Racconto: Help! – Alessandro Urgesi

Ma come ve lo racconto raga’, è impossibile, quella aveva un passo assurdo, l’asfalto manco lo toccava, senza dire cazzate, non lo toccava per niente, manco a sfiorarlo, dico davvero, Cristo! Ma come ve lo racconto… era una maledetta, quelle cosce in movimento ci planavano sopra, e insieme ai piedi danzavano nude, senza ritegno, come se per i terrestri non ci potesse essere un domani infelice, valli a rassicurare tu quelli, va, non ci riusciresti mai, e invece quella con un po’ di movimento sinistro li lanciava nel vuoto a mangiare marshmallow in paracadute… dannata donnetta da quattro soldi… quel suo camminare semplicemente era la massima espressione della prima lezione di Calvino, senza scherzi, mo lei manco la conosceva però non ci sembrava proprio, la leggerezza la mangiava a colazione e la digeriva quando era a passeggio e ne offriva le briciole ai passanti, il salto di Cavalcanti nella novella di Boccaccio lei lo aveva visto in un film, chiunque l’avrebbe detto, giuro, era una gran furbacchiona quella e… ma questo non è niente, perché se vi raccontassi di quando mi parlava faccia e faccia la questione si complicherebbe notevolmente, raga’ davvero, una roba per gente dal cuore di pietra e l’anima di latta, quando era di fronte a me, la sua lingua, le sue labbra e quei stramaledetti sedici denti che si facevano avanti a turno, tutto quell’ambaradan, là, con la voce che giocava in prima linea, come musichetta dissonante, giostravano il mio fottuto cervello a loro piacimento, la platea era tutta sua e… e ogni volta che mi si presentava davanti a condurre questo decoroso spettacolo mi sembrava di stare attaccato a una sedia di merda, a teatro, col nastro isolante che mi zittisce, a guardare una di quelle opere per testoni di cui io non posso apprezzare la vastità… e poi quando mi sparava sulla bocca uno di quei baci-lampo che solo lei sapeva dare, accompagnandolo con un ci vediamo dopo, mandava in crisi il mio universo di serenità in un boccone, una supernova che mi arrostiva i pensieri, Cristo! Mi viene da divorare una tonnellata di salsicce alla brace ora, non giudicatemi, davvero, mi viene da piangere… ma come ve lo racconto raga’, io non esagero se vi dico che era una bomba a idrogeno e che mi era entrata dentro…
Quando mi voltavo per vederla andare via, prima che potesse sparire dall’orbita, quei dannati capelli che svolazzavano nell’aria a ritmo di passi volanti tracciavano nell’aria le più complesse parabole che lo scontro spazio-temporale potesse realizzare e con quel biondo pulcino che sputava su ogni dove tenerezza, innocenza e non so che altro, mi faceva venire una voglia matta di correrle dietro e divoramela in un abbraccio coi denti e riempirla di bacetti ridicoli e non farla andare via mai più, neanche solo per un momento, e alla fine era quello che facevo, ci potevate scommettere, Cristo! Raga’, ma come ve lo racconto!? come cazzo ve lo racconto che quella, ora, quella che era la mia donna e che potevo avere sempre, ora come ora, non c’è più!? la sento dappertutto, in ogni… mi sembra di essermi sfondato contro una parete di vetro e di ritrovarmela tramutata in un milione di schegge microscopiche conficcate in ogni fottuto centimetro cubo del mio corpo, e non sto parlando di schegge qualsiasi raga’,  ma di schegge avvelenate, dalla prima all’ultima, a conti fatti rischio una cancrena d’amore e solo l’idea di allontanarmi da questo rischio, tirando via una a una tutte le schegge dal mio corpo, solo a pensarci, mi sale una cazzo di nostalgia, mi si capovolgono le zattere… io avevo solo lei, cioè mi pare che una famiglia ce l’avevo, non voglio dire che ero orfano, ma non c’entrava niente con quello che poteva concedermi un po’ di tempo trascorso insieme a lei, a livello di sensazioni intendo, quantitativamente, semmai si potessero riempire i sacchi con questa roba, e poi lei quando eravamo ancora ragazzini me lo disse raga’, me lo disse chiaramente, avreste dovuto sentirla anche voi, con quella vocina del cazzo, che a me faceva morire, staremmo per sempre insieme, disse, e grazie pensai io, chi se la filerebbe una vita senza te donna, a chi andrebbe di bere un bicchiere tutta schiuma donna… tremo… ora mi viene una cazzo di tremarella e un pianto neonato irrefrenabile, mi devo sedere, assolutamente, non mi reggo, sento il magma sotto i piedi, le gambe mollicce, è una sensazione brutta raga’, non ve la auguro, davvero, la mia donna è lontana, lontanissima, è solo un puntino ormai, un attimo e sarà il nulla, per sempre, un ruggito stanco, un frammento di ricordo e ancora dopo, in un soffio, neanche quello, via… sento un fiato accarezzarmi il collo, un odore familiare, mi volto di scatto, non posso esitare, è la culla rosa del mio corpo capriccioso… ingoio saliva inesistente a manetta, ce ne vorrebbe dell’artificiale, dannati! Cartelloni con su scritto help a caratteri cubitali mi sfiorano il naso… sono salvo…
– …
– …
Cristo! la tengo.
– Tesoro, ma che hai? Hai un viso preoccupato, sei pallido, ma che…?
La tengo…
– Va tutto bene?
È qui, a un fiato da me, la mia donna, con tutto l’intricato sistema somatico leggermente danneggiato dal tempo di cui mi sono tanto innamorato da ragazzino, non l’avrei mai detto, era solo un brutto sogno, una sciocchezza, la tengo…
– Ero preoccupato, ma ora va tutto bene, ora sì che va tutto bene…
– Ora sì? In che senso…
– Abbracciami, abbracciami sul serio…
(un abbraccio senza precedenti, almeno per lui)
(un botto senza precedenti, sempre per lui, e con la guancia spalmata… si è schiantato contro l’asfalto, la testa è inzuppata nel sangue, si è fatto secco, ha tirato le cuoia, la zattera capovolta non la reggeva, lei è nel mondo degli annegati che lo aspetta, lui si fa subito strada tra le piante celestiali, la ritrova a bagno, in un lago di rose, si ferma un momento, Cristo non c’è, fa niente, tira su col naso, poi parte a razzo e si tuffa e si bagna in quel rosa naturale, va giù con la testa, i polmoni si gonfiano, trattiene il respiro con le guance gonfie a palloncino, nuota a rana, poi risale nel corpo della sua donna come un amo, amore, dov’eri? Ti stavo aspettando, dice lei; si abbracciano davvero; quel lago rosa diventa un laghetto, poi ancora meno, e poi più niente… restano solo loro)

CIAK, RIPROVA! I CARTELLONI REGGETELI MEGLIO, COME STATE FACENDO VOI LA SCRITTA HELP SI LEGGE APPENA, CONCENTRATEVI CAZZO!

– Ancora a lavorarci su, ma piantala.
(con un mozzicone di matita annota qualcosa)
– Sto parlando con te, dai, smettila di ignorarmi.
– Senti bello, HELP è l’unica cosa che mi resta ancora da chiedere al pubblico, cioè volevo dire da offrire al pubblico,  perciò vedi di non rompere, non è che vieni qui e rompi quando ti pare e piace mentre io sto provando così, all’improvviso, di punto in bianco, senza che nessuno te l’ha chiesto, capito? Non rompere, sono serio, vedi di non rompere e va a bere qualcosa, non rompere, oppure va a bere qualcosa e va a rompere a qualcun altro che qua c’ho da fare, chiaro? va, va, Cristo!
– Ho un soggetto per te, perciò ero qui, butta via ‘sta merda, sveglia, è tempo sprecato.
– Fottiti bello, HELP è tutto quello che mi rimane!
AZIONE!
(le luci si attenuano gradualmente, la scena si risolve con i sipari che ingoiano il palco, a seguire milioni di applausi)

Alessandro Urgesi