Racconto: Renzo Stabile. Storia di un suicidio – Lorenzo di Paola

Renzo Stabile. Storia di un suicidio
di Lorenzo di Paola

Da qualche parte esistono ancora i ruderi di quella che solo poche decine di anni fa era una bellissima città. Una città come tante altre, con il suo duomo, il suo municipio, i musei, gli uffici, i locali, i negozi, i monumenti e tutte quelle altre cose che fanno di un posto qualunque una città.

Una calda mattina di giugno un imprenditore schiacciato dai debiti si schiantava al suolo dopo un volo di trentadue metri. Volo non è la parola più esatta da usare in quanto la cosa è avvenuta nel pieno rispetto delle leggi fisiche che si ostinano a governare il nostro mondo, tanto che alcuni ottusi, da queste parti, continuano ad affermare che a scatenare tutto sia stata la cosiddetta forza gravitazionale, legge assurda e illogica, che nel silenzio complice di autorità e cittadini continuerebbe a mietere impunemente vittime.

L’undici giugno 2015, il giorno dopo la disgrazia, molti fiori furono portati lì dove il giorno prima il signor Renzo Stabile aveva incontrato con mortale violenza il ruvido e ottuso abbraccio dell’asfalto. Così la sconvolta comunità provava a reagire, a comprendere; sindaco, parroco e i cittadini tutti si strinsero in umanissimo abbraccio alla famiglia distrutta, la chiesa gremita, i discorsi commossi, le lacrime, le parole che provano a essere di conforto, gli abbracci, tutto il necessario per cercare di ricacciare quel fastidioso punto interrogativo capace di lacerare (potrebbe essere solo un attimo) anche la coscienza del più insensibile e cinico degli uomini.

Niente negli ultimi giorni di vita di Stabile aveva fatto pensare a una soluzione così estrema, nessun biglietto o lettera, poi, era stata vergata dal suicida per spiegarsi.

Perché? Ecco il tormento della famiglia. Perché lasciarci nell’ambiguo tormento di un dolore inacerbito da un disagevole e imbarazzante risentimento? Perché, si chiedevano i cittadini, sarà stata davvero solo una storia di debiti? Già altre volte Stabile era riuscito a risollevarsi da disastrose situazioni economiche, era un avventuriero, indurito e abituato all’insidioso mondo degli affari. Torbide fantasie tenevano svegli, allora, i pur contriti compaesani del povero Renzo; alcuni con vergogna, altri con sfacciataggine parlavano di droga, prostitute, mafia, corruzione, in un elenco che nei giorni cresceva nutrito dai crimini più abietti.

Il giornale parlò dell’avvenimento con tono commosso. Nel breve articolo di un amico dell’imprenditore venne tracciata una sorta di agiografia: miracoli economici e sociali erano stati compiuti, il novello martire era persona integerrima, padre e marito, risorsa infinita della comunità.

Le voci per un giorno sembrarono allora acquistare il rombo dei fiumi in piena, ecco l’amico giornalista, piazzato lì proprio da quel morto che aveva avuto mani in pasta ovunque, fare ipocrita esercizio di retorica! Una ambigua ragnatela di relazioni, la politica, gli abusi, molte cose ricordavano i cittadini. In tanti cessarono il dolore e si armarono di astio e ironia, ma le chiacchere si spensero nell’afa di luglio, i bagagli, il mare, le sagre, i concerti, pian piano ricacciarono la morte di Renzo Stabile in un angolino buio e ammuffito della memoria.

Gli uomini continuamente fanno i conti con la morte e ben sanno che sebbene sia impossibile sconfiggerla, si può sempre scegliere di ignorarla, passarle accanto con aria indifferente cercando di nascondere, anche a se stessi, quell’orripilante brivido lungo la schiena.

Nel deserto cittadino di agosto un altro uomo sfidò la forza di gravità, ma stavolta l’impatto non ebbe eco; Vito Dannata cadeva e moriva nel silenzio ovattato della città deserta con l’indifferenza che accompagna gli emarginati. Trent’anni, di cui dodici vissuti nella tossicodipendenza tra piccoli reati, brevi soggiorni in galera e Sert; la sua vita era stata una continua morte consapevole, così in pochi si sorpresero, in pochissimi vennero a sapere, e a disperarsi, in solitudine, ci pensò solo la madre.

Qualcosa, però, ebbe inizio. Nel silenzio e nel sudore delle notti estive quei pochi rimasti incatenati alla città cominciarono a fare strani sogni; il primo a farne esperienza fu il professor Guido Fisso, uomo disabituato alla vita mondana e capace di pace solo nel silenzio polveroso delle biblioteche. Non era mai stato davvero professore ma una vasta ed eterogenea conoscenza del sapere umano gli aveva fatto guadagnare il prestigioso (?) appellativo.

Ci vollero giorni perché Guido si decidesse a confessare a qualcuno il contenuto dei suoi sogni, ma quando lo fece la sua sorpresa superò il suo iniziale imbarazzo: non era il solo a sognare! La prima volta che sognò lo strano sogno, Guido non capì, non ci diede peso; due persone immerse in un lattiginoso bianco, i contorni un po’ sfumati, l’assenza di suoni, e la luce, una luce bianca a lottare con i lineamenti dei due, tutta tesa ad annientare colori e forme che comunque resistevano, incerte ma resistevano. Il sogno che strana realtà, si ritrovò a pensare Fisso al risveglio, ma le due eteree figure occuparono la sua mente solo fino al caffè.

Infilarsi i pantaloni, lavarsi i denti, abbottonare camice, leggere il giornale, allacciarsi scarpe, si sa, sono tutte attività capaci di trasformare anche il peggiore incubo in uno scherzo, in una stranezza da raccontare a un amico; Guido dimenticò. Il giorno dopo però sognò di nuovo, il giorno dopo ancora e il giorno dopo ancora; e ancora e ancora.

Chi sono quei due? Cosa vogliono? Che fanno nei miei sogni? Ho qualche problema? Una sfilza di domande tenevano sveglio per lunga parte della notte Guido, ma bastava solo chiudere per un attimo le palpebre per ritrovare quei due, quella luce. Che fanno in quella melma biancastra? Non parlano, non si muovono, che fanno?

Stremato il povero Guido decise di parlare della sua recente ossessione al parroco. Certo Guido non è il migliore dei cattolici, ma Don Adriano, vecchio amico d’infanzia è l’unico che può prenderlo sul serio.

Avreste dovuto vedere, eh sì avreste proprio dovuto vedere Don Adriano mentre ascoltava l’amico parlare, la faccia afflitta come quella della statua di San Pompilio al suo fianco, le mani strette intorno al rosario; cosa è successo Adriano? Perché arrossisci, di cosa ti vergogni? Ti senti forse defraudato di una pena che era stata assegnata a te, e solo a te, un dolore tuo, personale, affidatoti direttamente dal Padreterno; perché sembra che sia tu, ora, a confessarti?

Guido uscì dalla chiesa, se è possibile ancora più confuso di prima. I due tizi, è incredibile, come ha fatto a non ricordare, i due tizi sono quei due che si sono ammazzati poco tempo fa.

Settembre. La città si risveglia solo per piombare in un incubo. Uno dopo l’altro tutti cominciano a sognare lo strano sogno popolato, ora, da un nuovo inquilino; Guido, consumato, esaurito, ha deciso di saltare dal ponte, di tuffarsi in quella dannata luce biancastra, e ora è lì in quel sogno comune, insieme a quei due, occhi spalancati e profilo sbiadito.

Giornali e televisioni non parlavano di altro, speciali, dossier, interviste, lacrime; intanto i suicidi aumentavano, nel mese di ottobre precipitarono al suolo altre quattro persone, a novembre otto, a dicembre ventidue, a gennaio settantacinque.

Nel febbraio 2016 il sogno era diventato un marasma di volti immersi nel latte, tutti in silenzio, tutti a fissare. Il dibattito si fece feroce, è l’apocalisse, è allucinazione collettiva, è complotto, cos’è? Cos’è? Il sospetto serpeggiava, perché tutti si ammazzano schiantandosi al suolo? Non un impiccato, non un taglio di vene, non un avvelenato, perché? E mai una spiegazione, è un’epidemia? Si è ammazzato anche Francesco Gagliardo, sì, lui che se la rideva, che a gola aperta gridava viva la vita, gridava viva la notte, viva la mia notte di alcool, donne e musica, i sogni li lascio a voi cretini ossessionati; e poi si è lanciato dai ventuno metri del ripetitore telefonico.

Il prossimo potrebbe essere chiunque, un oscuro segreto deve legare quei miserabili abitatori di sogni, sì, una specie di setta; gli sguardi si fanno diffidenti, indagatori, un odio viscerale strisciante comincia a impadronirsi dei cittadini.

Il suicido di Don Adriano, che tuffatosi dal campanile andò a schierarsi definitivamente dalla parte degli odiosi guardoni, fu la goccia che fece traboccare il vaso; come era possibile? Lui che aveva fatto forza, incoraggiato, invocato perdono per i morti, che aveva lottato per fermare i suicidi; proprio lui aveva tradito? Una folla esasperata piombò sotto il municipio, proprio in quegli istanti il sindaco si stava buttando giù dalla finestra del suo ufficio.

E allora fu il caos, la città si sentì tradita, il panico e la furia si impadronì delle strade. Si istituì un comitato di emergenza e al minimo sospetto che qualcuno potesse essere un aspirante suicida partivano denunce, retate, raid punitivi. Nel terrore dei suicidi si giustiziavano innocenti, ma ormai ogni notte era un incubo; migliaia di occhi si ostinavano a rimanere aperti sul mondo dei vivi, straziavano coscienze, incancellabili, indelebili.

Dopo un anno la città era irriconoscibile, le strade una volta illuminate dalle vetrine e calpestate da folle di lavoratori, turisti e perditempo, sono deserte discariche di cadaveri, nessuno si prende più nemmeno la briga di ammonticchiare i cadaveri al lato della strada in attesa che l’esercito venga a ritirare gli inestinguibili suicidi. Tutto è abbandonato, i pochi rimasti vagano con occhi da pazzi blaterando strane e misteriose parole; ogni tanto arriva una troupe di scienziati a studiare il fenomeno ma nemmeno loro sono immuni dalla strana epidemia. Il governo, convinto della necessità che i morti debban rimanere morti, ha ormai cancellato da tutte le mappe anche il ricordo della cittadina.

Si dice che ormai non rimangono che poche centinaia di abitanti, che la natura benevola ha ripreso a coprir cemento, ferro, asfalto; che animali selvatici scesi dalle vicine montagne hanno sostituito l’esercito nella rimozione dei cadaveri, e che nelle notti senza elettricità, con la luna di latte a spadroneggiare nel cielo, ancora si sente ogni tanto un urlo, poi un tonfo; e da qualche parte, in qualche strano sogno, altri due occhi si spalancano sulla vita.