“Easy – Un viaggio facile facile”,

54048Lo sguardo itinerante di Andrea Magnani nel suo ultimo film Easy – Un viaggio facile facile è caratterizzato dalla tensione alla mobilità, l’idea che l’essere nel mondo e nelle cose implichi un continuo andare alla ricerca di luoghi, circostanze, incontri. L’importanza del ‘vedere’ come atto di coscienza viene postulata dal regista durante un’intervista con Paula Frederick della rivista «Sentieri Selvaggi». L’erranza visiva del film di Magnagni scaturisce dal bisogno di conoscere e vedere, dal desiderio di spingersi verso latitudini sconosciute oppure di muoversi à rebours, verso il tempo immobile del ricordo.

Isidoro (Nicola Nocella), per i familiari Easy, ha 35 anni ed è stato una promessa dell’automobilismo competitivo fino a quando non ha cominciato a prendere peso. Ora vive con la madre e si imbottisce di antidepressivi. Fino al giorno in cui il fratello gli chiede un favore speciale: un operaio ucraino è morto sul lavoro e la salma va riportata in Ucraina senza troppe formalità. Easy può così tornare a guidare… un carro funebre.

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La narrazione filmica di Magnani ruota intorno all’idea di personaggi in transito da un luogo all’altro, e questo movimento scaturisce spesso da una costrizione etica e sociale, che genera conseguenze emotivamente rilevanti. Più che una distrazione o un’eccitante avventura, il viaggio si rivela insieme una faticosa e ironica esperienza di autocoscienza, un lento percorso a ostacoli, fatto di promesse e mancati approdi. Magnani asseconda la naturale asprezza del paesaggio, la provvisorietà dei mezzi di trasporto creando così un linguaggio ibrido, che al realismo ‘poetico’ del documentario alterna la tentazione all’epica. La cifra peculiare del film sembra essere lo scontro tra stasi (l’isolamento, la reclusione) e movimento (il gioco, il viaggio), risolto mirabilmente dentro il carro funebre, una sorta di prigione mobile, sorvegliata da un ‘guardiano’ gelido e colpevolmente distratto Filo (Libero De Rienzo). Il viaggio di Isidoro è il primo gesto di ribellione di un cinema on the road che macina chilometri, attraversa pianure, scala montagne per poi arrestarsi di fronte all’incomprensibile mistero di ogni rapporto umano. Dietro la fisica consistenza del paesaggio, infatti, prende corpo una forte tensione etica, che prolunga lo sguardo del regista oltre la dimensione topografica, là dove a contare non è più la superficie delle cose ma la verità che emerge in controluce perché il viaggio è costellato di inconvenienti a volte provocatori di risate e in altri casi tendenti alla riflessione sullo stato dell’Unione. Non quella statunitense bensì quella europea. Perché in questo trasferimento verso Est con bara al seguito si ha modo di scorgere quell’Europa a due velocità di cui si è a lungo è parlato in un passato recente. Attaverso questo viaggio, viene fuori la realtà convulsa e contradditoria di un’Europa che è insieme consumistica e contadina, che vive tra grattacieli e casupole fatiscenti, tra fabbriche meccanizzate e duro lavoro dei campi.

Il fascino e la profonda carica suggestiva che lo caratterizzano, il tema e il mito del viaggio – in tutte le sue estensioni, espressioni e implicazioni – non poteva non esercitare una profonda influenza sul cinema che, infatti, da esso si è lasciato ampiamente sedurre nel corso della sua lunga storia, dalle origini e dai primi tempi del suo sviluppo fino ai giorni nostri e non solo nei cosiddetti road movies. Andrea Magnani ha saputo trovare una modalità originale per rileggere il tema dell’on the road. Quella che Isidoro incontra è un’umanità che vive ancora secondo ritmi dettati da una civiltà contadina in cui l’ambito naturale ha ancora un suo valore e in cui i riti hanno conservato una forte valenza simbolica. Parlando di spazi, Nocella occupa con grande abilità quelli delle inquadrature che Magnani gli cuce letteralmente addosso, come il suo loden sempre indosso, che diventa un feticcio di crescita, il ritratto del Dorian Gray Isidoro, che subisce ogni possibile devastazione nel corso del lungo viaggio per permettere al suo possessore di suturare le sue ferite, di tornare a sperare. Parlando di inquadrature, Magnani si nutre del cinema in cui le cose accadono ovunque: sullo schermo, ma anche al di fuori, giocando sulla reazione di chi è in scena (o di noi spettatori), più che sulla rappresentazione dell’azione in sé. Il tentativo di rievocare stilemi poco frequentati dal cinema italiano, ma tra i più entusiasmanti di questi anni, è un merito di questa opera prima in bilico fra favola di formazione e realismo, che riesce meglio quando a prevalere è il lavoro di interazione del suo protagonista con l’ambiente circostante, con le persone che incontra, specchiando la sua solitudine in quella degli altri, trovando disinteressata vicinanza nel punto più lontano dal suo divano di casa. Nicola Nocella riesce a dare a Easy i toni migliori e una credibilità concreta, capace di mantenere l’equilibrio che il film richiede sia nelle gag fisiche (poche ma sempre centrate) che nei molti silenzi in cui il suo personaggio lo costringe.

coverlg_homeNel film di Magnani predomina lo sguardo vero; uno sguardo attento ai minimi particolari, un’analisi minuta dei comportamenti. Non uno sguardo emotivo che corre il rischio di segnare, di enfatizzare la realtà, ma una visione sincera della realtà stessa, che il regista non prende mai in prestito, perché non si fa portatore di sguardi altrui. L’idea è che nello smarrirsi ci si può ritrovare in luoghi e situazioni che noi diamo per superate e invece esistono realmente anche se noi le abbiamo trasformate in fiction. La nostra società è costantemente ‘connessa’. Magnani lo mostra nella prima parte per poi man mano abbandonarla e entrare in un’altra realtà, una realtà che per conoscerla più estesamente e a fondo, sceglie di dar voce e luce a chi potrebbe non averla mai e a chi vive più ferocemente le contraddizioni e i problemi di incomunicabilità, frustrazione e solitudine del nostro vecchio mondo nuovo. Uno sguardo per imparare a riconoscere, e a combattere, le incertezze e le paure. E di trovare tutto quello che manca, cioè quel poco che serve: un sentimento, un futuro, qualcuno da amare.

Enrico Riccardo Montone