Chi era Joseph Pulitzer?

Alla sua morte, nel 1911, Joseph Pulitzer trasferì tutti i suoi averi alla Columbia University. Parte del suo lascito fu utilizzato per istituire nel 1912 una Scuola di giornalismo (oggi la più prestigiosa degli Stati Uniti), e solo a partire dal 1917, per le categorie reporting, editoriale, storico e biografico, venne assegnato il noto premio che prende il suo nome.

Allo stato attuale il Pulitzer viene assegnato ogni anno nel mese di aprile. Le categorie premiate sono ventuno, suddivise in Giornalismo e Arti e lettere.

Per il Giornalismo vengono premiati articoli di pubblico servizio, le breaking news (ultim’ora), articoli investigativi, locali, nazionali, internazionali, di commento, critica, editoriali, editoriali in vignetta, fotografie dell’ultim’ora, fotografie caratteristiche e il miglior articolo dell’anno. Per Arti e lettere i premi vanno a narrativa, drammaturgia, storia, biografia e autobiografia, poesia, saggistica e musica.

Il vincitore nella categoria di pubblico servizio nel giornalismo riceve una medaglia d’oro, lasciata alla testata, gli altri venti vincitori ricevono, invece, un certificato e una ricompensa in contanti di diecimila dollari statunitensi.

Negli Stati Uniti il premio Pulitzer è considerato la più alta onorificenza nel campo del giornalismo, della letteratura e della musica, ma chi era Joseph Pulitzer? E come arrivò a istituire un premio di tale pregio? Ci sono in giro molte biografie su di lui, molte di carattere celebrativo, altre arricchite da aneddoti che alimentano la mitografia del personaggio ma non danno giustizia ai fatti storici.

Joseph Pulitzer nacque a Makó nel 1847, in Ungheria. Nel 1864 si trasferì negli Stati Uniti d’America, prendendo parte alla guerra di secessione. In seguito si stabilì nel Missouri, dove cominciò a lavorare per un quotidiano in lingua tedesca, il Westliche Post, che cinque anni dopo acquisto per la cifra di 2.700 dollari, contribuendo inoltre, col proprio lavoro, ad aumentare il numero di lettori della testata.

Nel 1883, ormai gettatosi nel mondo della finanza, acquisto per 346.000 dollari il New York World di Jay Gould. Con il World Pulitzer spostò il suo interesse verso notizie di interesse umano, scandali e sensazionalismi. Il suo scopo era fare da ponte tra la società statunitense e gli immigrati che affollavano New York alla fine del XIX secolo. Per fare ciò introdusse nel giornale rubriche innovative – oggi ampiamente diffuse – come gli annunci commerciali (vendita case, offerte di lavoro ecc.) e assunse nel 1885 Richard F. Outcault per ridefinire la grafica del giornale con illustrazioni basate sulla vita quotidiana dei quartieri più poveri. Così il World divenne in poco tempo un giornale di riferimento per la popolazione e in pochi anni passò da una tiratura di 15.000 copie a una di 600.000.

Mentre il giornale andava avanti, arricchendosi di firme prestigiose e partecipando alla vita pubblica del paese commentando vizi e costumi della società del tempo, nel 1982 Pulitzer propose a Seth Low, l’allora presidente della Columbia University di istituire una scuola di giornalismo e si offrì di finanziare il corso. Sarebbe stata la prima scuola di giornalismo al mondo ma l’offerta fu rifiutata, per poi essere ripresa nel 1902 dal nuovo presidente della Columbia, Nicholas Murray Butler. Il progetto però venne realizzato, come detto, soltanto nel 1912, un anno dopo la morte di Pulitzer.

Un gran risultato per la libertà di stampa si ebbe poi nel 1909 quando il World denunciò uno scandalo che riguardava un pagamento fraudolento di 40 milioni di dollari dagli Stati Uniti alla French Panama Canal Company. Per l’articolo Pulitzer venne denunciato da Theodore Roosevelt e John Pierpont Morgan, ma la corte lasciò cadere le accuse.

I meriti del giornalista e editore sono indiscutibili. Pulitzer ha rivoluzionato il giornalismo e ha saputo trovare, vivendo il suo tempo, la via migliore per parlare a un pubblico ampio. Ma ci sono altri aspetti dell’uomo che invece si raccontano poco. Joseph Pulitzer ha vissuto i suoi ultimi anni viaggiando sul proprio yacht, circondato da decine di collaboratori. Il lavoro incessante negli anni l’aveva reso cieco e la presenza di persone intorno, negli ultimi tempi, gli risultava necessaria per poter continuare a portare avanti il proprio lavoro e i propri impegni.

Tra i collaboratori c’era Alleyne Ireland che nel suo libro dal titolo Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo, racconta l’esperienza accanto al famigerato giornalista evidenziando anche i lati oscuri del suo carattere. Joseph Pulitzer è il libro – ricomparso in Italia di recente grazie a ADD editore – che contiene una delle frasi più celebri attribuite al giornalista.

Il “World” non è come il vostro “Times”, con i suoi quaranta o cinquantamila lettori istruiti. Viene letto da… be’, diciamo un milione di persone ogni giorno; ed è mio dovere assicurarmi che abbiano la verità. Ma non solo: devo presentargliela brevemente, affinché la leggano; chiaramente, affinché la capiscano; efficacemente, affinché la apprezzino; suggestivamente, affinché se la ricordino; e, soprattutto, accuratamente, affinché possano essere guidati dalla sua luce.

Questa frase, così formulata, compare sul sito web del premio Pulitzer, nelle sue biografie e in decine di manuali di giornalismo, con lo scopo di spiegare come si dovrebbero scrivere articoli, ma Joseph Pulitzer, in questa forma, non l’ha mai pronunciata; e così, non compare in nessuno dei documenti della sterminata mole di scritti che il giornalista ha lasciato. Fu Ireland a ridefinire le sue parole; è in questo libro che il messaggio venne così declinato. Nel 1914, a tre anni dalla morte di Pulitzer.

C’è un lato dell’uomo che non viene raccontato di solito, dicevo. La cecità degli ultimi anni aveva irrigidito il carattere di Pulitzer. La sua squadra di collaboratori, stando alla descrizione di Ireland era costretta a stare sempre sull’attenti, pronta a soddisfare le sue esigenze. Nella seconda edizione del libro Alleyne Ireland scelse come sottotitolo del libro An adventure with a Genius, probabilmente conscio del peso culturale che quell’uomo aveva avuto nella storia dell’editoria. Ma a leggere il diario di quei giorni in mare, si dubita della genialità del giornalista, piuttosto, sembra di trovarsi di fronte a un uomo vittima della smania di controllo, se non di potere. Ai collaboratori veniva richiesto costantemente di memorizzare articoli di giornale, selezionare brani di opere, organizzare rassegne e comparazioni tra articoli di testate differenti. Dovevano intrattenerlo a cena e leggergli prima di andare a letto, col tono necessario, brani di romanzo, improvvisare conversazioni argute e condurlo per estenuanti passeggiate. E tutto questo solo perché, anche in tarda età, il vecchio Pulitzer non voleva dar pace al suo cervello. Era un uomo instancabile, dalla memoria lunga e pretendeva in chi gli stava intorno le stesse caratteristiche. Senza discussioni.

Insomma, Joseph Pulitzer è stato uno dei migliori giornalisti della storia e un brillante editore. Il racconto di Alleyne Ireland, senza gettare ombre sulla sua figura, mostra però quali incrinature possono manifestarsi nella tempra d’un uomo che ha vissuto tutta la sua esistenza a servizio d’un ideale: di una notizia da raccontare, chiara, efficiente, alla portata di tutti e sincera. Quel vecchio cieco, borioso, saccente e impertinente descritto da Ireland forse mancava d’umanità ma ciò che resta di quanto ha fatto, la lunga ombra proiettata sulla storia, può essere riportato entro i limiti del genio.

Antonio Esposito