“Miss Sloane – Giochi di potere”, un ritratto amaro dei nostri tempi

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L’attrice Jessica Chastain in una scena del film

Stati Uniti. Elizabeth Sloane (Jessica Chastain) lavora, ottenendo ottimi risultati, per un’agenzia lobbistica legata all’area conservatrice. Decide però di andarsene quando si cerca di farla aderire a un’operazione di supporto alle aziende che producono armi. Si vuole infatti contrastare una proposta di legge, che ne avvii la regolamentazione dell’uso, promuovendo una campagna che solleciti le donne ad armarsi per difendere i propri cari. Sloane porta con sé la sua squadra (con qualche importante eccezione) con l’intento di agire sul fronte opposto.

Il potere, che è richiamato nel titolo in italiano del nuovo film di John Madden, è inscritto nel mondo animale, al quale solo l’estremo idealismo di alcune epoche e individui presume di sottrarsi. Se c’è un elemento che si presenta puntuale nelle situazioni sociali più diverse, che percorre la Storia e la intesse di sé, che rappresenta il continuum rispetto a ogni contingenza, questo elemento è la violenza. Miss Sloane – Giochi di potere mette bene in evidenza l’idea di costanza dello Stato, quella costanza che si spiega solo per il fatto che esso nasce dalla violenza e, secondo la tesi del sociologo tedesco Max Weber, la limita mentre la esprime. Soprattutto si comprende come l’utilizzo, e non soltanto il possesso, delle armi ‘per difesa personale’ stia nel codice genetico delle popolazioni che abitano il Nord America da New York alla California. Emerge la bassezza delle lobby statunitensi e la corruzione dilagante del Senato a dimostrazione del fatto che le istituzioni nascono per contenere la violenza, ma la violenza è parte essenziale dell’agire istituzionale statunitense in senso stretto e occidentale in senso lato. Il potere non si limita a costituire l’inevitabile strumento di convivenza tra interessi differenti ma è anche una struttura criminale e oppressiva, in ogni caso al servizio di alcuni gruppi contro altri.

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Jessica Chastain e l’attore Mark Strong in una scena del film

«Know your subject, people», rimprovera Sloane ai suoi collaboratori, ribadendo i toni didascalici di un film moralmente saldo che, tuttavia, non si astiene dall’aperta condanna dei rischi di un decadimento – o, nelle parole etimologicamente consapevoli di George Dupont (Sam Waterston), di un vero e proprio “annichilamento” – della democrazia. Quella forma di democrazia in cui anche i diritti civili sono diventati un’ideologia al servizio degli eserciti crociati con i quali l’Occidente porta devastazione nelle altre culture e lo fa in nome, appunto, dell’individuo affrancato dagli arcaismi. Chiamano “democrazia” questa rovinosa operazione di distruzione delle comunità e dei corpi. Le parole si svuotano del proprio significato comunicativo e si scollano dall’azione concreta; solo l’occhio è idoneo a vedere e mostrare la verità. Un occhio che, ancora, più o meno direttamente, coincide con quello della protagonista: l’occhio della sorveglianza illecita, il riflettore puntato su Esme Manucharian (Gugu Mbatha-Raw) alla svolta dei giochi, la vista attenta capace di leggere il labiale del legale attraverso la vetrata. Lo sguardo in macchina di Elizabeth Sloane diviene non più solo vocativo, ma una esplicita richiesta di adesione al proprio punto di vista. Lo stile adottato è al servizio del messaggio. La Chastain, dopo grandi prove attoriali, è capace di sorprendere ancora e lo fa in questo ruolo in cui le viene chiesto di rincarare una macchina umana finalizzata al successo; la sua è un’analisi intelligente e mai giudicante di un personaggio eclettico e mutevole.

Indubbiamente, l’ultimo film di Madden non lascia spazio alla retorica o alla facile commozione, ma pone degli interrogativi ai quali non è possibile sfuggire. Quella che in apparenza può sembrare solo una ricerca fenomenologica del tutto raccolta in una cifra descrittiva, di fatto diventa una parabola spalancata sul versante etico. In Miss Sloane il tema delle armi e della violenza, punti focali della battaglia tra conservatori e opposizione, fa da sfondo e alimenta le controversie sul valore della libertà, ormai astratto e falsamente utopico perché troppo spesso preteso come assoluto. L’elemento di fondo, il terreno comune tra conservatorismo e aziende produttrici di armi è una concezione dell’uomo come essere plasmabile in tutto, i cui principi vengono dettati dalla condizione economica e dalla suggestione dei media. Un individuo che non ha altro bene e altro male se non quelli che il sistema economico-politico gli detta, altro sapere se non quello che il sistema gli impone.

L’errore delle società occidentali è stato – ed è tuttor – anche quello di avere costruito uno scenario immaginario in cui giocare una confusa idea di libertà dell’uomo attraverso l’utilizzo delle armi priva di un aggancio e di un’elaborazione autentica. Condizionati sin nell’intimo del loro pensare, del tutto inconsapevoli di esserlo, vaganti tra illusioni luccichii e menzogne, gli spettatori sono il soggetto politico amorfo e passivo che lo sceneggiatore Jonathan Perera sembra definire con estrema chiarezza: si tratta di morti che credono di votare, una morte che è consustanziale alle immagini indistruttibili del film che sopravvivono assai più a lungo di ciò che rappresentano. In un mondo in cui tutti hanno un prezzo, dal ragazzo escort della lobbista al senatore capace di vendere un ideale per la carriera, sembra anzi che gli unici a essere forniti degli strumenti di difesa contro la corruzione del sistema siano proprio i personaggi femminili. Questa, dunque, la sentenza finale del film, cui, conclusa l’udienza, fa eco il biglietto di Schmidt (Mark Strong) arrivato nelle mani di Pat Connors (Michael Stuhlbarg): «Non si può contare solamente sulla propria capacità di vincere». Significa, in una parola, non rassegnarsi. Non rassegnarsi a quei politici e pubblicitari che hanno compresso che la molla del governo democratico consiste, in alcuni casi, nel considerare la stupidità generale come un fatto compiuto. Si sono addestrati gli animi democratici a ingoiare tutti i rospi, gli scandali, i bluff, l’intossicazione, la miseria e a riciclarli. Dietro l’interesse arrogante a commercializzare e promuovere l’utilizzo delle armi si profila il volto del Capitale e degli Stati Uniti nella molteplicità dei loro apparati di ogni risma.

Enrico Riccardo Montone