Th1rteen R3asons Why: il potere della verità

Th1rteen R3asons Why, ovvero Thirteen Reasons Why, è il titolo di un thriller psicologico scritto da Jay Asher, autore statunitense specializzato nella letteratura per adolescenti. Uscito nel 2007, è stato pubblicato in Italia nel 2008 dalla Mondadori. La storia comincia quando uno studente del terzo anno di liceo, Clay Jensen, trova, di ritorno da scuola, una strana scatola di scarpe davanti la porta di casa con dentro delle audiocassette e una vecchia mappa della città. Ognuna di queste è numerata su ogni lato da uno smalto blu elettrico, uno smalto che Clay conosce, sebbene non l’abbia ancora riconosciuto. Solo quando ascolterà la prima casetta della collezione si renderà conto che quel misterioso regalo è da parte di Hannah Baker, la ragazza di cui è segretamente innamorato che qualche settimana prima ha deciso di togliersi la vita, nella vasca da bagno, tagliandosi le vene e aspettando nell’acqua, in silenzio.

Ogni registrazione è la descrizione di un evento che l’ha spinta a morire. Ogni evento ha il suo protagonista, qualcuno che agendo in un determinato modo ha creato o inciso un dolore sottovalutato, schernito e infine esploso sorprendendo tutti, ammutolendo tutti. Clay capisce di avere così la possibilità di vivere la verità di Hannah, di scoprire tutti i suoi segreti, di comprendere le sue reazioni e la sua morte. Si rende conto, soprattutto, di essere uno dei tredici motivi che ha spinto quella ragazza per lui tanto speciale a buttarsi tutto alle spalle e sparire, ma non senza un ultimo colpo di scena.

Nel 2017 Netlfix ha prodotto una serie televisiva omonima ispirata al romanzo. È andata in onda dalla fine di Marzo e grazie al suo successo si prevede una seconda stagione nel 2018.

Gli attori protagonisti ‒ Dylan Minette (Clay) e Katherine Langford (Hanna) ‒ sono giovani esordienti a cui viene affidata una prova attoriale estremamente difficile, data la delicatezza dei temi trattati nelle puntate, e si mostrano in grado di fronteggiare l’ardua sfida con una disinvoltura ben più matura della loro età.

Ogni episodio è incentrato su un lato della cassetta: gli spettatori ascoltano attraverso le orecchie di Clay che ripercorre il percorso di Hannah, la cui voce-giuda crea un inquietante e triste contrasto tra la sua assenza e la sua presenza, ancora forte grazie al suo piano liberatorio. Passato e presente si alternano ‒ accompagnati da cambi di colore che filtrano le scene tra cromature calde (il passato) e fredde (il presente) ‒ fino a fondersi in una consapevole rottura del continuum narrativo, considerabile secondario rispetto alla rivelazione di tutti i segreti sotterrati: la crudeltà di gesti taciuti e terribili, con inevitabili conseguenze. Benché la guida sia Hannah, il vero protagonista chiaramente è Clay, lui e il suo cambiamento, l’evoluzione di una coscienza che entra in contatto con il dolore autentico.

Le scene nitide e ben studiate, un copione semplice e ricco di una suspense sempre ben distribuita, rendono questa serie televisiva godibile e dall’impatto emotivo tanto forte quanto ben gestito. Lo spettatore è portato a fremere fino all’ultima scena, a desiderare di capire la reale successione dei fatti.

Le ultime puntate sono cariche di commozione ed estremamente toccanti: le parole non dette ‒ perché spaventose o considerate inopportune ‒ scatenano tutta la loro violenza sui carnefici-vittime del lungo addio di Hannah. È non c’è nascondiglio o alcool o droga in grado di nascondere il peso del silenzio, e chi davvero ha coscienza di sé e di ciò che è successo impara con sforzo a conviverci e andare avanti, cercando di agire nel giusto, per quanto una persona possa.

Ci sono i buoni e cattivi, ma la bellezza di questa stagione sta nel dimostrare che ogni persona, ragazzo o adulto, è buona e cattiva e può agire egoisticamente o crudelmente per proteggersi, per divertirsi, per non sentirsi solo. Vittime di un ingranaggio sociale, in questo caso la scuola, si agisce per sopravvivere, spesso a scapito della pelle altrui. Non è certo un tema nuovo, come non lo sono il bullismo, i festini alcolici, la crudeltà adolescenziale, l’impotenza genitoriale e l’abuso in tutte le sue forme, psicologico e fisico, fino allo stupro, il suicidio. Benché questi siano infatti argomenti conosciuti e trattati, è il modo in cui vengono gestiti a essere nuovo: senza filtri. La nitidezza delle immagini risulta sorprendente e audace. Osservare un’aggressione sessuale, in tutta la sua crudezza, o una ragazza che si taglia le vene senza che la telecamera distolga mai il suo sguardo è una scelta importante e decisa.

Sono state mosse molte critiche nei confronti della serie, a causa dell’impatto emozionale che determinate scene possono generare nelle ancora plasmabili menti giovanili. Tuttavia il successo è stato innegabile. Al di là dei giudizi mossi contro questa “politica della trasparenza”, ciò che può essere considerato interessante è comprendere il messaggio di Thirteen Reasons Why: la fragilità emotiva che non va mai sottovalutata, l’ipocrisia dei rapporti umani, o semplicemente una storia, finita nel peggiore dei modi.

Un personaggio, nell’ultima puntata della stagione, pronuncia un commento che è degno riassunto di tutta la serie: «È straziante». Ed è nello strazio continuo la carica emotiva di questa storia.

Marcella Maria Caputo