Il seducente gioco della scrittura di Auster in “Trilogia di New York”

Tre racconti – Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa – uniti da un filo invisibile, non da una storia, né da un personaggio, ma da una sensazione. È il sentimento del vuoto, dell’inafferrabile, di una verità che è a pochi centimetri dalle nostre dita e che ci sfugge continuamente. È la sensazione di trovarsi in un mondo parallelo, sotto lo stesso cielo di chi vive inseguendo la propria vita, ma in una dimensione diversa. Al di là di un confine intangibile in cui la città si trasforma in un luogo infestato da fantasmi.

paulauster-trilogiadinewyorkTrilogia di New York non è una storia horror, i fantasmi non hanno lenzuoli sulla testa e non sbattono porte. Sono ricordi, allucinazioni, scopi impossibili verso i quali si tende, sono le storie che ci tormentano e alle quali cerchiamo inutilmente di dare un senso.

È difficile riuscire a parlare dei tre racconti distintamente, i confini delle storie sono talmente labili che finiscono col mescolare personaggi, strade, appartamenti. Trilogia di New York è un unico grande racconto che vuole incastrarsi in tre storie diverse. Quella di Quinn scrittore di romanzi gialli che gioca ad essere il protagonista di una delle sue storie, capitolando nella follia (Città di vetro). Quella Blue, investigatore privato che deve pedinare Black, ma è a sua volta pedinato (Fantasmi). E quella di uno scrittore che si appropria della vita di Fanshawe – un amico d’infanzia misteriosamente scomparso – ne sposa la moglie, ne adotta il figlio e ne cura la pubblicazione dei manoscritti (La stanza chiusa).

 

Le tre storie hanno una loro autonomia ma si avverte in modo chiaro il legame con le altre e l’intenzione dell’autore di inserirle in un unico progetto narrativo. In tal senso, Auster utilizza degli elementi di congiunzione: prima di tutto l’ambientazione, New York, presente in tutte e tre le storie come scenario vivo ma immobile in cui i tre protagonisti muovono le pedine del loro gioco. Poi le ripetizioni. Alcuni nomi vengono ripetuti nei racconti generando confusione nel lettore e allo stesso tempo rendendolo parte di questo ciclo di esistenze in cui tutto si ripete, ma in modo diverso ogni volta.

Non soltanto i nomi, ma anche alcuni oggetti sono sempre presenti. Ne è un esempio il taccuino su cui i protagonisti prendono appunti su ciò che gli accade. Potremmo quasi affermare che la scrittura all’interno delle storie corra su un binario parallelo a quella che l’autore realizza nel mondo reale. Non a caso, uno dei personaggi del primo racconto, Città di vetro, è uno scrittore di nome Paul Auster.

La si potrebbe definire “metaletteratura”, ma è qualcosa di più. È più complicato e più seducente di così. È l’ennesimo gioco di sensazioni, è l’espediente narrativo con cui Auster confonde il lettore e gli impedisce di restare sul binario della storia narrata senza porsi domande e senza fermarsi di tanto in tanto per cercare di capire cosa sta accadendo. Quel labile confine tra i racconti si infrange con facilità e si appropria di tutto lo spazio circostante, anche oltre le pagine del libro. Il lettore e continuamente dentro e fuori la storia, nascosto in un angolo a farsi domande o al centro della scena inseguendo il protagonista.

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Di certo, non una lettura semplice. Auster tende a essere ostico e a imbottire le sue storie con lunghe pagine di dissertazioni su antichi miti, leggende, credenze. Ma sono gli elementi con cui dona spessore alle sue storie, ne realizza la compiutezza e le rende più impalpabili e affascinanti. Un gioco di domande, elucubrazioni, spaesamenti, da cui il lettore è magneticamente attratto e incapace di divincolarsi.

Per la prima volta Paul Auster ci parla di New York rifuggendo dal comune stereotipo della grande città americana in cui la vita scorre velocemente tra corse in metropolitana, hot dog mangiati camminando per strada, alti palazzi in sfumature di grigio, degenerazione, alcool, droga. Auster scava in profondità, regala a questa città di vetro un’anima, una vita propria, pulsante e invisibile. Trilogia di New York abbatte i confini del tipico romanzo nord americano e regala alla Big Apple quel fascino tipicamente europeo, fatto di scenari sognanti e allucinati e personaggi scossi da un’insondabile tremore interno che li rende pronti a tutto.

Anna Fusari