Riposa In Pace, Liu

Alle 5.38 di giovedì sera, nella città di Liaoning, provincia cinese a confine con la Corea del Nord, Liu Xiaobo è morto stroncato dal cancro. Aveva passato gli ultimi anni della sua vita nella prigione di Shenyang con la compagna poetessa Liu Xia, anch’essa prigioniera. La notizia in Cina è passata flebile, sottobanco, tenuta a bada dalla censura del web. Addirittura su alcuni portali è stato oscurato l’acronimo RIP (Rest In Peace). La censura si è abbattuta come una sentenza sull’uomo. Proprio come quando nel 2010 a Liu, considerato la voce di Tienanmen, fu impedito di ritirare il premio Nobel per la pace.

La figura di Liu è legata alla difesa dei diritti umani. Nel 1989, nonostante si trovasse negli USA, tornò in Cina per prendere parte alla protesta di Tienanmen e contribuì, per evitare scontri violenti, a far ritirare gli studenti dalla piazza quando il governo mise in campo l’esercito. In seguito alla protesta venne incarcerato per “propaganda e istigazione controrivoluzionaria”.

Prima della condanna definitiva del 2008, Liu Xiaobo venne incarcerato altre volte: nel 1996 venne condannato a trascorrere tre anni in un campo di rieducazione per “disturbi alla quiete pubblica”, dopo aver criticato il Partito Comunista e nel 2007 fu incarcerato e interrogato su alcuni suoi scritti comparsi su testate estere.

Ma la vera condanna arrivò l’8 dicembre del 2008. Liu fu arrestato per aver aderito a «Charta 08», manifesto sottoscritto inizialmente da 303 intellettuali e attivisti per i diritti umani cinesi allo scopo di promuovere una serie di riforme atte ad avviare un processo di democratizzazione della Repubblica popolare cinese. Le riforme richieste dai firmatari riguardavano temi come: separazione dei poteri, libertà di associazione, di riunione, di religione, di espressione, sicurezza sociale, tutela della proprietà privata, protezione dell’ambiente, elezioni (dal basso) e non più con nomina (dall’alto) dei funzionari pubblici, rispetto dei diritti umani ecc… Il documento toccava temi così sentiti che, dopo la pubblicazione, raggiunse quasi 10.000 adesioni in poco tempo.

Nonostante il dissenso del governo cinese, e proprio per l’azione avviata con «Charta 08» nel 2010 a Liu Xiaobo venne conferito il premio Nobel per la pace. La sua candidatura fu promossa da Václav Haval (uno dei firmatari di «Charta 77», documento di protesta cecoslovacco a cui quello cinese richiama), il Dalai Lama, André Glucksmann, Vartan Gregorian, Michael Moore, Karel Schwarzenberg, Desmond Tutu e Grigorij Javlinskij.

La motivazione:

«Durante gli ultimi decenni la Cina ha fatto enormi progressi economici, forse unici al mondo, e molte persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha raggiunto un nuovo status che implica maggiore responsabilità nella scena internazionale, che riguarda anche i diritti politici. L’articolo 35 della Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono delle libertà di associazione, di assemblea, di manifestazione e di discorso, ma queste libertà in realtà non vengono messe in pratica. Per oltre due decenni, Liu è stato un grande difensore dell’applicazione di questi diritti, ha preso parte alla protesta di Tienanmen nell’89, è stato tra i firmatari e i creatori di Charta 08, manifesto per la democrazia in Cina. Liu ha costantemente sottolineato questi diritti violati dalla Cina. La campagna per il rispetto e l’applicazione dei diritti umani fondamentali è stata portata avanti da tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di questa lotta».

La reazione del governo cinese all’assegnazione del Nobel fu comunque durissima: la diretta televisiva con il comitato del Nobel fu interrotta, i commenti dei leader occidentali censurati, l’ambasciatore della Norvegia venne richiamato e l’assegnazione del premio fu definita una «oscenità». Inoltre la moglie di Liu venne arrestata per evitare che prendesse contatto con giornalisti stranieri e la stessa sorte toccò in poco tempo a tutta la famiglia dell’attivista.

E ora, che le ceneri di Liu sono disperse nel mare, ancora si continua ad avvolgere di silenzio la sua esistenza. Perché se metà dei cinesi non sa del suo decesso, l’altra metà, probabilmente, neanche conosce la sua storia.

Riposa in pace, Liu.

Antonio Esposito