Porpora e il Grande Quadro Universale

Disegnai Arsène, alla fine. Lo disegnai di fronte a me, che mi guardava, con capelli neri ma sguardo e labbra inconfondibili, quel dente rotto; le rughe che gli tracciai dagli occhi fin giù agli zigomi erano le ragnatele della stanza, o le crepe del terremoto.

– Nudi come siamo stati [Ivano Porpora, Marsilio, 2017, p.74]

Una delle cose più interessanti del romanzo contemporaneo è la tendenza a concentrare il molto sul poco. Soprattutto quando si parla di personaggi. Il romanzo di Ivano Porpora ha, per tutta la sua prima parte, solo tre personaggi degni di nota e una manciata di comparse. Severo, l’io narrante; Anita, la sua compagna; Arsène, un pittore famoso che insegna a Severo.

Probabilmente non sbaglieremmo molto, se definissimo questa prima metà dell’opera un romanzo di formazione. Severo è già adulto, certo, ma è lento a cogliere le sfumature, a capire i nessi fra le cose, a trovare le soluzioni. È genuinamente infantile nel rapporto di coppia, istintivo, e come un bambino si affida e si fida oltre l’umana logica.

La seconda parte, invece, spezza la narrazione. Passa da prima a terza persona, e racconta le vicende di Arsène. Da quel punto, dalla metà di un romanzo voluminoso, Severo e Anita scompaiono. La loro parentesi sembra finita, in un certo senso è finita.

A questo si aggiunge un narratore finale che racconta le ultime battute della storia e dei suoi personaggi.

Mi sono dilungato su questo aspetto, perché credo che una particolarità tanto forte – un romanzo che a un certo punto finisce di raccontare del protagonista e rivolge completamente l’attenzione su uno dei co-protagonisti – non possa essere ignorata. E se è vero che è spiegato dalla natura differente delle fonti che formano la storia, diaristica e raccontata, perché ciò acquisti senso, bisogna notare come in tutto il romanzo i personaggi diventino altri personaggi o assumano loro tratti. Da questo punto in poi devo necessariamente entrare nel dettaglio della storia, delle vicende, anche delle loro battute finali.

Sin dai primi scambi Anita dice a Severo che sta cominciando ad assomigliare ad Arséne. E Severo stesso, nel suo processo di imitazione e apprendimento, fa ciò che fa lui, si immedesima a tal punto nel meccanismo artistico che comincia una vera e propria sequenza di imitazioni comportamentali e gestuali. E Arséne, che si vede smagrito, quasi fosse malato lui, proprio nel momento in cui Severo sta meglio. E Anita, a un certo punto, va a vivere con Arséne, pur continuando ad amare Severo. Ed è incinta, e per tutto il romanzo non sarà davvero chiaro di chi sia il figlio. Questa è una prima, fortissima, fusione fra due personaggi. Severo diventa Arséne, e Arséne diventa Severo, al punto che fra loro non c’è più una reale differenza, al punto che le vicende cominciano a confonderli e a privarli della loro più innata individualità.

E ancora di più, quando Arséne costringe Severo a disegnare il suo nemico, non è soddisfatto finché Severo non disegna proprio il pittore, e gli occhi si sovrappongono perfettamente a tutti i disegni sottostanti, fra cui c’è anche il suo.

Nella seconda parte, quando c’è il racconto dell’infanzia di Arséne, questi si appropria della vita spezzata del fratello. Era lui, Bastien, bravo in matematica. Era lui il pittore. E Arsène recupera quella vita perduta, la sovrappone alla sua, la ruba e fugge.

L’intero romanzo è un fondersi di personaggi, di individualità. E allora, se è così, non importa poi molto se la storia di Severo finisce a metà del libro e comincia quella specifica di Arséne, perché Arséne è Severo, e la storia dell’uno è la storia dell’altro. E il libro è un romanzo di rapporti, di interconnessioni; non un cerchio che ha al suo centro Severo, ma un’ellisse che guardiamo prima a sinistra e poi a destra. Prima a Severo, poi ad Arsène, due fuochi di una stessa figura.

Se quanto detto finora ha un senso, allora forse si può spingere l’intreccio oltre, fino a quell’epilogo dove un Ivano – autore implicito e personaggio – assiste Severo. Severo e Ivano (l’autore reale, questa volta), che sono nati lo stesso giorno di due anni a cifre invertite. Il primo nel 1967, il secondo nel 1976. E allora, forse, c’è un’altra fusione di personaggi (e persone, questa volta). È questo, forse, il Grande Quadro Universale che Arséne cerca di dipingere. Dipinge oltre la tela, dipinge la realtà. Una realtà che è l’insieme di tutte le persone, i loro rapporti, le loro storie.

Nudi come siamo stati è, al di là di questo, un romanzo sulla consapevolezza di sé, sui rapporti, sulla difficoltà di comunicazione. È un romanzo sull’affrontare la vita, fra piccoli e grandi drammi, fra sfide e poca autostima, combattendo un nemico che sappiamo di avere ma che ancora non abbiamo trovato. Eppure è là, da qualche parte. Dobbiamo solo continuare a cercare.

Maurizio Vicedomini