Prima di tutto, con questo romanzo del 1975, il secondo, Gaddis lascia intuire di essere rimasto esageratamente impressionato e incazzato dal clamoroso insuccesso di cui è stato vittima il suo primo romanzo, Le Perizie (1955), forse anche a causa della taglia (libro in cui viene trattata in maniera approfondita, come mai prima d’allora, il tema dei falsari); l’insuccesso sarà il motivo principale per cui, trovandosi al verde, dovrà utilizzare la sua grande mano per scrivere testi pubblicitari, aziendali e roba di questo tipo. Ciò è dimostrato anche da come sceglie di sfruttare una materia esageratamente complessa come l’economia, il mercato azionistico e lo spostamento del denaro inconsistente. Gaddis si rivela così “un cesso di cultura a tutto tondo”, come ha detto qualcuno, capace, se vuole, di fare a pezzi il lettore e mandare a quel paese la critica.
JR, potremmo dire, è anche un tentativo di voltare le spalle a chi c’è di fronte. Farsi leggere diventa una cortesia che il lettore deve concedergli. Intento fortunatamente non riuscito, siccome la sua pubblicazione ha riscosso, a suo tempo, nonostante l’osticità dell’opera decantata dall’autore innervosito, un grande successo.
«[…] non c’è niente che vale la pena di fare, mi ha detto, niente che vale la pena di fare finché non l’hai fatto, e allora valeva la pena di farlo anche se non ne valeva la pena perché è l’unica cosa che…»
Personaggi abominevoli, tra cui, prima di tutto, JR, il quale prova a convincere Bast – con il suo modo di parlare in cui le false partenze regnano incontrastate, siccome non può assolutamente dire ciò che realmente sta pensando, restando quindi sempre vago e lasciando intendere ciò che non è – a occuparsi di una serie di faccende, per poter lavorare con soldi volatili, immateriali, non liquidi e creare un sistema, una rete, un vendi e compra e vendi e compra e sposta e riprendi e così via, a cominciare dalle mille posate per la scuola, costringendolo, Bast, a vivere situazioni assurde, grottesche, senza la possibilità di rimessa. Un idiota, Bast, che regge inverosimilmente la scena dettata da un undicenne, JR, correndo da un ufficio a un altro, rispondendo a telefonate per presunti acquisti, debiti, andando avanti fino allo sfinimento, incastrato fino alle unghie.
Così, l’omino di prima, inzuppato a modo deve stare ben attento a divincolarsi ogni volta che il lettore è estenuato dalla sua ripresa cieca, e corre il rischio di diventare anche sorda, sorda per il lettore. Perché va bene fregarsene del contract author, ma barricarsi a tutta forza nella propria opera non avrebbe più alcun senso. Allora, correndo dietro a uno dei personaggi che sta per andare via o che sta per rispondere al telefono, fa un salto e sbaraglia personaggi nuovi e un nuovo mucchio di battute e di scambi sulle pagine, appartandosi bene, nuovamente, per non farsi notare. Pronto a muoversi ancora, pieno d’ansia e con la faccia pallida. Facendo respirare chi ha di fronte.
L’incomunicabilità è il tema più evidente in tutto il romanzo, il fatto che i personaggi provino a dire qualcosa fallendo miseramente accentua la loro aria da professionisti falliti, soprattutto per gli artisti, scrittori, musicisti, o quel che siano, presenti nel romanzo, che non sono in grado di esprimere il loro potenziale creativo, accorgendosi che la mercificazione non dà spazio a sciocchezze di questo genere. Tra questi sembra esserci anche la voce di Gaddis, incompresa e criticata, e solo dopo adorata.
E il paradosso per eccellenza, l’impresa nell’impresa, è stato per «Mr difficult», così l’autore è noto tra gli americani, quella di realizzare un’opera mondo adoperando, follemente, una tecnica cinematografica laboriosa, ossia la long sequence, per realizzare un disegno accurato d’un epoca e di un’America malata a causa di un marchingegno economico che sembra fare acqua dappertutto; un’unica scena che corre come un treno e disperde animosità abissali, universi scenici e fette di quotidianità da ufficio.
L’ufficio: luogo in cui si ambientano la maggior parte dei dialoghi, in cui l’animo umano sembra particolarmente scosso, affaticato. Non a caso, a lavoro.
Alessandro Urgesi
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