Blue Whale e lo spettacolo della violenza

Il fenomeno della Blue Whale (Balena azzurra) ha fatto breccia nell’opinione collettiva subito dopo un servizio del 14 maggio trasmesso dalla famosa trasmissione Le Iene. In circa mezz’ora di filmato si è cercato di illustrare questa macabra storia, difficile da ascoltare, capire e soprattutto credere. Stando alle informazioni diffuse, centinaia di ragazzi in tutto il mondo, tra i 9 e i 17 anni, hanno trovato la morte a causa di un “gioco” on-line.  La Blue Whale è stata inoltre ritenuta responsabile del suicidio di un quindicenne di Livorno, che i primi di febbraio ha deciso di gettarsi dal palazzo più alto della città. Recentemente anche una tredicenne di Pescara si dichiara vittima del “gioco”: svenuta in classe a causa di un mancamento, riporta ferite multiple su tutto il corpo, alcune fresche, altre appena rimarginate. Le stesse, a quanto pare, sono autoinflitte, procuratesi per rispettare alcune delle 50 regole imposte dai “curatori”. La ragazza è ricoverata nell’ospedale Salesi di Ancona, salvata dalle amiche preoccupate per i suoi ultimi atteggiamenti.

Ma il caso della Balena Azzurra viene da lontano e il suo viaggio è stato spaventosamente rapido. Prende corpo nel 2016 in Russia a proposito di una misteriosa serie di suicidi tra i giovanissimi, dalle caratteristiche bizzarramente simili. Alla base di queste morti, registrate nell’arco di sei mesi, pare esista un gruppo sul più gettonato social network russo, alla stregua del più noto Facebook. Il nome di questo caso è tratto dall’omonimo mammifero che talvolta è stato inspiegabilmente trovato spiaggiato, dando adito alla leggenda di una consapevole scelta dell’animale. L’impossibilità di provare un legame concreto tra le uccisioni, trattandosi di informazioni pescate dall’altamente fraintendibile mare di internet, ha ammantato la faccenda di mistero. Per la mancanza di dati verificabili la notizia è stata aspramente criticata. Tuttavia, la paura è stata innescata e la notizia bomba, in capo a pochi mesi, ha fatto il giro del globo. Sono moltissimi i giornali e i blog che hanno deciso di discutere del fenomeno in questione: non solo per informare la comunità, ma anche per esprimere il dubbio circa l’esistenza stessa della Blue Whale. Anche le modalità di accesso a questo gruppo segreto non sono state ancora chiarite e la facilità con cui pare si sia diffuso, probabilmente attraverso un passaparola, accredita il parere dei più scettici, i quali vedono nel fenomeno “soltanto” una serie di suicidi etichettati sotto lo stesso nome.

Le informazioni primarie, comprese le regole del “gioco”, sono facilmente reperibili con una breve affacciata su Google: chiunque decida di “diventare una balena” deve scrivere sulla propria pagina on-line l’hashtag #f57 e lasciarsi guidare dal “curatore” verso questo percorso di terrore.

Le uniche notizie certe sono le morti dei ragazzi e la loro crescita esponenziale, sopratutto in Russia. Allo stesso modo è innegabile la presenza di gruppi autolesionistici, sui social russi come VKontakte e in moltissimi altri in tutto il mondo. Ugualmente indubbia è la storia di Rina Palenkova, la ragazza russa suicidatasi mentre si riprendeva, evento da cui sarebbe nato l’intero movimento della Blue Whale. Ma non pochi giornali ‒ come ad esempio Il Corriere della Sera ‒ sostengono che si sia data, almeno in un primo momento, troppa voce alla notizia, contribuendo così alla nascita di una “creepypaste”, ossia una leggenda metropolitana raccontata per spaventare. Non è ancora chiaro, dunque, se si tratti di una leggenda metropolitana divenuta realtà in conseguenza dell’attenzione mediatica o di un incubo reso reale da menti perverse ‒ come non citare  Philip Budeikin, il ragazzo che, arrestato l’anno scorso, ha confessato di aver istigato al suicidio un numero imprecisato di ragazze perché ritenute «rifiuti biologici» ‒ o, ancora, se la Blue Whale è sempre esistita, benché abbia tutte le caratteristiche di una storia dell’orrore. 

Ragazzi apparentemente sereni decidono di vivere i loro ultimi 50 giorni seguendo alla lettera le istruzioni del “master”, che li guida in questo incubo ad occhi aperti. Una lenta agonia inflitta a una psiche facilmente malleabile fino alla “vittoria”, ottenuta solo attraverso un suicidio condiviso.

La particolarità agghiacciante di questo fenomeno virale è la natura amatoriale dei video dei giovani suicidi: i ragazzi sono consapevolmente ripresi mentre si uccidono buttandosi da un edificio. Il programma televisivo ha deciso di adottare una politica estremamente limpida mostrando i filmati in questione, premettendone il forte impatto emotivo. Si tratta di immagini fortissime, impossibili da dimenticare.

È giusto trasmettere, in nome dell’informazione, immagini di morte così crude tramite una rete televisiva seguita da un’ampia fascia di telespettatori? Oppure va tutelata la sensibilità collettiva, e pur mantenendo intatta la notizia di questi orribili incidenti, porre dei filtri?

Queste domande non possono fare a meno di coinvolgerne un’altra altrettanto importante, ossia se esiste ancora la sensibilità collettiva di cui si chiede la tutela. Per quanto possa risultare ingenua come constatazione, è la veridicità delle riprese a sgomentare. Ma il peso dell’autenticità è stato purtroppo snaturato a causa della quantità innumerevole di violenza finta a cui, soprattutto i giovanissimi, sono abituati. Probabilmente un ragazzo potrebbe guardare ciò che viene mostrato in questi filmati senza grandi difficoltà, distaccando quell’immagine dal reale e avvicinandola alle migliaia di scene di film o telefilm a cui i suoi occhi ormai sono abituati. È una mercificazione della violenza, talmente quotidiana da annullare quel sano effetto scioccante.

La differenza però è sostanziale: non è la prodezza di uno stuntman, ma il folle gesto di vittime di qualcosa di oscuro e surreale; una leggenda metropolitana estratta dall’immaginario popolare e testata su una pelle giovane e condizionabile. Eppure, nonostante le ultime generazioni siano erroneamente abituate a una quantità ingiustificabile di violenza, forse non è opportuno mostrare apertamente atti così estremi a un pubblico tanto vasto e variegato. Il suicidio di adolescenti traviati, in tutto il suo orrore, non sembra il sistema migliore per riequilibrare la percezione alterata del pubblico.

Marcella Maria Caputo