I magnifici 7, la debolezza di un remake

55990_pplA voler tentare un rapido resoconto dei periodi storici trattati dalla filmografia western, salta subito all’occhio come l’Ottocento, con i suoi abiti caratteristici, con le sue storie cruente, con alcuni rilevanti episodi bellici (la guerra di secessione), sia il secolo più rappresentato in assoluto. L’Ottocento cinematografico statunitense, dal punto di vista storico, si riduce a una messa in scena di criminali e “novelli condottieri” di una guerra civile senza fine. Ed è la logica dell’eroe: sia esso positivo o negativo, questi film sembrano fatti più per santificare che per capire. Il cinema ha scritto delle pagine western interessanti, prevalentemente incentrate su fondamentali avvenimenti storici della guerra.

I magnifici sette (John Sturges, 1960), dai toni più celebrativi, racconta la parabola gloriosa di sette uomini. Apparentemente nichilista (i sette combattono per una causa non loro), in realtà il film evidenzia di volta in volta le personalità dei protagonisti: il professionista che si compiace del lavoro ben fatto, il giustiziere, il giovane idealista, l’individualista, in un mix che indubbiamente mantiene una certa forza epica. Lo schema del remake di Antoine Fuqua, I magnifici 7 è tipicamente romantico-avventuroso, dispensatore di lieti fini che rientrano in un disegno evasivo.

È la storia della piccola città di Rose Creek, situata in una valle che si rivela essere un consistente bacino minerario. Il magnate Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard) ha deciso di appropriarsene senza porsi alcun tipo di scrupolo, lasciando alla popolazione tre settimane per decidere se accettare un risarcimento da fame per i terreni espropriati o farsi uccidere. Emma Cullen (Haley Bennett), che si è vista uccidere il marito dagli uomini di Bogue, lascia Rose Creek con un proposito ben preciso: trovare qualcuno che accetti, dietro compenso, di difendere i suoi concittadini. Trova quel qualcuno in Sam Chisolm (Denzel Washington), un funzionario statale il cui compito è rintracciare e mettere in condizione di non nuocere pericolosi criminali ricercati. Una volta accettata la proposta, Chisolm progressivamente convincerà altri uomini a unirsi a lui. Bogue è però pronto a scatenargli contro un volume di fuoco davvero imponente. Qui il genere western si distingue dal genere storico perché tende apertamente a privilegiare l’immaginazione e l’invenzione rispetto a una ricostruzione fedele. Lo sfondo e gli avvenimenti reali, che di solito sono presenti, diventano un puro pretesto narrativo, un semplice supporto su cui innestare gesta e imprese eroiche che non hanno nulla di verosimile.

Uno degli errori di fondo del nuovo film di Fuqua è il non aver saputo penetrare a i-magnifici-7-coverfondo negli eventi della storia patria, cogliendovi invece il tratto apparente, superficiale e aneddotico dei fatti, trascurando circostanze, coincidenze, contiguità e cause che determinano gli accadimenti stessi. Nella ricostruzione della sceneggiatura viene evitata la psicologia come antefatto che dovrebbe spiegare i comportamenti dei personaggi. Nel confrontare le due sceneggiature, si nota come poi in fase di montaggio siano state tagliate alcune sequenze che avrebbero dato una maggiore linearità cronologica al racconto, creando vuoti, ellissi, interrogativi ulteriori nello spettatore. Dar vita a un remake comporta chiaramente un confronto con il modello originale.

Alla luce dei fatti si può dire che l’esperimento di Fuqua non abbia avuto un cattivo esito, ma rivela parecchi punti deboli: ciò che bisognava fare era aggiornare il plot. Tra le pecche rientra anche il fatto che i sette hanno origini etniche differenti: c’è un apache, c’è un orientale, gli ex confederati convivono con chi stava sul fronte opposto. C’è poi la presenza del personaggio femminile Emma che assume un ruolo sempre meno di spalla man mano che la vicenda prosegue. Se Denzel Washington si carica sulle spalle la parte che fu di Yul Brynner, senza difficoltà nel complesso tutto il cast collabora con Fuqua per consentirgli di allontanare da sé l’ombra di Quentin Tarantino. Non regge il confronto neanche la colonna sonora di James Horner e Simon Franglen, che viene utilizzata troppo enfaticamente e troppo in anticipo, affievolendo quella epicità che il musicista Elmer Bernstein aveva saputo conferire al film originale. Il resto è perplessità, perché pur raccontando dei fatti, il film non riesce a cogliere l’intima essenza del contesto storico-sociale in cui essi accadono.

Per una decina di minuti la fotografia sembra voler cogliere davvero il western, ove prevale la lotta, la ricerca, l’instabilità, in qualche caso l’alienazione, una macchina da presa estremamente libera e dinamica segue o precede i movimenti frenetici dei personaggi. Sono pochi minuti, tuttavia, che non valgono un film tanto ambizioso nelle intenzioni quanto modesto nei risultati.

I magnifici sette

Enrico Riccardo Montone