Il viaggio nel cinema di Gianni Amelio

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Il regista Gianni Amelio

C’è il viaggio nel tempo e nello spazio, insieme reale e metafisico; il viaggio inteso come evasione dalla realtà e riconquista di una felicità perduta, come desiderio di libertà e avventura, ricerca delle proprie radici e di realizzazione interiore, scoperta e tentativo di conoscenza, sogno, utopia o simbolo stesso della vita: anch’essa, per definizione, un viaggio fino all’ultima meta. Il termine stesso di “viaggio”, nella sua polivalenza semantica, assume questi significati e altri ancora. E che cos’è il cinema se non una successione di immagini in movimento? Così, per il fascino e la profonda carica suggestiva che lo caratterizzano, il tema e il mito del viaggio – in tutte le sue estensioni, espressioni e implicazioni – non poteva non esercitare una profonda influenza sul cinema che, infatti, da esso si è lasciato ampiamente sedurre nel corso della sua lunga storia, dalle origini e dai primi tempi del suo sviluppo fino ai giorni nostri.

In Italia, tra le numerose variazioni sul tema, risaltano, ad esempio, i film di Gabriele Salvatores; ma c’è anche il viaggio degli emigranti, compiuto per necessità (da Il cammino della speranza (Pietro Germi, 1950) a Nuovomondo (Emanuele Crialese, 2006)), oppure le opere in cui il viaggio può essere solo un pretesto per parlare di altre cose: come L’avventura (Michelangelo Antonioni, 1960), in cui la ricerca dell’amica scomparsa per varie località della Sicilia diventa la cartina di tornasole dell’analisi delle angosce e delle inquietudini esistenziali dei due protagonisti. Se il rapporto padre/figlio (di sapore scopertamente autobiografico) costituisce l’asse portante, il nucleo tematico-narrativo praticamente di tutto il cinema di Gianni Amelio, anche il tema del viaggio ne rappresenta un aspetto fondamentale, una costante, quasi un incessante leit-motiv, risultando presente, in filigrana, in tutta la sua produzione: anzi, si può dire che le due tematiche, spesso e volentieri, s’intersecano e interagiscono dialetticamente.

È ciò che avviene a partire dal suo primo film, lo sconosciuto La fine del gioco del 1970, girato all’età di soli 25 anni per il circuito televisivo: vi si racconta il viaggio in treno di un giornalista televisivo (che si era recato in un riformatorio, in Calabria, per un’inchiesta sulla devianza minorile), interpretato da Ugo Gregoretti, in compagnia del dodicenne Leonardo, prelevato dal riformatorio. Tra i due si viene a instaurare un rapporto particolare che, però, sfocia nella ribellione del ragazzo e nella sua fuga, contro l’autoritarismo dei grandi, alla ricerca della libertà; quindi, il rapporto adulto/adolescente, alias padre/figlio, visto attraverso l’esperienza del viaggio compiuto insieme.

Le chiavi di casa

Una scena del film Le chiavi di casa (2004)

Se anche il secondo film, La città del sole, registra il viaggio del protagonista dal carcere alla comunità originaria, nelle opere successive – da Il piccolo Archimede a Colpire al cuore, da I velieri a I ragazzi di Via Panisperna e a Porte aperte – non si può di certo dire che il tema del viaggio costituisca il nucleo principale della narrazione, anche se si tratta di film in cui vi sono frequenti spostamenti da un luogo all’altro, cambiamenti di spazio e di tempo; in ogni caso, il viaggio è il “pretesto”, l’espediente narrativo per mettere in luce aspetti e temi della “poetica” di Amelio, improntata soprattutto a un livello di eticità, caratteristica principale del suo cinema “engagè”. Ora, questa tematica assume una pregnanza contenutistico-formale e un suo preciso ubi consistam a partire da Il ladro di bambini del 1992, segnando una svolta e risultando presente, da qui in poi, in tutti gli altri film del regista calabrese: Lamerica, Così ridevano, Le chiavi di casa, La stella che non c’è. In Ladro di bambini il viaggio è soprattutto ricerca di se stessi e delle proprie radici: un viaggio simbolico, e come tutti i viaggi simbolici, iniziatici, esso deve avere come suo fine la rigenerazione, attraverso il ritorno ai valori primi. Ed è quello che si verifica anche in Così ridevano del 1998 (Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia), quando i due fratelli emigrati esprimono il desiderio di compiere il tragitto all’incontrario, per scoprire e recuperare ciò che hanno perduto.

Nel precedente Lamerica, risalente al 1994, invece, il tema del viaggio trova una sua esplicazione nella ricerca di una verità diversa da parte di due balordi italiani in Albania, dove credono di potersi approfittare della tragica situazione economica per investire e arricchirsi facilmente. In questo caso si tratta di una realtà “bifronte”: da un lato ci sono i due italiani che sperano di trovare l’America in Albania, e dall’altro le masse di albanesi, che vivono tra gli stenti e la fame e che – attirati dalla visione deformata e deformante della realtà italiana, così come appare loro dalle televisioni commerciali – pensano di trovare l’America proprio in Italia e affollano le “navi della speranza”. Ne Le chiavi di casa del 2004 (liberamente ispirato al romanzo Nati due volte di Giuseppe Pontiggia), la ricerca del rapporto con il padre si estrinseca attraverso il viaggio compiuto insieme da un padre e un figlio portatore di handicap, dall’Italia alla Germania, fino in Norvegia. La ricerca di carattere morale, il valore della propria onestà e dignità, costituiscono poi la spinta propulsiva del viaggio che un operaio italiano compie in Cina, solo per consegnare una centralina: è l’ultimo film (tra quelli prima citati) di Amelio, La stella che non c’è del 2006. Il protagonista (magistralmente interpretato da Sergio Castellitto) si chiama Vincenzo Buonavolontà, e nel suo nome – ovviamente non scelto a caso, «si nomina sunt conseguentia rerum…» – è insito tutto il tenace carattere del personaggio. È un operaio cinquantenne di una fabbrica che è stata “dismessa”, il quale scopre che in una macchina che i cinesi hanno comprato per una loro industria, manca una centralina idraulica. Così, portandosi appresso questo pezzo importante, Vincenzo parte da solo per la Cina, senza conoscere la lingua e senza neanche sapere in quale stabilimento siderurgico la macchina sia stata portata. Inizia un lungo viaggio che, con la guida della studentessa – interpretata da Liu Hua (Tai Ling) – lo porta da Shangai alla città di Wuhan. In La stella che non c’è, più che il viaggio dell’operaio in sé, contano le ragioni che l’hanno determinato e il suo profondo valore etico.

Ma attraverso il viaggio viene fuori anche la realtà convulsa e contradditoria di una Cina che è insieme consumistica e contadina, che vive tra grattacieli e casupole fatiscenti, tra fabbriche meccanizzate e duro lavoro dei campi. Amelio, in tutte le sue opere ambientate (in tutto o in parte) all’estero, trova sempre un riferimento alla situazione dell’Italia: avviene, in particolare, per l’Albania de Lamerica; avviene, in parte, per la Germania de Le chiavi di casa; avviene sicuramente in La stella che non c’è: in cui il viaggio è, insieme, presa di coscienza della realtà esterna e ricerca interiore, scoperta di sé e del proprio animo. Quindi un valore altamente etico, peraltro cifra stilistico-espressiva costitutiva e predominante di tutto il cinema del grande regista calabrese, ampiamente e costantemente caratterizzato del rapporto padre-figlio e dal tema del viaggio, in tutti i suoi significati e nelle varie sfaccettature delle sue numerose implicazioni.

Enrico Riccardo Montone