Racconto: Prima del peggio – Mario Rossi

Il racconto di Mario Rossi è tratto dall’antologia Trema la terra a cura di Isabella Tramontano (Neo. Edizioni, 2010)


 

Ad Albino,
amico nemico

 

Sono dieci minuti che guardo la finestra al secondo piano della palazzina che ho davanti. La palazzina che ho davanti è casa mia. Lo è da un paio di generazioni. Da quando mio nonno Alberto, in fuga da Cerignola verso Milano, non terminò il suo viaggio e si fermò qui. Qui trovò moglie. Qui mise su famiglia e qui morì appena un anno fa. I miei genitori e sua moglie se ne andarono molti anni prima per ragioni diverse che mi fa male ricordare. Insieme a me, qui fuori, c’è Lara, la proprietaria del negozio di articoli sportivi in Corso Vittorio Emanuele. Lara abita sotto di me e non si lamenta se porto i tacchi in casa. Qualche volta mi porta una fetta di torta; qualche volta sorride se le faccio un regalo. Un po’ distante, c’è l’avvocato Ianni e dietro di me c’è Marco. Marco vive nella mia palazzina. È arrivato cinque anni fa e da allora qualche volta mangiamo, parliamo, fumiamo.

La palazzina non è signorile. Niente a che vedere coi palazzi del centro. Le finestre al piano di sopra hanno una forma tondeggiante ma è solo un vezzo dell’architetto che ha fatto il progetto. Nel cortile esterno ci sono due pini spelacchiati dal freddo. Su uno dei due si arrampica una vite americana. Ce l’ha messa mio nonno. Nei giorni d’autunno – pochi per la verità – le sfumature rosse delle foglie sono bellissime. Di fronte alla palazzina c’è un palazzo più alto. Lì dentro c’è la sede dell’Enel. Sull’entrata c’è una scritta blu che ripete tre volte “ENEL ENEL ENEL”. Ci metto due passi quando vado a pagare le bollette. Marco dice che prima o poi franerà tutto. E che, quando sarà il momento, lui salirà sul tetto di casa, si legherà all’antenna satellitare, e farà surf sui detriti seguendo la scia dell’arco di Porta Castello. Dice che tutta via Zara slitterà e planerà sulla testa degli sfigati più a valle. Ride tanto quando lo dice e suda all’attaccatura dei capelli. Ha i capelli marroni, Marco. Gli scendono sulle orecchie. Un orecchino d’oro bianco a sinistra e la barba di un paio di giorni. Porta sempre le camicie e mai le scarpe da ginnastica. Mi piace, Marco. Vorrei che qualche volta mi tenesse per mano.

Dicono di stare tranquilli. Che è tutto sotto controllo. Che l’INGV sta monitorando il territorio e che non c’è alcun pericolo. Dicono anche di rimanere in casa e di aspettare che la cosa finisca. Dicono che le case sono sicure ma noi non gli crediamo e ogni volta che sentiamo tremare i vetri scappiamo in strada e poi restiamo a guardare. Sono due mesi che stiamo a guardare. Forse hanno ragione loro perché non è ancora successo niente ma noi non riusciamo a restare dentro. Ogni volta corriamo fuori e ci mettiamo a guardare.

L’altra volta Marco mi ha detto di esserci già passato. Lui non è di qui. È pochi anni che lavora alla TechnoLabs e che, come dice lui, magnifica il suo alcolismo da “Ju Boss”. Prima viveva in un paesino della Marsica dove molti anni fa ci fu una cosa simile ma più forte. Dice che lui era piccolo e che fu un periodo bellissimo. L’esercito organizzò un piccolo campo in cui le tende vennero assegnate per gruppi di età. Lui capitò in quella dove c’erano tutti i suoi amici e ogni giorno giocavano a Monopoli o con le biciclette in giro per i prati. Le scuole restarono chiuse per quasi un mese e la casa dei sui genitori non subì alcun danno se si esclude una crepa nel corridoio che porta alle camere da letto. Dice sempre così, Marco. Quella crepa è ancora lì e fa compagnia ai suoi genitori che, intanto, si sono fatti vecchi dentro quella casa. Ha mani forti, Marco. Non da manovale ma da uno che non si tira indietro quando si tratta di fare qualcosa. Le muove spesso mentre parla. Penso che, così, voglia dare più forza ai suoi argomenti.

Ce ne stiamo qui, in mezzo tra casa nostra e il palazzo dell’Enel. Lara è senza scarpe. Ha i calzini pesanti e un piumino bianco addosso. Non riuscirà a resistere molto. L’asfalto è umido e i piedi fanno presto a gelarsi. Ha anche i capelli bagnati sotto il cappello di lana. Lo vedo dalle ciocche che le cadono sul viso. Fuma una sigaretta e saltella da un piede all’altro. Poi mi lancia un’occhiata furtiva e riprende a guardare la casa. Lara è la prima che tornerà dentro. L’avvocato Ianni resta in disparte, qualche metro più in là. Ha un cappotto grigio sul vestito elegante e una sciarpa nera che gli protegge la gola. Deve aver lavorato fino a tardi prima di rientrare. Sembra abbia fretta di fare qualcosa. Dà sempre l’idea di voler fare altro piuttosto che stare a guardare con noi. Lo vedo una volta al mese quando viene a pagare l’affitto. Viene sempre alle nove di sera. Suona il campanello con discrezione. Chiede il permesso, entra e si siede al tavolo dando le spalle alla televisione. Se non c’è la genziana, la cerca con gli occhi. Poi paga e va via, dopo aver vuotato il bicchiere. Non lo vedo fino al mese successivo e – solo da un po’ – quando scendiamo in strada per stare a guardare.

Stavolta ho fatto la borsa. Non me lo sono fatto ripetere. Fai la borsa, mi hanno detto. E io l’ho fatta. C’ho messo dentro i gioielli, la carta di credito, i vestiti pesanti, qualcosa per lavarmi e le chiavi della macchina. La macchina non ce l’ho nel garage. Veramente non ho nemmeno il garage ma anche se ce l’avevo, la macchina non ce la mettevo dentro. L’ho messa poco più in là, verso la Porta. Se mi gira, stanotte la sposto in via Tagliacozzo e ci dormo dentro. Dicono che la notte scendono i lupi ma io non ci credo. Potrei dire a Marco di dormire con me ma penso che poi possa imbarazzarsi. In fondo, ci hanno detto di stare tranquilli. Che è tutto sotto controllo. Che le case sono sicure.

Marco dice che la sua sola paura è che succeda all’improvviso. Dice che niente lo spaventa di più di una morte incresciosa e che, dovesse andarsene prematuramente, preferisce farlo in un incidente stradale piuttosto che in quella maniera. Dice che in viaggio, bene o male, sei sempre a posto mentre a casa non si sa mai come vai girando. Dice anche che ha preso a dormire vestito e che il momento in cui ha più paura – lui parla proprio di terrore – è quando fa la doccia o quando va in bagno. Dice che non si perdonerebbe il fatto di essere ritrovato dai soccorritori nudo come un verme o con il culo ancora sporco di merda. Lo dice ridendo ma io so che ci crede davvero. Ieri nel suo bagno ho visto una maglietta. Ero andata da lui per un caffè. Mi sono seduta sul water e davanti a me, appesa ad un gancetto, ho visto una maglia di cotone a girocollo e maniche lunghe. Sul petto c’era scritto SONO MORTIFICATO. Mi è scappato da ridere perché penso che lui se la sia fatta fare apposta – quando è cominciata questa storia – e che la indossi appena entra in bagno in previsione del peggio che potrebbe accadere. È simpatico, Marco. È sempre stato carino e accomodante con me. Mi piace perché in ogni occasione cerca di sdrammatizzare. Poco fa ha detto che l’avvocato Ianni gli incute timore. Lui parla così. Ha detto: l’avvocato mi incute timore. E poi ha detto che vorrebbe mettere delle telecamere nascoste in casa sua perché, secondo lui, un tipo del genere è capace che si fa frustare da un ciccione attempato vestito da scolaretto oppure di assoldare qualche ragazzino imberbe per farsi pisciare in bocca. Ha detto proprio così. E poi ha aggiunto che comunque era curioso di vederlo in mutande, l’avvocato. Che la gente così, prima di andare a dormire, piega i vestiti e li appoggia con cura sulla sedia di fianco al letto. Secondo lui c’è da preoccuparsi se uno piega sempre tutti i vestiti. Non c’è da fidarsi di uno così, ha detto mentre muoveva le mani. Mi ha fatto sorridere. E poi non ha detto più niente. È rimasto accigliato per qualche minuto. Ha abbassato la testa e non ha detto niente per un tempo che mi è sembrato lunghissimo. Ora, con un cenno di disappunto, indica la finestra della mia camera da letto.

«Dov’è Albertino?» mi chiede a voce bassa. Ha smesso di agitare le mani.
«Da un’amica» rispondo, ma sento che il disappunto di prima sta cambiando in qualcosa che va oltre la disapprovazione.

Ha iniziato a piovere. Più in là, in fondo alla strada, c’è un altro gruppo di persone. Le vedo ogni giorno quando esco di casa. Anche loro hanno la bocca aperta e guardano il palazzo davanti. Hanno l’aria stanca. Uno di loro ha un borsone a tracolla. Un altro si ripara le spalle con un sacco a pelo aperto. La ragazza dietro di loro stringe un rosario in mano e muove piano le labbra; ha anche l’ombrello ma non accenna ad aprirlo. Di qua, Lara e l’avvocato Ianni si stanno agitando per via della pioggia. Si guardano in faccia per capire che fare. Marco non parla e io continuo a guardare in direzione della finestra al secondo piano.

Diranno che è difficile. Impossibile. Che si è trattato di una tremenda disgrazia. Che probabilmente ero in preda al panico o che ero uscita di senno. Io, invece, ero lucidissima e ho dovuto agire in fretta. Al primo sussulto, ho preso il cappotto, la borsa e sono uscita correndo. C’ho messo di meno a fare le scale. Avevo le mani libere e potevo reggermi alla ringhiera. Le volte scorse, invece, sembravo un’ubriaca che torna a casa di notte e che si appoggia ai muri per non cadere per terra. Ho le spalle e le braccia piene di lividi e mi sono anche girata un ginocchio nel tentativo illogico di proteggerlo. Cosa ne sanno loro. Nessuno può nemmeno immaginare cosa vuol dire. Due anni d’inferno dopo nove mesi di pura gioia. Quel mostro dalla pelle di latte e gli occhi rossi non è mio figlio. Non l’ho allattato neanche una volta per paura che mi staccasse un seno a morsi. Prima di scendere in strada, ho visto uscire dalla culla quelle sue braccia pallide. Le ho viste sporgersi verso il soffitto. Le agitava piano, con una calma irreale. Ho immaginato la sua faccia senza espressione, il suo sguardo di fuoco. Poi sono uscita dalla porta senza guardarmi indietro. Non ha cacciato nemmeno un fiato. Solo quel gesto delle braccia. Voleva impormi il mio dovere di madre. Ho girato due volte la chiave prima di scendere in strada a guardare.

La pioggia è aumentata. Mi si infila nel collo e scende sulla schiena. Lara ha salutato ed è tornata dentro. Aveva gli occhi spauriti e una folle determinazione in volto. Si è girata verso di me tre volte prima di aprire il portone di casa. Non ho saputo fermarla né incoraggiarla. Quando ha acceso le luci del suo appartamento, ho pensato che potesse riscendere a portare qualcosa per coprirci. Ma non è successo. Dicono che, in genere, dopo la prima ne arriva sempre un’altra più forte. Finora è stato così. Allora ce ne stiamo in mezzo alla strada. Nel centro esatto. In mezzo tra casa nostra e il palazzo dell’Enel. Io, Marco e l’avvocato Ianni. L’avvocato si è fatto più vicino. Quando ha visto Lara andare via, si è stretto a noi. Non parla e sento che il silenzio gli provoca un po’ di imbarazzo. Anche Marco non parla e insieme a me guarda la finestra sopra l’appartamento di Lara. Poco fa, da dietro le persiane, mi è sembrato di sentire un lamento.

Suo figlio scoppia di salute mi ha detto l’ostetrica mentre me lo dava in braccio, ma spenderete un capitale in creme solari ha aggiunto, ridendo, prima di andare via. Fino a quel giorno non sapevo della melanina e i pigmenti credevo fossero qualcosa per cambiare colore ai vestiti. Lui era sprovvisto di entrambi ma non sembrava saperlo. Non piangeva. Non scalciava. Era immobile. Aveva ancora gli occhi chiusi ma io già presagivo l’orrore. Il nonno ha iniziato ad ammalarsi il giorno in cui gli ho dato il suo nome. Il padre, dopo averlo visto, è uscito dalla porta e non si è fatto più sentire. Liberarmi del padre, è l’unico regalo che mi ha fatto in questi due anni. Per il resto, solo dolori. La madre del vampiro, così mi chiamano appena mi giro. E poi ridono. Pensano che io non lo sappia. Che non me ne accorga. E credono che la mia sia una dimostrazione di amore materno da portare ad esempio. Fossimo in Africa, sarebbe diverso. Ho letto che lì ne nasce uno ogni mille e che la donna che lo dà alla luce è vista male da tutti. Sotto il sole cocente, questi mostri sono costretti a vivere emarginati, se gli va bene. Se gli va male, invece, li rapiscono e li uccidono senza pietà. Ne trovano continuamente senza gambe e braccia o svuotati degli organi interni perché gli stregoni dicono che le loro carni hanno poteri curativi. La gente ci crede. C’è anche chi pensa che fare l’amore con loro faccia guarire dall’AIDS o chi crede che loro non muoiano come tutti gli esseri umani ma che si sciolgano a contatto con la pioggia. Qualcuno mi ha detto che si vive bene in Africa. E io ci credo.

Siamo bagnati. Dalla testa ai piedi. Poco fa ne è arrivata un’altra. Meno forte della prima ma forte abbastanza da far correre Lara di nuovo giù in strada. Ha le scarpe ai piedi, stavolta, e ha portato un ombrello. Uno di quelli grandi che si vincono con i punti dal benzinaio. Si è messa in mezzo e l’ha aperto senza dire una parola. Ci siamo stretti tutti e quattro continuando a guardare la casa. L’avvocato c’ha messo più tempo ad abbandonarsi all’idea ma poi ha allungato una mano prudente e ha abbracciato la schiena di Lara. In due mesi così, le persone fanno in fretta a cambiare. E non fanno più cerimonie. Tutti più buoni, comprensivi, altruisti. Anch’io per un po’ lo sono stata. E non me ne vergogno. Ora, però, vorrei che questo delirio finisse.

Oggi deve venire giù tutto. Non ci sono santi. Deve succedere qui e deve succedere oggi. Dirò che si è trattato di una disgrazia. Che ero in preda al panico. Che non posso vivere senza di lui. Dirò che avrei voluto essere al posto suo e porterò il lutto per sei mesi. Marco reggerà il gioco. Ne sono certa. È sempre stato buono con me e poi anche lui non ha mai voluto prenderlo in braccio. Mi metterò il vestito nero, il cappello con il velo nero e comprerò una cassa bianca con le maniglie laccate in oro. Pagherò la migliore funzione possibile, il coro e quattro ragazzi per portarlo in spalla mentre tutti faranno a gara per venirmi a baciare. E piangerò piano, in silenzio. Come fa chi soffre davvero. Oggi deve venire giù tutto. Poi sarà tutto diverso. Migliore. Non è troppo tardi. Lo so. Ma deve succedere oggi.

Mario Rossi