Il castello Rackrent. Fasti e declini di una famiglia irlandese

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Il castello Rackrent è ritornato in libreria, edito da Fazi, con una nuova veste apprezzabilissima già dalla copertina, dove campeggia l’immagine del castello al confronto con lo scialbo gentiluomo che occhieggiava dall’edizione del romanzo del 1999.
Il romanzo di Maria Edgeworth risale ai primi dell’Ottocento e si presenta come un unico lungo flusso narrativo, intersecato con i commenti coloriti di Thady. Racconta la storia del castello e del graduale declino della famiglia a cui appartiene diventando simbolica premonizione dei profondi cambiamenti che investiranno la società irlandese del tempo.

Gli aneddoti che compongono la storia dipingono un ritratto di modi e costumi dei gentiluomini irlandesi «prima del 1783». Come precisato dall’autrice nella prefazione, l’intento non è quello di descrivere con occhio storico, bensì dare vita e voce ai protagonisti stessi. Ogni ricostruzione storica, avverte la scrittrice, si basa su circostanze esteriori, su un’analisi superficiale e incerta, oltre che noiosa. Per coinvolgere il lettore è preferibile scavare nei diari, nelle autobiografie, nelle «frasi lasciate a metà» o origliate da un onesto servitore. Ecco infatti che a presentare la storia della famiglia sarà il fedele servitore del castello «il vecchio» o «l’onesto Thady Quirk», così come viene chiamato dalla famiglia: un servo ignorante, sottovalutato da tutti e per questo ammesso anche alle conversazioni private, che lui riporta in un memoriale composto «per amicizia verso la famiglia». Thady descrive i Rackrents (il nome è letteralmente tradotto in “arraffa-affitti”) uno dopo l’altro, seguendo l’albero genealogico ereditario: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un «grande avvocato» che rifiuta di pagare i debiti «per una questione d’onore» e Sir Kit, giocatore d’azzardo che alla fine vende la proprietà proprio al figlio di Thady, Jason. L’onesto Thady racconta i pregi, ma soprattutto i vizi di questa famiglia mantenendo uno stile e un linguaggio generalmente ossequioso: l’onestà e l’ammirazione, nonostante i vizi, i difetti e le stravaganze dei suoi padroni.

Ora tutti avrebbero visto di che pasta era fatto Sir Patrick… Quando si installò nella sua proprietà, dette il più bel ricevimento di cui mai si fosse sentito parlare in tutto il paese… non ce n’era uno che riuscisse a tenersi in piedi dopo cena, se non lo stesso Sir Patrick, che poteva reggere più a lungo del miglior uomo d’Irlanda, per non dire dei tre regni.

E proprio questi “gentiluomini”:

quell’ubriacone di Sir Patrick, quel litigioso di Sir Murtagh, quell’attaccabrighe di Sir Kit e quel trasandato di Sir Condy

 di gentile hanno solo il titolo, la nascita: spendaccioni, disonesti con i debitori, traditori con gli amici, finiscono per mandare in rovina la famiglia. E il castello Rackrent è la cornice di una tragedia: il declino, il suicidio di una certa aristocrazia che disperde denaro e salute correndo dietro alle perversioni, dalle donne al gioco all’alcol, mentre un nuovo ceto più povero ma più istruito tenta l’ascesa.

(…) e le note dei commercianti che arrivavano con ogni giro di posta, lunghe e voluminose, con conti estesi quanto il mio braccio, in sospeso da anni e anni; mio figlio Jason glieli fece consegnare tutti, ma Sir Condy rifiutò di leggere le lettere di sollecito, perché detestava i problemi e non si riusciva a costringerlo a parlare di affari, e così continuava a rimandare e rimandare, dicendo «sistemate la cosa in qualche modo, o dite loro di ripassare domani, o parlatemene qualche altra volta». Ora, era difficile trovare il momento giusto per parlargliene, perché la mattina stava a letto e la sera era in compagnia della bottiglia; momenti nei quali nessun gentiluomo desidera essere disturbato.

In fondo è proprio quel castello il vero protagonista. Thady lo descrive in modo imparziale: i piccoli dettagli, il crollo delle pietre sull’ingresso principale, il soffitto fatiscente, il teatro smantellato per avere legna da ardere, ne narra insomma la decadenza fisica che diventa così emblema di un passaggio: il castello, il simbolo del potere, un potere basato sulla proprietà terriera, sui balzelli e gli “straordinari” riscossi insieme agli affitti (da cui il nome “rastrella pigioni” / “arraffa affitti”), ha una sua involuzione: prima lo sfarzo, l’abbellimento per le feste, sotto il regno di Sir Patrick; poi la ristrettezza e il risparmio, con Sir Murtagh; infine la miseria.

Al di là della storia, quello che davvero rende piacevole la lettura è lo stile. L’ironia tragicomica che attraversa tutto il racconto, la capacità dell’autrice di trovare un equilibrio tra il carattere sfacciato dei personaggi e l’ingenuità equivoca del narratore. Schietto, semplice, questo breve “romanzo storico” è decisamente un libro essenziale e unico. Profondamente irlandese nell’ambientazione, nei modi di dire e di fare, nei sentimenti, nell’accettazione di alcune condizioni. Offre una piacevolissima occasione di un tuffo nel passato, in un’atmosfera magica, un interessante riscoperta.

Il castello Rackrent con il suo stile audace, innovativo, ironico, è una tappa fondamentale della letteratura irlandese.

Anna Chiara Stellato