Riuscire ancora a stupire e catalizzare su di sé l’attenzione dell’intera comunità online per una rock band ormai da più di vent’anni al vertice del panorama alternative, non dev’essere cosa semplice. Eppure i Radiohead ci sono riusciti. Con una sorprendente campagna di marketing promozionale, i primi di maggio la band di Oxford ha rimosso tutti i contenuti presenti sui profili web ufficiali, così come sono stati cancellati tutti i tweet del frontman Thom Yorke dal suo profilo personale Twitter, quasi a voler dimostrare a tutto il mondo – parafrasando un loro celebre brano del 2000 – “come scomparire completamente”. Come se non bastasse, poco tempo prima alcuni fan acquirenti dello shop online si sono visti recapitare a casa uno strano volantino con il logo della band, contente frasi misteriose. In seguito a questo scioccante black-out, interrotto dalla comparsa di alcune miniclip sul profilo Instagram che hanno anticipato il lancio dei due singoli inediti, la band ha finalmente rilasciato in formato digitale sul sito ufficiale e su iTunes il nono e attesissimo LP, intitolato A Moon Shaped Pool. La successiva uscita dell’album su supporto fisico è stata invece sponsorizzata da un evento unico, chiamato Live from A Moon Shaped Pool, ovvero un esclusivo audio stream della band della durata di un giorno, svoltosi in diversi negozi di dischi di tutto il mondo.
Così, dopo cinque anni dall’ultimo lavoro The King of Limbs, Thom Yorke e soci tornano sulla scena musicale con un album che già dalla copertina, realizzata dal sempre fedele Stanley Donwood, rivela una malinconia ineffabile che spande attorno a sé una luce eterea e spettrale. La tracklist, organizzata secondo un insolito ordine alfabetico, mette insieme alcune vecchie conoscenze – basti pensare che ben sette delle undici tracce erano già state eseguite live o composte originariamente per altre pubblicazioni. Il brano che apre le danze, Burn The Witch, è il primo singolo estratto e pubblicato sul canale YouTube con un videoclip in claymation che omaggia il film horror del 1973 The Wicker Man. Segue la struggente Daydreaming, secondo brano lanciato sul web, il cui videocilp è stato affidato alla regia di Paul Thomas Anderson, col quale il chitarrista Jonny Greenwood aveva già collaborato curando le colonne sonore di alcuni suoi film. Il sound trip-hop à la Portishead accompagna Decks Dark, brano sognante e tenebroso, reso ancor più affascinante dall’utilizzo magistrale delle voci del coro della London Contemporary Orchestra. Desert Island Disk, presentata live circa un anno fa, è probabilmente il brano dal taglio più “americano” dell’album, con quel suo incedere folk della chitarra, sottofondo ideale di un viaggio solitario in una desert valley californiana. La quinta traccia, Ful Stop, suonata già durante il tour del 2012, è una cavalcata ossessiva che riporta alla mente le atmosfere elettroniche di Amok degli Atoms For Peace, ma che strizza anche l’occhio a una certa psichedelia d’impronta kraut-rock. Con la romantica Glass Eyes, Thom Yorke probabilmente raggiunge la vetta più alta del songwriting, confezionando una sofferta lirica sull’alienazione dell’uomo moderno. Un altro brano già ascoltato durante il tour del 2012 è Identikit, che conferisce grande dignità alla chitarra di Greenwood, la quale svetta nel finale con un assolo ipnotico e straniante. Non manca l’attenzione alle tematiche ambientali, di grande rilevanza per la band inglese: The Numbers, già eseguita live nel dicembre dello scorso anno sotto il nome di Silent Spring, è un vero e proprio inno contro il cambiamento climatico. Ed ecco che, arrivati alla nona traccia, ci si imbatte in un’altra vecchia conoscenza, The Present Tense, eseguita sin dal 2008 in chiave acustica e ora presentata sotto un’inaspettata veste bossanova. Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief, la traccia più oscura e crepuscolare dell’album, è una raffinata combinazione di beat elettronici, melodie pseudo-soul, divagazioni sintetiche e angoscianti dialoghi orchestrali. La chiusura del disco è affidata a True Love Waits, episodio decisamente intimo di Yorke, la cui voce (a tratti quasi spezzata) si inerpica oltre il caos della vita e si libra nello spazio sconfinato per cantare l’amore perduto.
Tuttavia l’entusiasmo con cui l’opera è stata accolta sia dai fan che dalla critica ha sorpreso lo stesso Thom Yorke, il quale in un’intervista ha ammesso di aver creduto che durante i cinque anni trascorsi dall’uscita di The King of Limbs, l’interesse del pubblico per la band fosse scemato, tanto da convincerlo, in questo lasso di tempo, che non sarebbe uscito un nuovo album.
Che sia allora davvero questo l’epilogo discografico dei Radiohead? Staremo a vedere. Intanto sulla rete alcuni fan hanno notato una beffarda coincidenza: l’album è uscito nello stesso giorno di Let It Be, canto del cigno dei Beatles.
Valerio Ferrara
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