Reboot, sequel e remake: la stagione deludente del cinema dell’usato

C’è chi direbbe che le ragioni del remake non siano del tutto asservite a una logica affarista. Che il reboot sia consigliabile, se non addirittura necessario, in un’epoca di rivolgimenti sociali e culturali, quando andare avanti come se niente fosse è praticamente impossibile. Che non tutto ruoti attorno al vil denaro, anche in un’industria che fattura miliardi ogni anno quale è Hollywood. Che qualche volta, dietro al remake di un film con evidenti intenti didascalici e/o propagandistici, ci sia la volontà di riproporre un messaggio quanto mai attuale, o di affermare l’esatto opposto.

L'esercito delle 12 scimmieOvvio che un remake non è mai indispensabile, specialmente quando riguarda una pellicola che è già ottima. Ciò non significa, però, che non possa avere le sue buone ragioni d’esistere, come nel caso in cui l’idea originale diventi appena uno spunto per spingersi oltre, sulle strade inesplorate che quell’idea stessa può suggerire, e qui L’esercito delle 12 scimmie la dice lunga. O ancora quando il remake assume il carattere di una esplicita manovra di aggiornamento, di adeguamento ai nuovi canoni estetici, alle richieste del pubblico e alle potenzialità offerte dall’avanzamento della tecnologia. È il caso dei numerosissimi horror che rifanno pellicole classiche, nel tentativo di incrementarne l’elemento orrorifico, splatter, disturbante, o di adeguare un prodotto orientale ai gusti filoamericani degli spettatori d’Occidente.

Il remake, a onor del vero, non è un’impresa da prendere sotto gamba. Soprattutto se il film in questione è oggetto di una particolare venerazione, bisogna maneggiare coi guanti di velluto il copione originale, pena le ire e la delusione dei fan. Se a dominare sono unicamente gli interessi economici si rischia di dimenticare che chi paga il biglietto alla lunga si stanca di formule ripetitive e contenuti inesistenti. Lo stesso vale per il sequel. Un conto è proseguire una storia che nasce dalla pagina scritta (e qui potremmo citare alcune delle più famose saghe letterarie trasposte sul grande schermo), e un conto è inventarsi un L'era glaciale - In rotta di collisionenuovo, stiracchiato capitolo che tira avanti zoppicando. Ecco perché L’era glaciale – In rotta di collisione, arrivato nelle sale quest’estate, ha raccolto l’unanime disapprovazione della critica, accreditandosi come l’ultima puntata di una serie che si ripete sempre uguale a se stessa; neanche il pubblico, stavolta, ha deciso di sostenere quella che sembra ormai una replica infinita, decretando il crollo degli incassi rispetto all’episodio precedente.

È pressappoco quel che è successo con la recente ondata di sequel, remake e affini che ha invaso il cinema nei mesi più caldi, per ragioni che variano da caso a caso, ma che si potrebbero riassumere genericamente in una formula: mancanza di idee. Prendete Independece Day – Rigenerazione, e la battaglia tra alieni e umani che si staglia su una trama inesistente. Uno di quei film che servono unicamente a dare sfogo ai tecnici degli effetti speciali. Anche Ghostbusters, reboot della pellicola del 1984, prova ad azzerare il passato cinematografico degli acchiappafantasmi proponendone una versione al femminile. Il risultato? Lodevole il tentativo di caratterizzare i personaggi al di là della loro professione, mentre le gag mancate, un villain da quattro soldi e lo spazio, tutto sommato ridotto, concesso agli ectoplasmi finiscono per dare ragione ai fan che restano fedeli a Bill Murray.

GhostbustersDiscorso a parte per Ben-Hur. Lì il difficile stava nel rendere attraente un genere che ha ben poco di moderno, ma anche nel reggere il confronto con uno dei più grandi vincitori nella storia degli Oscar. Chi abbia visto l’opera del 1959, non avrà potuto fare a meno di notare che Jack Huston non è Charlton Heston. Non gliene si potrà fare una colpa, ma se pretendi di trarre un altro film dal romanzo di Mario Puzo e di affidare a qualcun altro il ruolo che fu di Marlon Brando, un po’ te la vai a cercare. I dialoghi stucchevoli, la faciloneria narrativa e una generale assenza di magnificenza hanno fatto il resto. Decisamente meglio è andata a I magnifici 7, remake del capolavoro del 1960 diretto da John Sturges, peraltro già remake di un film di Akira Kurosawa: generalmente apprezzata la scelta del cast, la visione del West di Antoine Fuqua non riesce comunque a ridare solennità né modernità ad un genere non proprio di moda, almeno non quanto abbiano fatto recentemente i Coen e Tarantino.

Per le ragioni opposte, Alla ricerca di Dory è stato salutato con un entusiasmo che forse neanche i produttori si aspettavano. A metà tra il sequel e lo spin-off, questo film d’animazione ripropone, apparentemente, lo stesso schema del precedente – il bisogno di ritrovare i genitori come viaggio alla scoperta della propria identità – ma spostando la Ben-Hurprospettiva sul pesce chirurgo, ed espandendo l’universo conosciuto verso nuovi scenari, nuovi personaggi e nuove frontiere (anche tecnologiche).

Mancanza di idee, si diceva. Rinnovare una saga o una storia vecchia di oltre mezzo secolo richiede per forza una buona idea. Sembrerà banale, ma a quanto pare non tutti l’hanno capito. Il pubblico sì, per fortuna, tanto da provocare un netto calo di incassi addirittura per quei film che rispondono agli standard di maggior successo degli ultimi anni: effetti speciali, atmosfere leggere da commedia, scene d’azione ad elevato tasso adrenalinico. Basti pensare che Alice attraverso lo specchio (di cui abbiamo già parlato) si è assestato a quota 300 milioni, mentre Alice in Wonderland, nel 2010, volò sopra il miliardo. Segno che l’usato non è più poi tanto garantito?

Andrea Vitale