Max Aub e la parabola di una generazione

Mondo mezzo morto che cammina con due gambe come se ne avesse solo una, mondo che sa solo camminare e che sa che camminare non risolve niente, ma che cammina per dimostrare a se stesso di essere vivo.

Gennaio senza nome, in id. [Max Aub, Nutrimenti, 2017, p.23]

 

Se in Italia pensiamo a una letteratura di denuncia e che al contempo si presenti come narrazione vera (o verosimigliante) di eventi vissuti, parleremmo del neo-realismo. È forse ciò che più si avvicina, nella nostra esperienza letteraria, a ciò che Max Aub fa nel narrare la guerra civile spagnola e le sue conseguenze.

Naturalmente i caratteri testuali sono diversi, come diversa è l’impronta. Ma nel leggere i racconti di Gennaio senza nome, non si può fare a meno di notare un richiamo al vero, una denuncia di ciò che è accaduto realmente, come ci ricorda Eugenio Maggi nel citare lo scritto autobiografico di Aub: Yo no invento nada! – io non invento nulla.

Siamo davanti a un qualcosa che abbiamo già visto: la paura di non essere creduti, la consapevolezza che gli orrori raccontati possano essere presi per finzione narrativa e non per testimonianza. Il nostro Primo Levi ci mostra lo stesso timore con I sommersi e i salvati.

Ma cos’è che Aub ha vissuto e vuole raccontare?

Spagnolo d’adozione, Max Aub era iscritto sin dal 1929 al Partito socialista operaio spagnolo. Con il colpo di stato di Francisco Franco del 1936 e lo scoppio di quella che sarà ricordata come la guerra civile spagnola, Aub si schiera contro i franchisti, con i repubblicani. Nel 1939, con la storica caduta della Catalogna, fiumi di spagnoli varcarono il confine con la Francia. Da qui prese il via un esodo che per alcuni durò per tutta la vita. Aub fu uno di questi. Dopo aver vissuto la terribile esperienza dei campi francesi in Algeria, riuscì a raggiungere il Messico, rifiutandosi di ritornare stabilmente in Spagna sotto il dominio di Franco (che durerà fino al ’75, cinque anni dopo la sua morte).

Questa è la parabola che moltissimi spagnoli hanno affrontato.

Gli otto racconti presenti nel volume sono stati scelti e raccolti da Maggi – curatore del libro – e collocati non in ordine cronologico di composizione, ma in maniera tale che potessero raccontare questa parabola. Dall’esodo, ai campi francesi, all’esilio in Messico. Gli ultimi, poi, sono una sorta di what if, dei racconti ipotetici, come speranze di un presente o di un passato che non si sono mai verificati.

Il primo racconto, eponimo della raccolta, è fra i più memorabili. Attraversa quei giorni di cammino instancabile verso il confine francese, mostrandoli con gli occhi di un vecchio albero. Questo stile – non tanto il surreale del narratore scelto, quanto la presenza di punti di vista interni ed esterni – sarà costante in tutta la raccolta. Ma forse, più di tutti, è Il lustrascarpe del Padreterno a salire sul podio come miglior racconto. Occupa su per giù il centro della raccolta ed è il più lungo. Attraversa la vita del Malaga, un ragazzo un po’ lento che si ritrova in un campo francese in Algeria. Un personaggio che suscita un senso di profonda tristezza, risveglia quella pietà dell’indifeso che Gogol’ aveva saputo magistralmente suscitare con Akakij Akakievic ne Il cappotto. E non si tratta solo di un indifeso a causa del suo scarso intelletto, ma di una condizione che racchiude in sé quella degli spagnoli, strappati alle loro case senza comprenderne davvero il motivo, privati del loro stesso nome, della loro terra, incattiviti dai soprusi o resi rassegnati dalle troppe sconfitte.

Il personaggio rappresenta inoltre l’attaccamento degli spagnoli alla propria patria. Un attaccamento che viene reso qui dalla testarda decisione del Malaga di restare con gli altri, pur senza capire davvero il perché.

 

«Perché non te ne torni in Spagna?», gli suggerì Antonio quando diede ormai per certo il trasferimento a Gurs.
«Tu vai?».
«Io no».
«Allora neanch’io».

Il lustrascarpe del Padreterno, in Gennaio senza nome [Max Aub, Nutrimenti, 2017, p.81]

 

L’esperienza del campo di Djelfa – o comunque dei campi francesi – è il nocciolo centrale del libro, ed è chiaro che ha rappresentato per Aub un punto di rottura inconciliabile. Una disumanità a cui – come si diceva in apertura – si fa difficoltà a credere. Pur non essendo un campo di sterminio di stampo nazista, il campo di Djelfa descritto da Aub racchiude in sé tutta la disperazione di prigionieri a cui – privati già di tutto – è stata presa anche la dignità, tutto quello che restava loro.

I racconti seguenti mostrano la vita da esule. E di particolare interesse è Colpo di grazia, racconto del ’61, che è la denuncia verso la Spagna di quegli anni, che ormai sembra aver dimenticato il sangue versato da fratello contro fratello, che ha dimenticato i suoi figli dispersi. È la perdita della memoria il dramma del racconto, quella stessa memoria che Aub tenta così fortemente di conservare, attraverso queste narrazioni che sono testimonianze, sono verità colorate di patina narrativa. I testi di questo libro sono raccontati da narratori in prima, in terza persona, poi – nel bel mezzo del racconto – da lettere di terzi, e ancora punti di vista di quarte e quinte persone, come un accerchiamento, come la raccolta di testimonianze intorno a un singolo evento, una singola persona, una singola esperienza.

Gennaio senza nome è un libro meraviglioso nella forma, nei contenuti, nello stile. E Aub un autore che richiede a gran voce di essere ascoltato, per capire se – in fondo – essere sopravvissuti lo renda un sommerso o un salvato.

 

Maurizio Vicedomini