Quando il cinema racconta il cinema

Dalton Trumbo fu uno degli sceneggiatori più pagati, rinomati e importanti del mondo hollywoodiano degli anni ’40 grazie ad alcuni film fortunati e celebri come Kitty Foyle, ragazza innamorata (1940) di Sam Wood, per il quale ottenne una nomination al premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, Missione segreta (1944) di Mervyn LeRoy e Il sole spunta domani (1945) di Roy Rowland.

dalton-trumbo-locandina-731x1024Jay Roach, con il film L’ultima parola – la vera storia di Dalton Trumbo, mette in scena la vita, o meglio alcuni degli episodi più significanti dell’esistenza di quest’uomo. Trumbo fu molto attivo politicamente, famose furono le sue battaglie per il riconoscimento dei diritti civili, per la parità di retribuzione, fu un acceso sostenitore dei sindacati. Questa sua attiva presenza sulla scena sociale hollywoodiana fece sì che proprio al culmine del successo, verso la fine degli anni ’40, la sua carriera subisse un duro colpo.

Siamo in piena Guerra Fredda e gli Stati Uniti sono terrorizzati dalla minaccia atomica e dal comunismo che porta alla costituzione della commissione d’indagine del Senato di Joseph McCarthy e al periodo del “maccartismo”, che colpì tutti gli strati della popolazione, funzionari pubblici e dell’esercito o semplici simpatizzanti con idee ritenute troppo “liberal”. Poi, appunto, la creazione della Lista Nera e un comitato a tutela della nazione contro i suoi nemici: la Commissione per le attività anti-americane della Camera dei Deputati del Congresso si sente in dovere di ripulire il paese al suono di «via i comunisti dal nostro Paese!», ma prima ancora che dal Paese, via da quei centri attraverso cui è più facile diffondere “l’infezione”: il cinema, il medium più potente di tutti. Via, quindi, i comunisti da Hollywood.

Dalton e altri artisti furono inseriti nel registro diventato poi famoso come la lista dei “Dieci di Hollywood”, composta da registi e sceneggiatori a cui impedirono di lavorare in qualunque modo; chiamati a testimoniare, Trumbo e gli altri si rifiutano, sotto giuramento, di rispondere alle domande. Trumbo venne per questo condannato nel 1950 a 11 mesi di prigione per oltraggio al Congresso. Nei successivi tredici anni Trumbo fu allontanato da tutte le case di produzione che temevano ancora di essere associate al suo gruppo e al suo pensiero politico. Ciononostante non smise di lottare e di fare l’unica cosa che gli riusciva bene: scrivere, scrivere, scrivere. Iniziò così a scrivere sceneggiature per una coppia di fratelli produttori di film di serie b, senza mai apparire con il proprio nome nei titoli di coda.

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Scrisse più di trenta sceneggiature sotto diversi pseudonimi, come Robert Cole e Jack Davis, tra i quali La sanguinaria, girato nel 1949 da Joseph H. Lewis, co-sceneggiato sotto il nome di Millard Kaufman, riuscendo così a frodare quel sistema che voleva incastrarlo e che stava cercando di togliergli il suo unico lavoro; lavorando senza sosta riesce a costruire una rete di sceneggiatori che riescono a far portare sui grandi schermi tantissime pellicole. Gli stessi sceneggiatori che la commissione per le attività antiamericane aveva estromesso dagli studios e perseguitato.

Negli anni ’50 Trumbo vinse due Oscar, per il miglior soggetto di Vacanze romane (1953) di William Wyler, attribuito al collega Ian McLellan Hunter, e per La più grande corrida (1956) di Irving Rapper, firmata come Robert Rich. I due Oscar gli furono attributi ufficialmente dall’Academy molti anni dopo, il secondo ritirato nel 1993 dalla moglie Cleo, dopo la sua morte avvenuta nel 1976. Tutti sapevano del lavoro che Trumbo continuava a fare, e si deve proprio a due personaggi come Kirk Douglas e Otto Preminger la possibilità di firmare i propri lavori. Nel 1960 scrive le sceneggiature di Spartacus di Stanley Kubick, proprio per la cocciutaggine dell’attore, e poi di Exodus di Preminger per la volontà del regista di origine tedesca di rompere la cortina di silenzio intorno a Trumbo. Nello stesso anno venne reintrodotto “ufficialmente” nell’ambiente del cinema, senza più bisogno di ricorrere ad un falso nome, e venne anche re-iscritto alla Writers Guild of America.

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L’ultima parola non si presenta come un film con guizzi particolari, la ricostruzione del tempo, la vita da set, i copioni perfettamente costruiti, whisky, feste, e sigarette continuamente fumate risultano ineccepibili. La storia in sé è costruita dal punto di vista di Trumbo e dei suoi colleghi e per questo porta con sé una sua forza e una valenza ideologica, quasi che il messaggio di fondo fosse: «mai più!». Il regista si concentra molto sulla singola scena, ma soprattutto sui dialoghi, da cui passa il senso di tutta la storia. Il film è infatti composto da una lunga serie di citazioni con passaggi davvero esilaranti, merito di un cast che evidentemente ha creduto al progetto e che ben si sposa con una scrittura in fin dei conti brillante ma non troppo, perché, come dice lo stesso protagonista a un certo punto del film: «una sceneggiatura brillante in ogni sua parte è noiosa».

Anna Chiara Stellato