Racconto: Felicità – Zoltán Kőrösi

Il racconto di Zoltán Kőrösi è tratto dall’antologia Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? a cura di Tiziana Cavasino e Herta Elena Rudolph (traduzione di Dora Varnai, Caravan Edizioni, 2010)


Era già passata la mezzanotte, ma non aveva ancora iniziato ad albeggiare, quando Kertész si svegliò di soprassalto, pensando che probabilmente si doveva essere addormentato, era sudato per lo spavento, stava disteso sul proprio letto, cercava di respirare con la bocca aperta e si stringeva le mani sul petto, provando a frenare almeno un poco il disordinato battito del proprio cuore, guardava la luce riflessa sul muro, ma intanto, come se fosse il proseguimento del suo sogno, si ricordava chiaramente di aver appena visto un grosso uccello verde, che con lenti e silenziosi battiti d’ali volava sopra il loro palazzo, si sedette, con i piedi nudi cercò a tastoni le sue pantofole, e strisciando i piedi si avvicinò alla finestra, la luce della luna entrava in camera, Kertész ormai da molto tempo non tirava le tende, erano anni che non le tirava più, e ora grazie alla luce della luna piena c’era più chiarore all’esterno che nei meandri della casa, sui rami degli alberi brillava uno strato bianco di ghiaccio, non era vera neve, piuttosto una brina densa e compatta, che faceva un effetto strano, anche perché tra i palazzi la terra ghiacciata era rimasta nera, da qualche luogo, forse dal fiume, o dall’altra parte della città, arrivava un ronzio cupo, un mormorio, e anche una specie di ticchettio, come di un enorme macchinario che sferraglia a vuoto, e così possiamo rinunciare a un Natale bianco, disse Kertész, e poi aggiunse: che ore saranno, non è ancora l’alba, e quasi in risposta subito echeggiarono dalla cucina due rintocchi dell’orologio, che come onde nuotarono lentamente nell’aria, attraversando lo stagno della casa, Kertész si mise l’accappatoio ed entrò nella stanza della moglie, viveva da solo ormai da tre anni, eppure aprì la porta solo a metà, con molta attenzione, come se temesse di essere respinto, per diciotto anni non aveva potuto toccare quella maniglia, da quando il tribunale aveva dichiarato il loro divorzio, erano marito e moglie da dodici anni, quando la donna, dopo aver pazientemente aspettato che Kertész avesse appeso il cappotto, si fosse tolto le scarpe e avesse posato la borsa, gli aveva comunicato che non voleva più essere sua moglie, Kertész non aveva discusso, fissava sulla fronte fredda e bianchissima della donna il luccichio riflesso del lampadario dell’ingresso, poi aveva fatto scorrere dell’acqua bollente nella vasca, vi si era seduto dentro, e coperto dallo scroscio dell’acqua, si era messo a piangere in silenzio, a lungo, in base agli accordi l’appartamento di due stanze era stato diviso in due, Kertész non poteva rivolgere la parola alla moglie, poteva usare il lato destro dell’ingresso, in cucina non ci poteva entrare, la stanza del bagno e il gabinetto erano suoi la mattina dopo che la donna se n’era andata e la sera tra le otto e le nove, di notte, se origliava a lungo, riusciva a sentire il respiro della donna dall’altra stanza, a volte, facendo molto piano, strisciando i piedi di centimetro in centimetro, si avvicinava furtivamente alla porta della donna, ma da quando nel buio aveva ribaltato, facendo un gran fracasso, una piccola cassettiera, che la donna aveva di proposito messo sulla linea di demarcazione che divideva in due la casa, non osava più nemmeno origliare, è da allora che si era abituato a non tirare le tende almeno nella propria camera, c’era stato anche un lungo periodo, dopo il quarto anno, che la donna per diverse notti non era tornata a casa a dormire e Kertész era stato per ore in piedi davanti alla finestra, guardando gli spiragli di terra che si aprivano tra gli alberi, alla fine del diciottesimo anno, il pomeriggio di una domenica nebbiosa e cupa, gli era sembrato di sentire piangere da dietro la porta chiusa, era un pianto secco, più simile alla tosse, e poi aveva sentito la voce della donna che chiamava il suo nome, e cosi dopo lunghi anni aveva varcato di nuovo quella soglia: la sua ex moglie era distesa impotente sul letto, la puzza aleggiava intorno a lei, come se la stanza fosse piena di angeli condannati alla putrefazione.

Non si erano sposati nuovamente, Kertész per tre anni aveva curato la donna, nei fine settimana andavano a passeggiare: si muovevano tenendosi per mano, facevano il giro dell’isolato, guardavano gli spiragli di cielo che si aprivano tra gli alberi, alla fine del terzo anno la donna era diventata così debole da non riuscire più a muoversi, Kertész la vestiva, e stavano tutti i giorni seduti per un’ora davanti alla finestra aperta, perché stai di nuovo piangendo? gli aveva chiesto la donna, lui non aveva risposto, dopo la morte della moglie l’appartamento di due stanze era diventato suo, poteva usare la cucina, il bagno, poteva usare anche la camera che era stata della donna, in corridoio aveva rimesso la cassettiera, proprio dove un tempo c’era stata la linea di demarcazione, la notte, facendo molto piano, strisciando i piedi di centimetro in centimetro, si avvicinava furtivamente alla porta della donna, e da dentro sentiva il suo respiro, stava fermo e incurvato davanti all’uscio, pensando che la questione non era se la felicità esistesse, e nemmeno che cosa fosse la felicità, l’assenza della sofferenza, questa era la felicità, il fatto che anche quando la vita ormai è passata, la si possa ancora ricordare.

Zoltán Kőrösi