SPECIALE: SalTo e Tempo di libri, uno sguardo fra le due fiere

Milano ha fallito, il Salone internazionale del libro di Torino sta per spegnere 30 candeline.

L’occhiello, ironicamente, mente. Milano, con Tempo di Libri, non ha fallito. Nonostante la prima edizione abbia visto un numero di partecipanti inferiore alle aspettative, i 70000 paganti sono comunque una cifra considerevole che lascia ben sperare per il futuro, senza considerare gli altri numeri: altissimi per una fiera del libro alla sua prima edizione, seppur nella capitale industriale d’Italia.

Chi ha detto, dunque, che Milano ha fallito? Lo hanno fatto le bocche orgogliose di coloro che lavorano con impegno all’organizzazione del Salone del libro di Torino, lo hanno ribadito gli addetti ai lavori del mondo dell’editoria che hanno preso posizione, schierandosi dalla parte dello storico salone, come se la questione si fosse mutata in una guerra, e che non hanno gradito l’imporsi del gigantesco evento milanese. Fin dal primo attacco, avvenuto circa 230 giorni fa, novelli Priamo, hanno alzato le difese, gonfiato il petto e dichiarato, come un pubblico giuramento, che l’unica, vera, storica fiera del libro non avrebbe ceduto il passo. Dichiarazioni suicide, masochiste, ingenue, non differenti a quelle di chi, mettendoci la faccia, quasi un anno fa ha predetto la morte del SalTo, sicuri che spostando la grande editoria a Milano, i rimanenti avrebbero dovuto accontentarsi delle briciole.

Come Caino e Abele, anzi come Caino contro lo specchio, dato che buoni non ce ne sono, in rivalità per compiacere l’unico Dio, il lettore, i due Saloni si son fatti la guerra a colpi di tweet, dichiarazioni, comunicati e interviste, provando a prevalere sull’altro, proponendo ragioni opinabili, come l’affermare l’irrilevanza economica della piccola e media editoria, oppure portando avanti battaglie d’orgoglio, fondate su basi fanciullesche, come la storicità dell’evento torinese. I contendenti hanno perso la strada. La svista è stata enorme, fatale. Accecato dall’ego, Caino ha rotto lo specchio ferendosi da solo le mani. Sanguina ora Caino, e si ferma a pensare al perché. Si guarda intorno e non vede nessun nemico, solo lui e pezzi di vetro in frantumi. Si spera che quel dolore lo faccia rinsavire.

Non esistono nemici nell’editoria. Sparta e Atene erano avversari, eppure di fronte al nemico persiano si alleano, stringono le mani e si aiutano per sopravvivere, consapevoli che altrimenti, soli, sarebbero un bersaglio troppo facile. Qui il nemico non è una fiera del libro o l’altra, non è Milano o Torino, non la piccola, la media o la grande editoria, non è la scelta economica o politica più conveniente. Il nemico è uno: la morte dell’editoria. E deve essere combattuta con tutte le forze e con tutte le risorse in gioco. Non si deve dare l’ultima spinta.

L’editoria è in calo, il mercato è in crisi da anni, seppur con qualche ripresa sparsa qua e là ma insufficiente. Si pubblicano troppi libri, se ne leggono pochi. L’atto di leggere libri si sta estinguendo. Il lettore, quello che sfoglia le pagine, o gli epub, sta svanendo a favore di quello dedito allo scorrimento del mouse, o dello schermo del cellulare. È un problema culturale, dovuto in parte anche all’innovazione tecnologica, ma è sui rimedi che bisogna concentrarsi. Forse, la soluzione è più semplice di quel che si creda, e si trova sotto i nostri occhi perché già sperimentata. Se il lettore è una specie in via d’estinzione, va trattato come tale, come un animale di cui restano pochi esemplari. Per il lettore si devono prendere le stesse misure di tutela che si applicano alle razze rare. Bisogna creare quante più aree sicure possibili, in cui possa vivere e crescere indisturbato, bisogna nutrirlo in modo adeguato, stuzzicarlo, incuriosirlo, renderlo attivo attraverso stimoli sempre nuovi, bisogna creare un ambiente sano in cui possa riprodursi avendo a che fare con i suoi simili e così espandersi a macchia d’olio. Niente di più. Un procedimento certo lungo e difficoltoso, ma sicuramente efficace. Come gli animali hanno oasi e centri dedicati alla propria tutela e sopravvivenza, così il lettore ha le fiere, luoghi d’incontro, di scambio, di cultura, di stimolo e di propositiva ispirazione.

Manifestazioni in cui i muri tra lettore e scrittore, scrittore ed editore, lettore ed editori cadono per far spazio a ponti che connettono tutta la filiera e che la mettono in moto come un ingranaggio ben oliato. Ambienti, teoricamente sani, in cui coltivare i primi fruitori del mercato e in cui dar loro l’occasione di sentirsi parte viva di questa azienda culturale che non crea solo guadagno monetario, ma anche morale e spirituale. Nel concreto le fiere di settore, dato il crescente decadimento della funzionalità delle librerie, a favore della rete o dei megastore che tagliano anche le gambe agli editori minori, sono gli unici momenti in cui il mercato del libro riprende la propria vitalità e le poche, se non le sole, occasioni di visibilità nazionale offerte ad editori minori, indipendenti, di medio livello, nonché agli stessi scrittori, produttori quanto mai sottovalutati.

Dunque ben vengano le fiere, ben vengano in quantità, in periodi diversi e in luoghi diversi in modo tale da offrire una vasta possibilità d’interazione tra lettore ed editoria, lettore e libro, a favore del lettore stesso, unica divinità a cui sacrificarsi. Dunque ben venga Milano e ben venga Torino, ben venga Sparta e ben venga Atene, Caino e Abele. Ben venga la possibilità di creare una manifestazione libraria universale fatta di singoli eventi, mattoni solidi di un solido grattacielo creato non per gettarsi e metter fine alla propria esistenza, ma per guardare dall’alto le cose, interiorizzarle e farle funzionare a dovere.

Si eviti il suicidio di Milano che vuole abbattere Torino intralciandolo, si eviti il suicidio di Torino che si difende con poca intelligenza arroccandosi nel proprio forte.

A breve si spegneranno trenta candeline per il Salone del libro di Torino, si spera di poter spegnere le 30 anche per Tempo di libri a Milano.

Sergio Mario Ottaiano