Racconto: Il sangue indaco – Manuel Crispo

Il sangue indaco
di Manuel Crispo

«Signora maestra, signora maestra.»
«Sì, Dayu?»
«A cosa serve la cravatta?»
«A tenere chiuso il colletto della camicia, Dayu. Un vero gentiluomo tiene sempre ben chiuso il colletto della sua camicia.»
«E a cosa serve il panciotto, signora maestra?»
«A tener ferma la cravatta. Un gentiluomo non permette alla sua cravatta di andarsene in giro.»
«E perché la giacca si abbottona soltanto di sopra, signora maestra?»
«Perché… perché è così è basta. Basta domande stupide, Dayu.»
«Sei stupido, Dayu!»
«Stupido! Stupido!»
«Va bene bambini, basta! Basta così, ho detto…»

È quasi l’ora di mandare Yoriko, la vecchia donna di servizio, a prendere Dayu a scuola.

Hatsuyo guarda le lancette del grande orologio quadrato con impazienza. Yoriko guarda l’orologio ma guarda anche la sua padrona. Nessuno guarda Yoriko, nessuno presta attenzione alla pelle del suo viso, che si accartoccia su se stessa come la carta di una barretta di cioccolato. Il loro è un triangolo imperfetto, sbilenco e quindi triste, ammesso che la geometria possa essere triste.

Dopo un tempo ragionevole, la giovane smette di spiare l’orologio quadrato e ritorna a dedicare le proprie attenzioni al tagliere di legno e a ciò che si trova sopra di esso, alcune carote, due porri, mezzo peperoncino. L’attenzione di Yoriko non si stacca invece dal corpo snello della sua padrona, dal suo viso liscio, di un blu agghiacciante. Da quando ha tentato di uccidersi ingerendo del nitrato d’argento, la pelle di Hatsuyo è rimasta di un permanente colore bluastro-indaco.

«Perché l’hai fatto?»
«Volevo diventare qualcosa di bello.»

E invece è diventata qualcosa di brutto, un Oni o una specie di Oni, qualcosa di simile a una vecchia incisione dell’epoca Edo, qualcosa di ultraterreno o comunque non completamente terreno. È così: la pelle della sua padrona è blu, azzurra, violetto, indaco, chiamatelo come volete. La sua pelle, che era così bianca e bella. La pelle di Hatsuyo. Ma è quel che c’è sotto il problema, e Yoriko lo sa. Suo marito Onogi ha usato parole come vergogna e disonore, come se le parole avessero qualche importanza, come se le parole potessero portarle via quello che le scorre dentro, questa disperazione che l’attraversa come una fuga di topi.

«Io esco, padrona.»

Hatusyo è concentrata sulle verdure e non risponde, né sente Yoriko infilarsi le scarpe e andarsene. La cucina è densa di profumi. Mentre affetta le verdure, Hatsuyo pensa che le piacerebbe essere un profumo. Una piccola nube odorosa e calda. Si infilerebbe nel naso delle persone per far tornare loro in mente ricordi lontani. Con distacco, la donna pensa che sarebbe un profumo triste. Hatsuyo accende il kotatsu, il tavolo riscaldato, con gesti quasi automatici. Ogni movimento è calibrato al secondo. La scuola non è lontana. Tenendo conto del traffico e di altre variabili tutto sommato trascurabili, suo figlio sarà a casa a breve.

I minuti passano lenti ma senza troppo dolore, si succedono l’uno all’altro come una dinastia di numeri – poi lo scatto della serratura, Yoriko e Dayu che si levano le scarpe nel genkan in silenzio, il bambino che le va incontro con lo sguardo basso, mormorando “Buongiorno, madre”. Hatsuyo nota gli occhiali rotti, che il bambino ha tentato di aggiustare con del nastro adesivo, e guarda suo figlio sedersi a tavola con movimenti lievi, inutilmente eleganti.

«Ti ho preparato la zuppa di soba al tè verde. La tua preferita.»
«Sì.»

Sì cosa? pensa Hatsuyo. Suo figlio approva la sua scelta? Si tratta di una risposta a una domanda implicita che Hatsuyo non si è resa conto di aver posto? La madre guarda suo figlio. Dopo che si sarà laureato, possibilmente in una università di primo livello, suo padre lo prenderà a lavorare con sé in azienda. Già ora le sembra disperatamente infelice. Inutile chiedergli la ragione del litigio, degli occhiali rotti, del livido sulla guancia che nota solo ora. Non è importante. Dayu non sarà mai felice. Ha il suo stesso sangue, lo stesso schifoso sangue indaco che gli corre nelle vene come incontro a un suicidio.

«Com’è andata a scuola?» si costringe a chiedere.
«Come al solito.»

Ora è il quadrante del grande orologio a fissarla, mentre lei osserva senza fretta la sua donna di servizio sbucciare un’arancia. Yoriko è incredibilmente vecchia: le sue dita le sembrano ricoperte di pergamena, o una specie di pasta sfoglia. Dayu non leva lo sguardo dal piatto di zuppa, che sorbisce a piccoli sorsi. Come al solito.

Dopo pranzo Hatsuyo sparecchia e si ritira in camera, dove si passa un velo di trucco e si veste con noncuranza – jeans e maglietta color pesca. Quando dice alla donna di servizio che intende uscire a fare una passaggiata con suo figlio, la buona Yoriko quasi sviene dalla gioia.

«La signora esce? Con il bambino?»
«Sì, cara. Già che ci sono, penso che porterò a mio marito qualcosa che potrebbe servirgli.»

L’idea le è cresciuta nella mente pian piano come un fiore di ninfea. Hatsuyo sorride molto mentre sale in camera del marito, apre le ante dell’oshiire e prende un paio di cravatte di Onogi: una nera, elegante, e una con dei paperotti gialli, un regalo scherzoso di un natale di qualche anno fa.

Hatsuyo cammina lieve, come se si fosse levata un peso dalle spalle magre. Sembra quasi tornata allegra, sembra quasi tornata la donna di un tempo. Se Onogi potesse vederla ne sarebbe felice oppure preoccupato. In breve, lei e Dayu sono pronti. Salutano Yoriko e salgono in auto, una Datsun 160J adatta alle gite in famiglia

«Spero di ricordarmi come si accende» scherza la madre, mettendo in moto la piccola auto.

Se esiste un luogo in cui si riuniscono i sogni (e gli incubi) degli uomini da un letto all’altro, da una città all’altra, da un continente all’altro, questo è senz’altro Aokigahara. Questo bosco si trova a un centinaio di miglia dalla capitale; canticchiando vecchie arie fuori moda, Hatsuyo guida per ore, quasi senza parlare. Ogni tanto si volta verso Dayu e gli sorride. Al bambino, che non è abituato a quel sorriso, la smorfia pare disegnarsi malevola sul volto azzurro della madre, estranea come una verruca a forma di sciabola, come una ferita d’acqua dolce.

«Mamma, perché…»
«Perché cosa, amore mio?»
«Niente.»

Il giorno percorre le sue fasi, come al solito. I semafori rossi diventano verdi, oltre i confini della città spuntano sono altre città. Degli extraterrestri che assistessero, per caso s’intende, alla guida disperata di Hatsuyo non noterebbero in questa Datsun niente di più strano di un, diciamo, ornitorinco o una pista da hockey, niente insomma di incomprensibile o disumano. Dayu spia il paesaggio autunnale fuori dal finestrino con gli occhi socchiusi, come se le foglie e i colori lo ferissero. Il monte Fuji se ne sta lì, immobile e solitario, come se posasse per un dipinto o una stampa, come se avesse tutto il tempo del mondo. Ai suoi piedi, come un’amante senza dignità, si stende la disordinata macchia di Aokigahara. Hatsuyo parcheggia in un punto qualsiasi, fra una macchina di fabbricazione tedesca e una Scion coupé di colore grigio che sembra essere lì da molto tempo, un tempo infinito o molto prossimo all’infinito – forse per i cerchioni bordati di ruggine o per il sottile strato di polvere lavica che ne ricopre i cristalli, disegnando figure simile alle scie che i serpenti lasciano sulla sabbia della spiaggia di Kamakura.

Madre e figlio scendono dall’auto e passeggiano tenendosi per mano. Raggiungono l’ingresso della foresta. Ci sono dei cartelli. Ci sono dei nastri. Ci sono delle scarpe, abbandonate in terra. Le scarpe sono di pelle nera, da impiegato; un po’ consumate e non proprio di primissima qualità. Dalle erbacce spuntano altri oggetti. Un libro di poesie di Walt Whitman. Un paio di occhiali da vista tondi. Un’uniforme da studentessa. Dopo pochi passi la luce del sole sparisce, inghiottita dalle fronde fittissime e dai rami nodosi. Il vento secco si ferma di colpo, frenato dalla barriera di arbusti. Conifere, cipressi, querce.

Conifere, cipressi, querce, nomi che Hatsuyo si ripete nella mente come se i nomi degli alberi avessero qualche importanza – ma ce l’hanno, pensa la giovane, ce l’hanno. Hatsuyo cerca di capire, cerca di scegliere il più robusto. Gli uccelli cinguettano ma sembrano remoti, come se provenissero da un altro bosco, un bosco proprio accanto a questo ma al tempo stesso lontano, irraggiungibile. Dopo un po’ si imbattono in un gatto grigio, grasso e soddisfatto. Il gatto pareva aspettare proprio loro e fa le fusa al pomeriggio. La ragione per cui l’animale è così ben nutrito è ovvia e abominevole, ma Hatsuyo cerca di non pensarci e gli sorride stancamente.

Il gatto grigio li segue mentre si perdono nel fitto intrico della foresta. Conifera, cipresso, quercia… qual è il più robusto del reame? Dopo un po’, Hatsuyo decide che si sono spinti abbastanza in là. Prende le cravatte, una per sé e una per suo figlio.

«A cosa servono le cravatte, madre?»
«Dayu, adesso saliamo su questo bell’albero, va bene?»

Sarà una conifera o una quercia? Un sottilissimo filo di brezza le scompiglia i capelli e i pensieri, portandole un lontano odore di bruciato. Dayu guarda il gatto che guarda lei che guarda i rami. La piccola mano di Hatsuyo ne sfiora la corteccia. I piccoli piedi di Hatsuyo cominciano a scalare l’albero.