Parigi è un desiderio: e se poi si realizza?

C’è un libro su Parigi. C’è l’ennesimo libro su Parigi. C’è l’ennesimo libro su Parigi che merita davvero di essere letto. Su Parigi è stato detto tutto. Eppure c’è sempre qualcosa di nuovo da dire, o qualcosa di vecchio da dire in un altro modo.

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Andrea Inglese è un autore nato nel 1967, residente nei pressi di Parigi, poeta, saggista. Parigi è un desiderio, pubblicato pochi mesi fa per le edizioni Ponte alle Grazie, è il suo primo romanzo. È bello tutto: è bello il titolo, è bella la copertina, è bellissima la prosa che sa raccogliere una profondità di pensiero labirintica e un’ironia pungente.

Non scopro nulla di nuovo se dico che uno dei meccanismi che ci fanno amare un romanzo, una poesia, una manciata di parole è l’identificazione: non necessariamente l’aver vissuto “la stessa cosa”, ma il sentire un’eco, il vibrare di corde interiori. Questo è stato, per me, l’inizio di questo libro.

Parigi è questo sogno che mi sono fatto prima ancora di averci messo piede e quando della vita sapevo poco, ossia quando pensavo di sapere che cosa contasse o meno in una vita, che è un tipo di sapere di corta durata, molto florido tra i diciotto e i venticinque anni. […] [P]er non parlare del primo viaggio, quando ci arrivi in carne ed ossa alla Gare de Lyon, solo un breve soggiorno, piccoli rapimenti all’inizio, stupefazioni, qualche fotografia.

Io quel primo breve soggiorno l’ho fatto a quindici anni, e nel treno di ritorno piangevo per lo strappo di separazione da quel luogo. In quei pochi giorni erano successe tante cose: mi ero innamorata degli occhi di un cameriere e l’idea di non rivederli mi sembrava ingiusta e crudele, avevo scritto qualche verso, e soprattutto c’era stato il fatidico colpo di fulmine per una città. Nel treno di ritorno a Milano mi dicevo che in quella città ci sarei tornata e un giorno magari ci avrei vissuto. Ma «bisogna essere cauti nell’esprimere desideri, perché potrebbero avverarsi» (J. K. Rowling). Sono passati la bellezza di un po’ più di vent’anni e indovinate dove vivo?

Anch’io però, da giovanissima, come Andy, il protagonista-narratore

non sapevo di dover partire. Non avevo piani, strategie, disperazioni precise, qualifiche da far valere, non vi era una borghese chiaroveggenza di mamma e papà a spingermi, a darmi corda, la mia Parigi celeste, però, galleggiava clandestinamente sopra la Milano di sempre, dei miei diciotto, venti, venticinque anni, e cominciava, precocemente, a interferire.

 

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Questo libro può essere considerato, a modo suo, un romanzo di formazione, dove la formazione avviene attraverso la “conquista” di Parigi, la letteratura e gli amori. La Parigi che troviamo qui, però, non è la Parigi idealizzata e sacralizzata da tanta letteratura, ma una Parigi molto più realista: una Parigi certo affascinante e generosa ma anche dura. Lontana da certi stereotipi. Lontana dalla Parigi di Amélie Poulain. La Parigi vera degli appartamenti minuscoli e inospitali, dei prezzi proibitivi, dei poveri diavoli che non arrivano a fine mese, dei parigini scontrosi, dei cattivi odori a ogni angolo di strada, di due «che minacciano di farsi fuori a coltellate proprio a due passi da una carogna di topo», la Parigi «dove trovi sempre residui di lattughe e di arance per terra, e chiazze di vomito alcolico».

La “conquista” di Parigi è, si diceva, uno dei temi del libro, con la ricerca del passaggio dallo status di turista a quello di abitante a tutti gli effetti: quando e come avviene questo passaggio, a quali condizioni? Quando si può dire che la città in cui si è andati a vivere ci ha inglobati, assorbiti, accettati, mescolati a sé?

In questo caso la conquista avviene dal basso, «attraverso un cesso da cortile», più precisamente. Siamo letteralmente agli antipodi della celeberrima sfida che il Rastignac di Balzac, arrivista per antonomasia, lancia dall’alto a Parigi. Qui leggiamo:

È noto che la filosofia molti la fanno al cesso. Sono uno di questi […]. Fatto sta che ancora ricordo con grande vividezza di dettagli quel cesso di Pigalle […]. Se potevo cagare a Parigi, e proprio a Pigalle, e proprio in quella misera turca da cortile, aggrappato al maniglione, allora ogni cosa sarebbe stata possibile in quella città, nessuna paura, nessuna difficoltà sociale e urbanistica, nessuna barriera culturale avrebbe potuto interferire con la mia disinvoltura. Ora l’avevo davvero conquistata, e la cagata di Pigalle ne costituiva una riprova. Potevo penetrare dentro Parigi come un coltello nel burro, senza incontrare intoppi e resistenze. E, naturalmente, la penetrazione si faceva dal basso, dalla strada, o dal monolocale al settimo piano di Pigalle ma con cesso in cortile.

Il protagonista è intriso di letteratura e frequenta intellettuali o pseudo tali: non quelli da salotto o da caffè letterario ma quelli da appartamento con pile di piatti perennemente sporchi, di portacenere che straripano, quelli che rifanno il mondo tra un bicchiere di vino e l’altro, sempre mezzi sbronzi.

E poi gli amori e i disamori: il crescere anche attraverso una ipersensibilità al fascino femminile, attraverso sentimenti che si accendono e si spengono, il cercare e il capire sé stesso anche attraverso i meccanismi del desiderio:

[L]e donne sono coloro che posseggono ciò che mi manca, le donne sono la mia mancanza, il mio non essere donna mi rende irrimediabilmente in miseria, in uno stato di mancanza, di scarsità, di bisogno, per tutto ciò che viene dalle donne, dai loro sguardi e gesti […].

La prosa di Inglese è una prosa brillante ed estremamente disinvolta, con uno stile peculiare che sembra quasi, a tratti, flusso di coscienza. E un sarcasmo costante che strappa parecchie risate e qualche amaro sorriso.

La lettura di Parigi è un desiderio mi ha fatto inevitabilmente pensare a un libro che è una perla, che è ispirazione allo stato puro, e che amo molto: Atti osceni in luogo privato, di Marco Missiroli, edito da Feltrinelli nel 2015.

Anche qui si tratta di un romanzo di formazione contemporaneo dove il protagonista, Libero Marsell, compie la missione di diventare il suo nome, ovvero di trovare la sua identità e diventare libero. Anche qui Parigi è protagonista assoluta (insieme a Milano). E anche qui la crescita avviene attraverso la scoperta del sesso, dei sentimenti e della letteratura.
Ovviamente, poi, ci sono molti punti di divergenza tanto nel contenuto come nella forma. Sono, semplicemente, due storie diverse. E una delle cose che più diverge è proprio lo sguardo su Parigi: una visione un po’ stereotipata, quella di Missiroli (ma che nel caso specifico serve perfettamente la causa della narrazione), e quindi all’opposto della visione di Inglese.

La Parigi di Missiroli è il rovescio della medaglia della Parigi di Inglese, e viceversa.
Sono venuta qui sognando la Parigi di Missiroli, e ho trovato quella di Inglese. Ma oggi, dopo tanti anni, mi dico che va bene anche così.

Manuela Corigliano