Il luna park dei vizi umani: A Disabilandia si tromba

Un titolo senza alcun dubbio eloquente, fedelmente accompagnato da una copertina dall’impatto visivo garantito. Sono due avvertimenti ben chiari per qualunque sguardo curioso: questo non è un libro come gli altri, non ha nessuna intenzione di esserlo.

Un trash in pieno stile Las Vegas disegna la scritta DISABILANDIA su uno sfondo rosa shocking e sotto la quale svetta il profilo di un preservativo. Così l’autrice presenta la propria opera: uno sfacciato schiaffo di colori.

L’indice del suo manuale non è da meno: il libro, infatti, non è diviso in semplici capitoli bensì in comportamenti umani in merito al tema della disabilità. La personalità umana viene dunque studiata e opportunamente etichettata con nomignoli, giochi di parole o fini latinismi alla portata di qualunque intelligenza. Un ulteriore espediente che consente alla scrittrice – Dottoressa di ricerca in processi biologici e biomolecole – di rivendicare l’originalità del suo scritto con fiera consapevolezza.

La prefazione di Mara Maionchi è tanto breve quanto franca, come chiunque conosca il personaggio si aspetterebbe. Possiede specialmente il merito di ben predisporre alla lettura, con le sue note taglienti e dirette.

 Quando disabile ci nasci, disabile ti senti. Non hai altre opzioni.

L’evidente vis comica del prologo si avvale di una veridicità quasi elettrica, dal retrogusto amaro molto forte. La scrittura utilizzata è leggera e dritta come una freccia: coglie sempre il nucleo della discussione in atto. In queste poche pagine l’autrice si presenta, descrivendo apertamente le difficoltà che ha dovuto affrontare per raggiungere i trentasei anni. Non c’è drammaticità, né edulcorazione. Ciò che risalta è la sincerità e il bisogno di parlare, caratteristiche avulse da qualunque superfluità.

Questo libro parla di disabilità fisica ed etichette: mi sembra giusto cominciare a menzionare quelle che possono essere le varie tipologie di «normodotato».

Che lo spettacolo di Marina Cuollo abbia inizio.

Durante le sue analisi si cerca sempre di evidenziare le caratteristiche difettose di ciascun membro della tipologia studiata attraverso l’ironia e il sarcasmo. Si etichettano le peculiarità eccentriche senza mai cadere nella cattiveria o nell’acidità gratuita. Questi ultimi atteggiamenti infatti avrebbero inevitabilmente appesantito la sua scrittura.

Tuttavia, la configurazione scelta dall’autrice tende a presentare, nel susseguirsi della pagine, uno schema eccessivamente regolare. Benché il tono burlesco riesca a mantenere un vivo contatto con il lettore, non sempre è sufficiente a stemperare la struttura manualistica del libro.

Il suo privilegiato punto di vista le permette di indagare i quotidiani atteggiamenti umani che si trovano a contatto con la disabilità, affiancandola o vivendola in prima persona. La sagacia delle sue opinioni, a una prima lettura drasticamente polemica, risulta condita da una magnanimità molto dolce se letta con attenzione e un briciolo di empatia. L’atteggiamento di chi crede ancora nelle buone notizie ma finge di essersi rassegnato.

E ovunque ci giriamo,in cerca di uno sguardo di normalità, troviamo solo giudizio o compassione o pietà. Uno sguardo normale, tra esseri umani sullo stesso pianeta, è raro come trovare un diamante per strada.

Le righe conclusive della sezione del libro dedicata alle varie categorie di normodotati sono toccanti e sincere. Riescono a penetrare la scorza dell’attenzione –  quella patina distaccata che ogni lettore assume quando si concentra –  ed emozionare, grazie alla loro dose massiccia di verità. La verità è sempre al primo posto, senza scorciatoie.

Una volta terminata l’enumerazione dei possibili normodotati, comincia, senza indugi, lo studio delle tipologie di disabili.

Il linguaggio beffardo della Cuollo è sempre privo di inutili ampollosità. Il tono confidenziale le permette di intrattenere una lunga conversazione scritta con il lettore, densa di riflessioni e risate. Ha la capacità, certo da non sottovalutare, di diventare più di una conoscenza sin dal primo rigo: la si sente vicina, come un’amica che si aspetta a un bar.

Conclusa la classificazione della varietà di disabili, il libro prosegue con una serie di piccoli capitoli che riguardano le apparecchiature per migliorare la vita del disabile. Lo stile sardonico non smette mai di riempire ogni parola, a cominciare del termine utilizzato per definire questi strumenti, ossia “Ausili”, una sottilissima dedica da parte dell’autrice all’instancabile politically correct che domina il mondo, disabile non.

Da ultimo, la scrittrice napoletana ci guida verso la parte conclusiva del suo compendio. I disabili nella storia, I disabili oggi e I disabili e il lavoro sono solo alcuni degli aspetti che la laureata in Scienze biologiche tocca con poche ed efficaci battute, caratterizzate immancabilmente da una sincerità spregiudicata. L’onestà della sua penna è considerabile una sfida lanciata a tutti i lettori timidi e indecisi, una prova del fuoco da superare per entrare nel suo mondo e poter così osservare la quotidianità attraverso il suo obbiettivo, onesto, coraggioso e sfrontato.

La bellezza della sua conclusione è la stessa che si trova in ogni pagina, nascosta dalla semplicità del suo scrivere: una confessione, intrisa di paura e dolcezza, che splende e sorprende in mezzo a tante considerazioni e battute. È la sensazione di un legame trovato.

Marcella M. Caputo