Hollywood. Il cattivo viene dall’Europa

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Don’t Knock Twice

Nel 2016, il regista britannico Caradog W. James ha firmato un horror indipendente dal titolo Don’t Knock Twice. Non meravigliatevi se il cineasta e la sua opera vi suonano nuovi: semisconosciuto il primo, e priva di distribuzione in Italia la seconda. Sbirciando su Rotten Tomatoes, si può constatare che il punteggio ottenuto dal film non è dei più alti, e un motivo (che spiegherebbe anche il disinteresse dei distributori italiani) c’è: Don’t Knock Twice è un accumulo di luoghi già noti e figure fin troppo archetipiche del cinema horror. Il catalogo comprende la famiglia disunita in fase di ricongiungimento, adolescenti che avvertono il pericolo prima degli adulti, case infestate, una vecchia strega, bambini in pericolo, e un demone che viene dall’Europa dell’est (l’autore del presente articolo ricorda di aver sentito la presunta medium della storia parlare di Romania, e sì, c’è anche una sedicente medium). Il demone è un Baba Jaga, creatura soprannaturale e malefica che infesta le mitologie slave del vecchio continente, ma questo è un dato accessorio per i fini che qui vogliamo perseguire; importa molto di più sottolineare che la storia si presuppone aver luogo in territorio americano, cosa che stimola immediatamente una certa curiosità: perché mai un mostro dovrebbe prendersi la briga di viaggiare tanto, quando potrebbe tormentare gli abitanti del più vicino contado?

Anni addietro, nel 1968, all’uscita nelle sale de La notte dei morti viventi, capolavoro insuperato del maestro George A. Romero, un critico cinematografico, nell’evidenziare le analogie tra l’universo diegetico del film e la guerra del Vietnam allora in corso, poneva l’accento sull’ambientazione dello scontro tra umani e zombie: «not set in Transylvania, but Pennsylvania». La consonanza tra i due toponimi avrà pure favorito il gioco di parole, ma la frase evidenzia un dato essenziale del cinema angloamericano di genere, tanto da spingere chi l’ha scritta a rilevarne l’assenza: il pericolo, troppo spesso, viene dall’Europa. Horror, guerra, fantascienza, quello che Richard Hofstadter ha battezzato come “stile paranoide” della politica americana nei confronti di mamma Europa si intrufola anche nel cinema e invade finanche i film d’azione. Almeno fino allo scoccare del nuovo millennio.

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Una scena di Trappola di cristallo (1988)

Una delle conseguenze più notevoli – in campo cinematografico, s’intende – dell’11 settembre è stata quella di produrre una netta inversione di tendenza in questo senso. Diciamo senz’altro un’ovvietà se affermiamo che gli attentati terroristici non sono una nefasta prerogativa del XXI secolo, e la stessa industria hollywoodiana ne era a conoscenza già da prima di quel famigerato pomeriggio del 2001. Neanche la matrice islamica di alcuni attentati doveva esserci svelata in quel giorno. Sarà più facile argomentare con qualche esempio: Buenos Aires, Parigi, Mahane Yehuda. Nel primo caso, il riferimento è all’attentato che il 18 luglio 1994 colpì la comunità ebraica argentina, causando 85 vittime e oltre 200 feriti, con un’esplosione di tritolo che sarebbe poi stata attribuita al gruppo di Hezbollah. Nel 1995, invece, nell’arco di una manciata di mesi la capitale francese fu cosparsa di bombe (ci si ricorda perlopiù di quella piazzata alla stazione Saint-Michel) che seminarono tra i 150 e i 200 feriti. Infine, il mercato di Mahane Yehuda a Gerusalemme balzò tristemente alle cronache nel 1997 quando un attentato, in seguito rivendicato da Hamas, provocò 16 morti e 178 feriti.

La lista potrebbe continuare (Roma, Luxor, Lockerbie…), ma servirebbe solo a confermare due elementi comuni alle stragi indicate che possiamo rintracciare anche così senza troppe difficoltà: nessuna di esse ha avuto la portata catastrofica – in termini di perdite umane – degli attentati legati alla scomparsa delle Torri Gemelle, e nessuna è avvenuta sul suolo americano. Esiste tuttavia un’indimenticata eccezione, ricordata, anzi, come il più sanguinoso attacco terroristico che sia accaduto negli Stati Uniti prima dell’11 settembre: il 19 aprile 1995 un veterano della guerra del Golfo lanciò un furgone carico di esplosivo contro l’Alfred P.Murrah Federal Building, a Oklahoma City. Bilancio: 168 decessi e 680 feriti. La sostanziale differenza sta nel fatto che entrambi i responsabili, stavolta, erano americani. Intanto, che cosa accadeva al cinema d’oltreoceano in quegli stessi anni?

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L’anno del terrore (1991)

Tra la fine degli anni Ottanta e l’avvicinarsi dei Duemila, Hollywood produce una serie di pellicole per il grande schermo – di cui non sono molte quelle che varrebbe la pena di ricordare – schierando un manipolo di villain appositamente selezionati tra gli europei notoriamente più cattivi. Ancora una volta, ci aiuteremo con alcuni esempi. Partiamo dal 1988 con Trappola di cristallo, il primo capitolo della saga Die Hard con John McTiernan alla regia, dove i criminali che fanno incetta di ostaggi prima di vedersela con Bruce Willis sono i tedeschi guidati da Hans Gruber. Nel 1991 John Frankenheimer dirige L’anno del terrore, film su un giornalista statunitense che vive in Italia negli anni di piombo, finendo col trovarsi malauguratamente coinvolto nello stragismo che ha segnato la storia della nostra penisola. I veri campioni del terrorismo a stelle e strisce, però, sembrano essere gli irlandesi, complice, forse, la vicinanza storico-culturale che lega da sempre l’America alla vecchia madrepatria: Giochi di potere (Phillip Noyce, 1992), Blown Away – Follia esplosiva (Stephen Hopkins, 1994), L’ombra del diavolo (Alan J. Pakula, 1997), The Boxer (Jim Sheridan, 1997) sono alcuni dei film del periodo, sebbene il più celebre sia probabilmente The Jackal (Michael Caton-Jones, 1997), che mette insieme addirittura terroristi dell’IRA e mafia russa. Dopo il 2001, si contano soltanto produzioni britanniche sull’argomento. L’attenzione degli studios americani cominciava a convogliare verso altri lidi, più lontani e potenzialmente più temibili.

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The Kingdom (2007)

Comprensibilmente, l’America ha dovuto attendere che le ceneri dei grattacieli si dissipassero per avere il tempo necessario a elaborare il lutto. Prima della metà del decennio scorso si registrano ben pochi titoli a riguardo, ed è a quel momento che possiamo datare il cambio di rotta cui accennavamo più sopra. Se nel 2006 Paul Greengrass e Oliver Stone firmavano, rispettivamente, United 93 e World Trade Center, un anno prima era toccato a Steven Spielberg rivisitare gli eventi delle Olimpiadi di Monaco del 1972, e di lì a breve i terroristi musulmani sarebbero diventati gli avversari per eccellenza degli agenti americani nei film a soggetto. Si va dalle sceneggiature adattate dai romanzi come per Nessuna verità (Ridley Scott, 2008) ai film ispirati a eventi reali come in The Kingdom (Peter Berg, 2007), fino alle trame di completa invenzione come in Traitor – Sospetto tradimento (Jeffrey Nachmanoff, 2008). E pure stavolta l’elenco potrebbe continuare.

Sarebbe una notevole omissione da parte nostra se mancassimo di ricordare che le eccezioni, come al solito, esistono. Già nel 1986, nel dimenticato e dimenticabile Delta Force di Menahem Golan, Chuck Norris veniva spedito in Medio Oriente a combattere i terroristi palestinesi, mentre un decennio più tardi è Edward Zwick a portare in scena degli agenti dell’FBI che indagano sui crimini degli islamici in Attacco al potere. Così come vale la pena di ricordare che quando il gioco si fa duro, nessuno sembra più adatto a una bella scazzottata delle mafie europee (avete presente la saga di Taken?). Fatto sta che per tutto un secolo l’Europa e i suoi abitanti (reali o leggendari) hanno fornito all’industria culturale hollywoodiana i modelli per i suoi maggiori timori. Poi, è arrivato il cambiamento. Su Oklahoma City, però, nemmeno un film.

Andrea Vitale