Il cinema nella letteratura: Donato Carrisi e La ragazza nella nebbia

Manca davvero poco all’uscita nelle sale cinematografiche della pellicola La ragazza nella nebbia, tratta dall’omonimo romanzo di uno dei più talentuosi scrittori italiani, Donato Carrisi. C’è molta attesa tra i fan dello scrittore, che, posata la penna, si siede dietro la macchina da presa: non dovrebbe meravigliare questa scelta se un po’ si conoscono la storia e la scrittura dell’autore.
Innanzitutto, Carrisi ha un passato da sceneggiatore in Rai; prima di iniziare a trasportare le sue storie dalla carta allo schermo, si era cimentato con quel particolare tipo di scrittura che è la sceneggiatura: Casa famiglia e Era mio fratello sono lavori televisivi realizzati ancora prima che Il Suggeritore diventasse un successo internazionale.

Tra le pagine della sua opera prima è molto semplice trovare traccia dell’esperienza passata: ritmo e taglio di alcune descrizioni lasciano supporre che anche questo sia un lavoro creato già per essere tradotto in immagini. La scrittura di Carrisi è quindi una scrittura “parallela” pensata per cinema e letteratura? O esiste un sistema di scambi? In attesa di vedere sul grande schermo La ragazza nella nebbia, coglierei questa occasione per approfondire il tema dell’incontro cinema-letteratura; questo caso, in particolare, potrebbe rappresentare un’evoluzione rispetto a molti altri esemplari già approfonditi e studiati, capace di dirci qualcosa anche sullo “stato dell’arte” letteraria.


Non c’è nemmeno bisogno di precisare l’enorme quantità di film, serie e fiction – anche solo limitandoci al panorama italiano – tratti da romanzi; uno su tutti, guardando a poca distanza da noi, la saga del commissario Montalbano, che da anni oramai vive una lunga storia d’amore con il pubblico televisivo.

Sappiamo anche che il paragone film-libro vede sempre, molto banalmente, vincere l’opera “originaria” su quella derivata: il punto di vista del lettore, la sua presenza e il suo immaginario giocano in questo caso un ruolo fondamentale. L’inevitabile esclusione di parti della storia probabilmente “fa fuori” dalla narrazione su schermo alcuni segmenti ai quali noi, invece, abbiamo dato molta importanza.
Approfondire questo argomento ci porterebbe molto lontano da quello che vorrei cercare di mettere in luce: in questo caso bisognerà fare un passo oltre quel concetto di “fedeltà al testo”, che molto spesso viene chiamato in causa in tutti i discorsi su film tratti da opere letterarie. Stavolta, infatti, il terreno di confronto tra le due opere si trasforma completamente, conducendo verso riflessioni di altro tipo.
Senza voler ripercorrere la storia italiana degli adattamenti su piccolo e grande schermo, possiamo limitarci a riportare, tra i vari esistenti, un altro esempio tra i più recenti: la collaborazione tra Niccolò Ammaniti e Gabriele Salvatores che, oltre al più noto Io non ho paura, hanno lavorato insieme alla trasposizione del romanzo Come Dio comanda. La storia sullo schermo viaggia in modo abbastanza parallelo a quella letteraria, con una fedeltà che più che nella trama va ricercata nei “toni” della storia, nelle atmosfere e nella resa dei personaggi; un risultato eccellente probabilmente ottenuto anche grazie alla collaborazione dello scrittore alla sceneggiatura.
Siamo comunque, nonostante la presenza “reale” dell’autore, ancora sul piano di un discorso intorno al rapporto di “derivazione” del cinema dalla letteratura, ben diverso dal caso di Carrisi, scrittore che si siede dietro la macchina da presa per dirigere il suo libro. La fondamentale differenza – al di là della coincidenza autore letterario-regista – sta nel fatto che in questo caso sembra sia stato il cinema a ispirare la scrittura e a dettarne le modalità.

Anche ne Il Suggeritore è possibile rintracciare questa influenza insolita, che definiremmo al rovescio: non c’è da stupirsi che Carrisi abbia battezzato Gavila, come uno dei protagonisti del romanzo, la sua casa di produzione. Eppure, questo nuovo tipo di condizionamento è meno sorprendente di quanto si possa pensare, se rapportato al nostro tempo. Un esempio potrebbe essere chiarificatore: un regista quale Ronconi, che ha portato sul palcoscenico opere letterarie, ha spesso suggerito che la staticità del “mezzo” (in questo caso il teatro) incapace di rinnovarsi tanto nei temi quanto nelle forme e nelle tecniche, ha condotto alla ricerca di spunti e influenze fuori dal proprio campo. Così come il saggio di Elena Maria Ferrara Il realismo teatrale nella narrativa del Novecento riporta evidenze e dichiarazioni dell’ascendente che, al contrario, il teatro ha esercitato su alcuni scrittori come Vittorini e Calvino durante il periodo in cui il Neorealismo era l’unica regola da seguire per poter scrivere. È sicuramente presente il bisogno di esprimersi oltre i limiti del proprio mezzo, poiché la complessità, l’intreccio, la volontà di scavare nella profondità dell’Io di Carrisi non si possono contenere in una pagina.

Il cinema e l’immagine visiva sono la giusta estensione per la storia dello scrittore e più in generale, visto l’enorme successo raggiunto dai prodotti narrativi visivi come le serie tv, la loro capacità di raccogliere ed esprimere al meglio la stratificazione degli eventi, non è detto che sempre più, in futuro, non ci saranno opere di scrittori da analizzare a partire da questa prospettiva ribaltata. Fare i conti con la complessità del nostro tempo – e dell’uomo, in generale – può essere un’impresa ardua e trovare un “supporto” alla propria narrazione non vuole dire tradire il senso classico della scrittura: piuttosto, aiuta a cogliere un aspetto positivo dell’evoluzione dei mezzi espressivi che ha condotto al crollo di parecchi limiti e barriere precostruiti.

Anna Giordano