Dell’irreale intatto dentro il reale devastato.


De quoi souffres-tu?
Di che cosa soffri? Chiede René Char[i] in Rémanence (Permanenza). E continua:

De l’irréel intact dans le réel dévasté. De leurs détours aventurés, cerclés d’appel et de sang. De ce qui fut choisi et ne fut pas touché, de la rive du bon au rivage gagné, du présent irréfléchi qui disparaît. D’une étoile qui s’est, la folle, rapprochée et qui va mourir avant moi.

Dell’irreale intatto dentro il reale devastato. Dei loro meandri avventurosi cerchiati di richiami e di sangue. Di quanto fu scelto e non toccato, dalla sponda del balzo alla proda raggiunta, del presente irriflesso che scompare. Di una stella che si è accostata, folle, e sta per morire prima di te.

Dell’irreale intatto, dentro il reale devastato.

La realtà è un concetto complesso, quasi come la normalità. Alcune lingue, come il tedesco, hanno addirittura più d’una parola per tentare di descriverla nelle sue sfumature. La tradizione filosofica dibatte da secoli su che cosa sia davvero reale, mentre l’arte tenta in ogni modo di offrirci da essa una fuga.
Il concetto di reale è inscindibilmente connesso a quello di tempo: reale è l’hic et nunc, il resto è ricordo o immaginazione. Questo, ovviamente, secondo una visione materialista del mondo, per cui è reale solo ciò che è possibile vedere, ascoltare, toccare, e nient’altro.
Secondo Montale[ii], invece:

È uno sproposito credere
che il ricordo sia immateriale.

La parola «ricordo» ha un’etimo latina che rimanda a cor, cordis (cuore): il ricordo è ciò che torna (ri-) al cuore. Sentimentalismi a parte, potremmo dire che ricordo è ciò che non fa altro che tornare. Non è passato, e non può esserlo, fintanto che è ricordo, perché la sua essenza sta proprio nel tornare ogni volta presente. Il ricordo è reintegrazione continua. È permanenza. Ecco perché è immortale.

LEUCOTEA    Troppe cose ricordi di lui. Non l’hai fatto né maiale né lupo, e l’hai fatto ricordo.
CIRCE   L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.[iii]

Volendo essere particolarmente pignoli, poi, dovremmo dire che anche l’espressione “tornare presente” è, a ben vedere, scorretta.
Siamo abituati a immaginare il tempo come una linea orizzontale solo perché è più semplice. Esattamente come ai bambini si dice che 3 meno 5 “non si può fare”, ci hanno detto che il tempo è una linea che parte dal passato e arriva al futuro. Ci abbiamo creduto, ma la Fisica sa bene che non è così. Se dovessimo rappresentarlo graficamente, il tempo non potrebbe essere altro che un punto.
In un certo senso, ha ragione Patrick Modiano[iv]: il tempo è immobile.

I ricordi? No. Quella domenica sera avevo finito per convincermi che il tempo era immobile e che se mi fossi infilato davvero nella breccia avrei ritrovato tutto, intatto.

Secondo Gaston Bachelard[v], se proprio una linea deve essere, comunque, il tempo è una linea verticale:

Il tempo verticale è un’ascesa. Talvolta, anche, una caduta. La mezzanotte, per chi ha letto Il corvo, non suona mai in senso orizzontale. Riechieggia nell’animo come un’interminabile discesa… Sono rare le notti in cui ho il coraggio di andare fino in fondo, fino al dodicesimo colpo, alla dodicesima ferita, al dodicesimo ricordo… Allora ritorno al tempo piatto: mi àncoro, mi ricollego, ritorno nel mondo dei vivi. Vivere significa sempre tradire dei fantasmi.

E se fosse proprio questo, invece, che fa il poeta? Il musicante. Il pittore. Il sognatore. Insomma, l’artista. I suoi fantasmi non li tradisce mai: arriva ogni notte (e ogni giorno) fino al dodicesimo ricordo, non si àncora, non si ricollega, non ritorna al porto sicuro del tempo piatto. Passa la notte in rada, anche quando c’è aria di tempesta. Eppure vive.
E lo fa, forse, perché quello è il suo irreale intatto dentro al suo reale devastato. O forse perché (o, magari, anche perché) è convinto che il reale sia là fuori, nella quiete tanto quanto nella tempesta.

Afferma Paul Celan che «Wahr spricht, wer Schatten spricht»[vi], dice il vero chi parla di ombre. Il poeta (e tutti gli altri di cui sopra) parla di ombre per definizione, perché di luci siamo tutti in grado di parlare da soli, senza bisogno di poeti. Il poeta parla di ciò che non si vede, proprio perché non si vede. Ecco perché nella letteratura troviamo così spesso esattamente ciò che stavamo cercando: perché ci troviamo ciò che avevamo percepito nell’ombra, senza riuscire a metterlo a fuoco. Un po’ come quando camminiamo di notte, al buio, nella casa di qualcun altro, e la mattina dopo ritroviamo tutto ciò che di notte avevamo percepito senza comprenderne davvero i contorni. Il poeta non fa altro che puntarci la torcia sopra, ma brevemente, perché le ombre non devono svanire. Volendo credere a Celan, quindi, il poeta dice il vero, descrive il reale, anche quando parla di ciò che non è possibile toccare.
Ci sono molti modi di leggere, uno è senza dubbio quello di cogliere l’ombra nel rapido fascio di luce che ci viene offerto sulle pagine, e poi lasciarla andare, perché non abbiamo il diritto di costringerla alla luce.

«I poeti promettono di meno e mantengono di più», diceva Umberto Saba in una critica ai filosofi. E laddove un filosofo prometta qualcosa, Saba ha senz’altro ragione nel dire che il poeta manterrà di più, disvelando per un secondo il montaliano anello che non tiene, prima di puntare la sua torcia su qualcos’altro.
Il disvelamento momentaneo rimane nella tasca del poeta e del lettore, come un segreto celato nell’ombra.

Allora reale cos’è? È ciò che vediamo, tocchiamo e sentiamo o ciò che si rifugia nell’ombra; il sipario o ciò che vi sta dietro; il presente, il futuro o il ricordo; quella che chiamiamo “realtà” o quella che chiamiamo “immaginazione”?
Può darsi che la risposta sia: entrambe le cose. Così come può darsi che abbiano ragione gli uomini d’azione dostoevskijani, materialisti tutto d’un pezzo, e che sia reale solo quello che tocchiamo con mano.
O forse, ancora, sono solo modi diversi di vedere le stesse cose.

[…] perché ci sono due modi di vedere
l’invisibile
e il modo giusto sarebbe il mio
se fossi certo di esistere,
perché è un miracolo se sono riuscito
a farlo credere.[vii]

L’arte e il pensiero (e l’arte del pensiero) possono riuscire con facilità anche nell’arduo compito di rendere complessa perfino la nostra certezza d’esistere. Disvelano gli anelli che non tengono, puntano la luce sulle ombre senza l’arroganza di volerle schiarire per sempre e regalano quella consapevolezza che, sempre secondo Dostoevskij, è un’autentica malattia. E chissà se lo è davvero.
Chissà se è meglio tradire i propri fantasmi o non tradirli mai, ancorarsi al tempo piatto o capire che il tempo non è affatto una linea, definire il reale con contorni precisi o accettare di sfumare ogni contorno.
Tra tutti i modi possibili, Montale avrebbe scelto di vivere

[…] tra gli uomini che non si voltano
col mio segreto.[viii]

Ma senz’altro «qualcuno dirà che c’è un modo migliore»[ix].

Bianca Bellucci

[i] R. CHAR, Retour Amont, trad. a cura di V. SERENI in Il musicante di Sant-Merry

[ii] E. MONTALE, Altri versi, [XXIII]

[iii] C. PAVESE, Dialoghi con Leucò

[iv] P. MODIANO, L’erba delle notti

[v] G. BACHELARD, Il diritto di sognare

[vi] P. CELAN, Parla anche tu (Sprich auch du)

[vii] cfr. nota 2

[viii] E. MONTALE, Ossi di seppia

[ix] F. DE ANDRE’, Un chimico