Giovanni Bernini, il poser di Jacob Rubin

Il miracolo del mondo, signor Vandaline, è che nessun travestimento è perfetto. In ogni persona, non importa quanto sia elegante, esiste una cucitura, un filo che spunta. È come un brufolo che il fondotinta non riesce a coprire, una zona di capelli più radi. Spesso questo filo è la cosa che passa quasi inosservata: un labbro morsicato, un lieve sospiro. Ma se tirato dalle mani giuste, quel filo svela l’intera persona.

C’è chi crede che l’arte dell’imitazione sia un’esagerazione, la capacità di cogliere un elemento dissonante, smaccato, peculiare in una persona e portarlo alle sue estreme conseguenze. Una capacità, quindi, dell’occhio in accordo con l’intelletto, di pochi, che consiste nel far propria la crepa più profonda dell’altro. Quella attraverso cui ci si guarda dentro.

Jacob Rubin, musicista, comico e sceneggiatore, con il suo romanzo d’esordio del 2015, Il ladro di Voci (Tho poser, in lingua originale) fa sua quest’arte e mette in scena una storia ironica e profonda. Un romanzo dove l’identità, il tentativo di riconoscersi in un contesto, o ancor più, in una società fanno da nucleo nell’esistenza d’un giovane ragazzo disorientato.

Il protagonista è Giovanni Bernini, cresciuto senza padre, un italiano scappato al momento giusto per evitare responsabilità da genitore, e una madre eccessivamente affettuosa che riconosce nel figlio una straordinaria empatia. In realtà quella di Giovanni non è pura e semplice, seppur fuori dal comune, empatia. Il protagonista di Rubin ha un dono: può imitare tutti, compagni di classe, professori, parenti, perfetti sconosciuti. Giovanni riesce in poche mosse a riconoscere il filo che sporge in chi gli sta di fronte e ne coglie l’essenza, e la ripropone.

L’imitazione è un pretesto per parlare di identità. Il romanzo di Rubin è ben scritto, ha una trama originale e non si disperde in continue dissertazioni sul soggetto, o sul rapporto dell’io con l’altro. Ma, disseminate nel testo, si ritrovano spie narrative utili a poter dare un senso a tali argomentazioni. La presa di coscienza di Bernini nel sentirsi immaginario, oppure l’accusa, confessata con un misto d’invidia dai suoi interlocutori, di riuscire a vivere le emozioni attraverso gli altri, per quindi meglio metabolizzarle e forse soffrirne meno, sono forse i veri momenti in cui Il ladro di voci trova uno sviluppo verticale, di profondità, prima che nella sezione finale Bernini possa confrontarsi con un terapeuta capace di fargli guardare in faccia il demone che porta dentro.

Certo, da qualche tempo la letteratura ha messo da parte le strutture psicanalitiche e la sezione finale de Il ladro di voci, pertanto, potrebbe sembrare anacronistica, ma in realtà qui si palesa la volontà dell’autore di riportare la psicanalisi a quei tempi in cui una certa rigorosità scientifica le era riconosciuta.

Ecco, infatti, come rispondeva in un’intervista a pochi mesi dall’uscita del libro:

Mio padre, mio nonno, mia zia e mio zio sono tutti psichiatri. Mio nonno, Theodore Isaac Rubin, ha scritto più di trenta libri, incluso un self-help bestseller, ed è stato un terapeuta prominente nel suo tempo. […] La terapia è diventata un cliché […]. Ma volevo dimostrare la nobiltà che c’è in essa, specialmente per chi la praticava in passato, quando l’impresa era fresca e audace e vincolata da principi rigorosi e quasi scientifici. Il film di David Cronenberg A dangerous method ha mostrato questo, penso: l’esenzione consapevole di un ego interferente e il sapore di sperimentare a fondo la cosa.[1]

Ma forse l’imitazione è anche un pretesto per parlare dell’amore, in senso lato, della capacità di amare e essere amati. All’interno de Il ladro di voci, il dono di Bernini definisce i rapporti, li declina, li spezza o li rafforza. Un meccanismo complesso dove il gioco di voci scandisce le relazioni viaggiando su una sola corda vocale.

Giovanni Bernini è, insomma, un personaggio capace di canalizzare in sé tutto quanto è sentito da chi gli sta intorno. Un poser – per richiamare il titolo originale – incapace di appartenere a qualsiasi movimento culturale, gruppo sociale o sfera professionale ma capace di volta in volta di prenderne le sembianze. Bernini è il possessore di una finta qualità capace di stare sempre sul crinale, tra la realtà effettiva e quella che il dono può proporre.

Antonio Esposito

 [1] http://www.bookforum.com/interview/14393