per la sua ironia, per l’umiltà che si percepisce attraverso i suoi modi e le parole, un’umiltà che spesso contraddistingue le persone che riescono a non smarrire la propria identità, qualsiasi cosa fanno. Umiltà che la scrittrice partenopea potrebbe insegnare a molti dei suoi colleghi.

Con la tua trilogia (L’Oltraggio, La Colpa e Il Perdono), Einaudi ha aperto le porte a un mondo, quello della letteratura erotica, spesso bersagliato dalle critiche e dalla diffidenza della parte più “sofisticata” dei lettori italiani. Le azioni di marketing che sono seguite al lancio di libri come 50 Sfumature di Grigio hanno avuto un effetto duplice: mentre da una parte sono state volano per le vendite, avvicinando alla lettura persone che non sapevano nemmeno che forma avesse un libro, dall’altra hanno rafforzato quel muro della sufficienza con cui si tende a racchiudere un genere considerato esclusivo per donne. I tuoi libri però sono molto di più: non solo eros ma anche noir… cosa dici alle persone che provano a darti etichette?

Dico che il loro è un atteggiamento da impiegati: l’arte è contaminazione, e ancora di più lo è in un momento storico particolare come il nostro. La crisi ha avuto effetti devastanti non solo nell’economia ma anche nel nostro modo di guardare il mondo: siamo confusi, incerti, sfiduciati. Quando si raggiunge il fondo delle risorse non si può far altro che risalire usando mezzi nuovi, valicando confini, sperimentando. Nonostante tutto, sono ottimista sul futuro dell’editoria. Credo che siano in arrivo grandi rivoluzioni, soprattutto grazie alle donne.

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La forza di una storia è rappresentata soprattutto dai suoi personaggi e dalla loro capacità di entrare in empatia con i lettori. Tu hai il merito di aver creato protagonisti credibili e non stereotipati. Eleonora è una donna che si lascia trascinare dalle passioni, animata da debolezze e conflitti interiori, combattuta nella scelta tra due uomini, i fratelli Alessandro ed Emanuele. Quanto c’è di te in questa donna?

Moltissimo. Eleonora è stata considerata “disturbante”, semplicemente perché non corrisponde all’immagine tipica delle eroine della cosiddetta letteratura femminile, etichetta che mi dà i brividi. Eppure qualche spigolo l’ho smussato: io sono molto più disturbante di Eleonora, soprattutto perché sono una donna libera, una mina vagante per chi tende a etichettare e a esercitare il controllo.

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La storia ci insegna che l’affermazione della donna, in qualsiasi ambito, sia stata sempre il prodotto di una lotta combattuta contro i pregiudizi. Credo che in letteratura questo scontro, iniziato grazie ad autrici come Jane Austen, Virginia Woolf, le sorelle Brontë e molte altre, purtroppo sia ancora aperto. Cosa ne pensi?

Penso che ci sia stata addirittura una regressione. Quando ero ragazzina leggevo Erika Jong con l’orgoglio della mia emancipazione. Oggi quasi ci si deve giustificare, se si legge un certo tipo di letteratura, per non parlare delle difficoltà enormi che ho avuto e continuo ad avere perché intendo proseguire un percorso di scrittrice nera. È un discorso lungo e complesso, che purtroppo affonda le radici nel predominio maschile all’interno dell’ambiente editoriale, e nella scarsa solidarietà femminile.

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Ognuno di noi si porta nel cuore un romanzo, una lettura speciale che ha dato senso alla propria esistenza. Se ti guardi alle spalle, riesci a trovare quel libro che ha cambiato il tuo modo di vedere la vita e ti ha aiutato a comprendere con quanta intensità volevi diventare una scrittrice?

Non ho mai voluto fortemente diventare scrittrice. Nel senso che non avevo questo sogno. Ero una lettrice vorace: quando divori una media di sei libri al mese non te lo puoi proprio permettere quel sogno, ti misuri con troppi capolavori. Molti dicono: non è vero che si scrive per se stessi. Beh, si sbagliano. Io l’ho fatto per trent’anni. Poi la vita mi è venuta a cercare. E c’è un libro speciale per me, sì. Non ha solo cambiato il mio modo di scrivere, mi ha salvato la vita. È Dio di illusioni, di Donna Tartt. Sogno un giorno di dire all’autrice cosa ha fatto alla mia vita. Chissà, forse è anche per questo che scrivo.

Antonio Lanzetta