Beatrice Morra, giovane napoletana classe ’96, ha questo coraggio e lo dimostra con i suoi undici racconti e le sue oltre centoquaranta pagine, che compongono I Fiori del Giorno, il suo primo volume. Un coraggio, però, intelligente, che si dimostra tale nella sapiente costruzione del lavoro. L’espediente utilizzato da Beatrice Morra è quello di rendere la propria raccolta simile, strutturalmente, a un romanzo, attraverso escamotage evidenti ma mai fastidiosi. L’inizio e la conclusione del libro, i racconti di apertura e chiusura, si servono degli stessi personaggi, seppur di differenti punti di vista; l’utilizzo di nomi simili o uguali attribuiti ai personaggi dei vari racconti lega le diverse trame tra loro come se un filo invisibile di colore rosso, attraversasse ogni singolo racconto. Ma trattasi soltanto di una sensazione, voluta e ben costruita, amplificata dalla coerenza narrativa e stilistica di ogni novella che, seppur diverse tra loro, si stagliano innegabilmente su un’atmosfera comune: Napoli e le sue sfumature.
È dunque la città partenopea, la sirena – protagonista anche di uno dei racconti di Morra – tanto chiacchierata, tanto affascinante, tanto in continua contraddizione con se stessa, a conquistare i riflettori della scena. Sembra lei la vera protagonista de “I Fiori del Giorno”, lei, svelata a poco a poco, mostra tutte le sue piccole multiformi facce attraverso le storie ordinarie – straordinarie – dei personaggi che come in una sfilata di maschere si presentano, pagina dopo pagina al lettore.
Sarebbe inutile raccontare la trama dei vari racconti de I Fiori del Giorno, c’è tanto da dire su questo volume, e non è il caso di perder tempo ad anticipare fatti e vicende ai futuri fruitori. Si parla di amore, di morte, di malattia e sogni infranti, di inizi, speranze e conclusioni amare. Sfogliando le pagine del volume s’inciampa in una miriade d’intrecci e di situazioni topiche, elaborate con discreta fantasia: lo scontro generazionale tra padre e figli, il rapporto con il mondo del lavoro, l’omosessualità, l’abbandono, sono tutti temi che in un modo o nell’altro vengono sfiorati e trattati con rispetto e cura. Più di tutti, tema centrale, la “ruota di carro” che caratterizza ogni plot, è la mancanza, declinata in diverse forme: ora mancanza d’affetto, ora di forza, ora di sogni, ora di tempo. La mancanza domina sovrana tutto il flusso narrativo di Morra, attraversa i personaggi e i loro cuori, contribuendo maggiormente ad amplificare la sensazione di unità che intercorre in ogni narrato.
La lettura de I Fiori del Giorno risulta piacevole, ammaliante, la particolare bravura dell’autrice nel soffermarsi su piccolissimi dettagli e l’accurata capacità descrittiva degli stessi è un tocco di classe degno di nota, che impreziosisce il lavoro senza stancare. Pur non essendo chiaro fin dall’inizio se il loro utilizzo sia utile ai fini della storia, oppure no, queste piccole sfumature, tinteggiate con disinvoltura, non risultano mai di troppo, ma affascinano e rapiscono.
Ciò che fa invece storcere il naso, perché le pecche anche se poco evidenti ci sono, dal punto di vista stilistico è la scelta e l’utilizzo delle parole. Seppur abile nell’utilizzo di uno stile sempre coerente e ritmicamente valido, lo stesso risulta poco moderno, eccessivamente distante dalla realtà quotidiana. L’utilizzo di termini stilisticamente datati – “cornetta” per indicare il telefono, un esempio fra tanti – in un contesto temporalmente non ben stabilito, risulta straniante agli occhi di un lettore contemporaneo che, aprendo il libro, si aspetta di poter confrontare se stesso con le storie e le situazioni narrate. L’empatia avviene, ma con i personaggi, lo ripeto, non con l’ambiente circostante, sempre troppo ovattato, tropo vaporeo, mai concreto. Napoli, le case, i quartieri, le panchine, il mare, il porto, sembrano dipinti con così tanta cura, troppa cura, da non risultare realistici. Le “maschere” che prendono vita attraverso le parole di Morra, si muovono all’interno di quadretti iperrealistici inadatti a restare impressi sulla retine del lettore. È una Napoli troppo romantica quella descritta da Morra, per quanto la si provi a sporcare in ogni pagina.
Cosa vuol dire, ancora oggi, parlare di Napoli, in modo così innamorato? Cosa significa provare a raccontare ogni sfumatura di un luogo tanto difficile da descrivere per via dell’infinità delle sue peculiarità? Significa lottare con il rischio continuo, e pesante, di cadere nell’esercizio di stile, di perdersi in un labirinto di stereotipi da cui è impossibile uscire. Significa focalizzarsi più sul tentativo di evocare il profumo di una tazzina di caffè che il tremore di una mano stanca per la rabbia. Significa cercare di dipingere la vastità del mare invece che la muffa secolare delle pietre di tufo. Significa cedere il passo al sentimento e credere di descrivere oggettivamente una realtà che invece si guarda attraverso un filtro rosso d’amore.
Manca il disincanto.
Sono lontani i tempi della Ortese, della Serao; sono lontani i tempi dell’obiettività e del “servizio” che la scrittura compiva per la comunità. Oggi restano le letture, dolci, complete, complesse e gradevoli. Ma restano?
Sergio Mario Ottaiano
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