Il romanzo massimalista e il lettore fregato

[…]fornire un’immagine talmente completa di Dublino che, se un giorno la città dovesse improvvisamente scomparire dalla faccia della terra, potrebbe essere ricostruita sulla base del mio libro.
– James Joyce [Citato in F. Budgen, James Joyce and the making of the “Ulysses” and other writings]

Questa è un’affermazione (una pretesa molto grossa) che i nostri amici massimalisti, veri sadici, hanno preso troppo sul serio. Senza esagerare possiamo tranquillamente dire che tutto l’operato massimalista, che dagli anni Trenta si dispiega fino agli inizi del Duemila, e ai giorni nostri, dal punto di vista strutturale, dallo sguardo profondo nei confronti del reale e dalla spasmodica applicazione dello stream of consciousness, deve la corona di maestro all’irlandese James Joyce; autore dell’Ulisse. Un romanzo che affronta, o meglio sfida, la critica di ogni tempo. Apparecchiando un tavolo carico di consapevolezza, quasi arroganza, di queste dimensioni:

Ho inserito così tanti enigmi e puzzle nelle mie opere da occupare gli studiosi per almeno 200 anni su quello che volevo dire.

I massimalisti, con un occhio su l’Ulisse e l’altro sul loro romanzo, cominciano a dipingere pagine in cui le descrizioni (le quali sortiranno in pochissimi casi l’effetto di pausa narrativa) non lasciano spazi vuoti, crepe bianche, planano su ogni luogo, scavando per bene senza trattenersi mai in superficie, trivellando fino allo sfinimento, scoprendo ovunque l’oggetto contemplato, e sporgendosi oltre le cose che interessano le principali linee narrative (raccontando quello che non riguarda nessuno); così che alle porte del lettore un mondo nuovo sembra bussare con irruenza.

Data l’iperdescrizione e una penna troppo invadente, che non lascia appigli, il lettore non ha spazio per immaginare, per farsi un’idea, per divincolarsi dal bussare irruente; ogni scena è descritta minuziosamente, senza preoccuparsi di stufare il lettore, tanto da ricreare perfettamente ogni cosa nell’immaginario di quest’ultimo, senza lasciare sfumature, sbavature e quindi senza che questi si azzardi a muovere un dito per delinearne i contorni.

Il lettore si ritrova al cospetto di palazzi infuocati colmi di informazioni. Tenta di bypassarli, di scansarli, di non concedergli importanza, di guardarli da lontano, o almeno è quello che crede di fare; ma resta bruciato. Tutte le informazioni presenti nel romanzo sparse con ordine costruiscono una rigida struttura monumentale sul suo livello inconscio. Sedimenti che vengono archiviati e che fungono da corollario, da braccioli, sopra i quali il lettore, rilassandosi, poserà comodamente gli avambracci.

Privato della sua capacità immaginativa e condizionato dalle imponenti strutture massimaliste, dalle immense ipotiposi, dalle informazioni-fiume, il lettore viene inghiottito per davvero. Il romanzo lo prende seriamente, lo coinvolge, proponendogli nuovi universi e nuove realtà sulla quale distendere la sensibilità dei propri sensi. Il mondo nuovo smette di bussare e spalanca la porta del lettore.

A questo punto però la letteratura sembra offrirci un operato che ci culli troppo dolcemente, che ci prenda per mano e ci trasporti come tanti bambini, delicatamente, facendosi visitare e chiedendoci in cambio solo il grande sforzo di farsi leggere; è evidente il forte accostamento che c’è rispetto a quello che oggi, nel ventunesimo secolo, denominiamo come “roba commerciale” (estendendo il campo a ogni tipo d’arte). Allora, senza ulteriori giri di parole, la letteratura col massimalismo compie un’inversione di marcia, un passo falso, inizia ad auto-divorarsi, a mordersi la coda (a stare alla larga ma il più vicino possibile a un certo tipo di concezioni). Non supera la televisione né le resta dietro, ma ne ricrea i meccanismi illusori, di attaccamento morboso, assomigliando allo show lento e appannante, monotono e infruttuoso, che fa digerire ore e ore di trasmissioni proprio perché perfettamente si adattano alle predisposizioni mentali di chi le segue. Al lettore è concesso il massimo della passività, simile a quella provocata da immagini che si susseguono con velocità e che imbambolano tristemente.

Il lettore “che poteva dire di leggere” e quindi fare qualcosa di funzionale, con questo tipo di scrittura è tagliato completamente fuori, è messo alle porte. La scena è tutta dell’autore che non accompagna ma aggancia il proprio lettore senza mai lasciarlo solo a riflettere, a rimuginare, a sospirare, a farsi un’idea di ciò che legge; e al momento giusto lo sbatte fuori a calci nel culo.

Il mondo nuovo ha infilato la testa dentro e saluta il lettore con un sorriso.

I massimalisti sono geniali, o, almeno, è quello che ci hanno fatto (e ci fanno) credere. Ma, ad analizzare certi loro meccanismi, possiamo dire che è un qualcosa di diverso: siamo stati fregati.

Alessandro Urgesi