Kureishi e lo zero come estremo

Una notte – proprio adesso che sono vecchio, malato, totalmente a secco di sperma e abbastanza pieno di problemi per conto mio – li risento, quei rumori.
Non c’è dubbio: nella camera di Zenab, accanto alla mia, stanno facendo l’amore.

– Uno zero [Hanif Kureishi, Bompiani, 2017, p.7]

 

Una delle cose migliori di questo libro, l’ultimo romanzo di Hanif Kureishi, è proprio quest’incipit riportato in apertura. Un inserimento in media res da manuale che ci permette di inquadrare in pochissime righe tutto il libro. Vecchiaia, malattia, sesso e incapacità di fare sesso. Kureishi ci dice già tutto.

L’altro punto veramente grande di questo romanzo è l’explicit. Una riga e mezzo dal tono perfetto che chiude in bellezza Uno zero.

Quello che c’è in mezzo, invece, è più problematico.

Le tematiche sessuali e scatologiche sono presenti in tutta l’opera di Kureishi. Pensiamo già al Budda delle periferie, ai racconti di Love in a blue time e Mezzanotte tutto il giorno come Il racconto dello stronzo e Il pene. Qui ci troviamo davanti a una sorta di summa di tutto ciò che è basso o laterale. Di tutto ciò, insomma, che può colpire l’attenzione del lettore. Qui c’è un primo problema: sembra che Kureishi voglia strafare. Non solo nei termini, ma anche nelle situazioni presentate. L’ossessione per il sesso domina l’intero romanzo nelle più diverse sfaccettature, e sebbene le motivazioni dei personaggi siano tutto sommato credibili e coerenti, l’accumulo di questi caratteri rende l’atmosfera fittizia.

E nel gioco di dialoghi e scene, di percezioni sensoriali e immaginazione, il lettore resta calato a un livello intermedio. Kureishi cerca di mettere in scena una sorta di thriller leggero e umoristico – un black humour, date le condizioni del protagonista – che non riesce a divertire in senso stretto, né a tenere vincolati all’aspettativa. Ha, insomma, elementi dell’uno e dell’altro, ma non riesce a fonderli e ad acquistare un’identità, restando in un bilico pericoloso e scarsamente emotivo.

Questa mancata presa di posizione è presente in tutto il libro. Lo stesso titolo (che non è numerico, ma articolo e sostantivo. Quest’ambiguità è data dalla traduzione italiana. In originale è The nothing) sembra riferirsi almeno a due personaggi: Waldo, il narratore omodiegetico vecchio, ridotto a un nulla dall’età e dalla malattia, e Eddie, ciò che più si avvicina a un antagonista in questo intreccio, che è poco più che un pusillanime, un nulla anche lui.

Uno zero, però, non è solo negativo. È una storia che affronta un punto di vista differente da quelli a cui la letteratura normalmente ci ha abituato. È una storia che riesce a tenere camuffato l’intrigo per la prima metà del libro, rendendoci incapaci di capire se ciò che Waldo percepisce è reale o solo frutto della sua senile immaginazione. È un libro sul desiderio e sulle conseguenze del desiderio confinato e inespresso.

Si tratta di un romanzo, in fin dei conti, forzato. L’impressione è che fosse nato come storia di intrecci e rapporti, una storia sul significato dell’amore, sul desiderio e sul sesso in terza età, ma che poi sia stato farcito di elementi di mistero e thriller – pur non aggiungendo alcuna suspense o adrenalina –, con un’esagerazione anche nel linguaggio per fornire al lettore una forza più dirompente delle immagini, e con un leggero humour. Questo ha indebolito la trama, ha indebolito quella che era la parte più interessante, e cioè il rapporto di Waldo con la moglie Zee, di vent’anni più giovane, all’interno di una situazione traballante come un tradimento ai danni di un uomo in punto di morte e quasi paralizzato. Questo è – o sarebbe dovuto essere –  il punto forte del libro, una storia che Kureishi sarebbe stato capace di rendere d’impatto e profonda, come le sue produzioni precedenti ci insegnano.

Uno zero è un romanzo che sarebbe potuto essere interessante, e che si limita a essere un libro godibile per un pomeriggio estivo. Ed è sempre brutto quando si ha davanti un’occasione sprecata.

Solo due i pezzi magistrali, si diceva in precedenza. Aperto l’articolo con l’incipit, va chiuso con l’ultima riga e mezzo. Perché Kureishi sa scrivere. Forse è solo un po’ sottotono.

 

Morire non è poi tanto male. Provateci anche voi, un giorno o l’altro.

– Uno zero [Hanif Kureishi, Bompiani, 2017, p.125]

 

Maurizio Vicedomini