RACCONTO: Il trionfo di un moderno ovvero: Mandi a chiamare l’avvocato – Sherwood Anderson

Il racconto di Sherwood Anderson è tratto da L’uomo che diventò donna (Traduzioni di E. Antonini, M. Pirulli e L. Starace, edizioni Cliquot, 2015).


Poiché mi sono preso l’incarico di provare a raccontarvi una storia curiosa in cui io stesso sono coinvolto – in maniera prettamente secondaria, come senz’altro capirete – comincerò dicendovi un paio di cose sul mio conto.
Benissimo allora, sono un uomo di trentadue anni, piuttosto basso, con i capelli castano chiaro. Porto gli occhiali. Fino a due anni fa vivevo a Chicago, dove lavoravo come impiegato in un ufficio, il che mi permetteva di vivere abbastanza bene. Non mi sono mai sposato, perché ho un certo timore delle donne; quelle in carne e ossa, per così dire. Nella mia fantasia e immaginazione sono sempre stato molto audace, ma le donne in carne e ossa mi hanno sempre terrorizzato. Hanno un modo tutto loro di sorridere placidamente, come per dire… Ma adesso non prendiamo questo discorso.
Sin da bambino ho sempre sognato di fare il pittore, non, lo confesso, per il desiderio di creare qualche grande capolavoro artistico, ma per la semplice e unica ragione che ho sempre pensato di essere attratto dalla vita che fanno i pittori.
Mi è sempre piaciuta l’idea (cerchiamo di essere sinceri) di andarmene in giro con il cappello sulle ventitré, sfoggiando un bel paio di baffi e un bastone, e parlare con nonchalance di cose come la forma, il ritmo, gli effetti di luce e le masse, le superfici, ecc. ecc. Nella mia vita ho letto un sacco di libri sui pittori e sul loro lavoro, le loro amicizie e i loro amori, e quando ero a Chicago, povero e costretto a vivere da solo in una stanzuccia, vi assicuro che sono sopravvissuto a tante serate scialbe e noiose immaginando me stesso come un pittore di fama mondiale.
Era pomeriggio e, avendo finito il lavoro della giornata, mi sono messo a passeggiare fino allo studio di un altro pittore. Stava ancora lavorando e nella stanza c’erano due modelle, due donne nude che se ne stavano lì sedute. Una di loro mi ha sorriso, in un modo che mi è sembrato un po’ malinconico, ma puah, sono troppo disincantato per cose del genere.
Attraverso la stanza fino a raggiungere la tela del mio amico e mi fermo a osservarla.
Ora lui mi sta guardando, con l’aria un po’ ansiosa. Sono io il migliore dei due, capite. È un fatto riconosciuto, in franchezza e libertà. Tutto si può dire contro il mio amico ma non che abbia mai preteso di eguagliarmi. In effetti, ovunque io vada, è generalmente indiscusso che sono il migliore dei due.
«Allora?» dice il mio amico. Vedete, pende letteralmente dalle mie labbra, come si suol dire; insomma, aspetta che io parli con l’aria di un condannato a morte.
Perché? Diavolo! Perché delega tutto a me? È faticoso portarsi sulle spalle tanta responsabilità. Un pittore dovrebbe essere il giudice del proprio lavoro, e non mettere in imbarazzo i colleghi facendo domande. È questo il mio metodo.
Benissimo allora. Se parlo severamente è solo colpa tua. «Il giallo che hai usato è un po’ smorto. Il braccio di questa donna non riesco a sentirlo. In pittura bisognerebbe sentirlo, il braccio di una donna. Ti consiglio di cambiare tavolozza. Hai disperso troppo i colori. Riuniscili. Un quadro dovrebbe essere coeso, come una palla di neve fresca lanciata da un ragazzo che rimane attaccata a un muro.»
Dopo aver compiuto trent’anni, cioè due anni fa, ricevetti da mia zia, la sorella di mio padre per la precisione, una piccola fortuna che da lungo tempo sognavo di poter eventualmente ereditare.
Mia zia non l’avevo mai vista, ma da sempre continuavo a dirmi: «Devo andare a trovare la zia. L’anziana signora ce l’avrà con me e quando morirà non mi lascerà un centesimo».
E così, fortunello che sono, alla fine andai a trovarla proprio prima che morisse.
Partii da Chicago fermamente determinato ad arrivare fino in fondo alla faccenda, e non è colpa mia se non passai la giornata con lei. Sebbene mia zia fosse (e non sono così scemo da non capire che voi l’avete capito) una donna, avrei comunque trascorso la giornata con lei, ma fu impossibile.
Viveva a Madison, in Wisconsin, e arrivai lì un sabato mattina. La casa era chiusa a chiave e le finestre sbarrate con assi. Per fortuna, in quel preciso momento arrivò un postino che, quando gli dissi di essere il nipote di mia zia, mi diede il suo indirizzo. Mi riferì anche qualche notizia sul suo conto.
Erano anni che soffriva di febbre da fieno e ogni estate era costretta a cambiare aria.
Per me era un’occasione d’oro. Andai subito in un albergo e le scrissi una lettera, raccontandole della mia visita ed esprimendo, nel miglior modo che mi riusciva, il mio dolore per non averla trovata a casa. “Ce ne ho messo di tempo a decidermi, ma ora che mi ci sono messo credo che me la caverò piuttosto bene” dissi tra me.
Una strana sensazione si impossessò della mia mano, per così dire. Non so spiegare cosa fosse precisamente, ma appena mi sedetti capii con chiarezza che dovevo essere eloquente. In quel momento ero un vero poeta.
Innanzitutto, come si conviene quando si scrive una lettera a una signora, parlai del cielo. “Il cielo è pieno di nuvole screziate” affermai. Poi, e ammetto onestamente di averlo fatto con brutale noncuranza, mi definii pressoché devastato dal dolore. A dir la verità non avevo idea di quello che stavo facendo. Ero in preda a un delirio creativo, vedete. Le parole sgorgavano dalla mia penna come un fiume in piena.
Ero arrivato, dissi, dopo un lungo e faticoso viaggio alla casa della mia unica parente donna, e lì lasciai cadere nella lettera un’allusione al fatto che ero orfano. «Immaginatevi» scrissi «il dolore e la pena del mio cuore nel trovare la casa vuota e le finestre sbarrate».
Fu così, seduto in quell’albergo a Madison, in Wisconsin, con la penna fra le dita, che feci la mia fortuna. Qualcosa di audace ed eroico mi invase l’animo, e così, senza un attimo di esitazione, nominai nella lettera ciò che mai si dovrebbe nominare davanti a una donna, a meno che non si tratti di una parente anziana, e forse anche in quel caso solo se si è un medico: parlai dei seni di mia zia, usando il plurale.
Avevo sperato, dissi, di poggiare la testa affaticata sui suoi seni. A dir la verità mi ero ubriacato di parole, e come sono contento adesso di averlo fatto. George Moore, Clive Bell, Paul Rosenfeld e altri fra i più talentuosi scrittori della nostra lingua hanno scritto un sacco di cose sui pittori e, come ho già spiegato, non esisteva a Chicago un solo libro o articolo di giornale in inglese sui pittori, sulla loro vita e sulle loro opere che non avessi letto.
Quello che ora mi sto sforzando di trasmettervi è un po’ dell’orgoglio che sento per la mia impresa letteraria in quell’albergo a Madison, in Wisconsin, e di certo, se in quel momento sono stato un artista, nessun altro artista ha mai ricevuto un riconoscimento così immediato e sincero.
Dopo aver parlato di poggiare la testa affaticata sui seni di mia zia (povera donna, morì, senza avermi mai visto) feci in modo di dare l’impressione generale – che d’altra parte era del tutto sincera e corretta – di una figura un po’ infantile, piuttosto disorientata, che vagava confusamente nella vita. Quell’immagine di me stesso, inventata ma abbastanza veritiera, partorita lì per lì dalla mia fantasia, si era fatta strada attraverso tetre paludi di malinconia, oltre le aspre colline dell’avversità e lungo gli aridi deserti della solitudine, verso l’unico luogo in questo mondo dove sperava di trovare riposo e pace, cioè il petto di sua zia. Nondimeno, come ho già spiegato, essendo io un vero moderno e pieno di moderna audacia, non usai la parola petto, come avrebbe fatto uno scrittore antiquato. Usai la parola seni. Quando finii di scrivere avevo le lacrime agli occhi.
La lettera che scrissi quel giorno occupò circa sette fogli di carta intestata dell’albergo – accuratamente riempita fino ai margini – e mi costò quattro cent spedirla.
“La spedisco oppure no?” mi domandai mentre uscivo dalla reception fermandomi di fronte a una cassetta della posta. La lettera era in bilico tra il mio indice e il pollice.
“Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò.”
L’indice della mano sinistra – tenevo la lettera nella destra – mi toccò il naso, la bocca, la fronte, gli occhi, il mento, il collo, la spalla, il braccio, la mano e infine colpì lievemente la lettera. Senza dubbio avevo tutta l’intenzione, sin dall’inizio, di imbucarla. Avevo fatto un lavoro da artista. Certo, gli artisti parlano sempre di distruggere le proprie opere ma in pochi lo fanno davvero, e quelli che lo fanno sono forse i veri eroi della vita.
Ed eccola dunque cadere nella buca con un piccolo tonfo e realizzare la mia fortuna. La lettera fu ricevuta da mia zia, che era costretta a letto da una malattia destinata a ucciderla – aveva, pare, altri problemi oltre alla febbre da fieno – e lei cambiò il testamento in mio favore. Aveva pensato di lasciare i suoi soldi, un bel gruzzolo che rendeva cinquemila dollari l’anno, a un fondo da istituire per lo studio di terapie contro la febbre da fieno – cioè in realtà, vedete, ai suoi compagni di sventura – ma invece li lasciò a me. Mia zia non riuscì a trovare gli occhiali e un’infermiera – possano gli dèi donarle giorni felici e un buon marito – le lesse la lettera ad alta voce. Entrambe ne furono profondamente commosse e mia zia pianse. Io vi sto solo riferendo i fatti, capite, ma vorrei suggerire che l’intero episodio potrebbe benissimo essere visto come una prova del potere dell’arte moderna. Sin dall’inizio sono stato un fermo sostenitore dei moderni. Sono uno che, come direbbe un critico d’arte, ha attraversato da protagonista le diverse epoche. Prima sono stato un impressionista e poi un cubista, un postimpressionista e persino un vorticista. Tantissime volte, nella mia vita immaginaria di pittore, mi sono lasciato trascinare dall’entusiasmo. Per esempio ricordo il periodo blu di Picasso… ma non prendiamo questo discorso.
Ciò che sto cercando di dire è che grazie a questa fede nella modernità, se mi è permesso di usare questo termine, ho scoperto in me una particolare audacia mentre sedevo nella sala di scrittura di quell’albergo a Madison, in Wisconsin. Ho usato la parola seni (al plurale, capite) e chiunque ammetterebbe che si tratta di una parola audace e moderna da usare in una lettera a una zia che non si è mai incontrata. Ha unito me e mia zia in un’unica famiglia. Il suo pudore non avrebbe mai potuto ammettere altro.
E quindi, mia zia ne fu davvero commossa. In seguito parlai con l’infermiera e le feci un regalo piuttosto sostanzioso per la parte che aveva avuto nella faccenda. Dopo la lettura della lettera, mia zia provò un irresistibile trasporto verso di me. Si girò verso il muro, con le spalle tremanti. Non pensate che non mi senta commosso anch’io mentre scrivo. «Povero ragazzo» disse mia zia all’infermiera «gli renderò le cose più facili. Mandi a chiamare l’avvocato».

Sherwood Anderson