Disidentità, desiderio, godimento, “Enemy”

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L’attore Jake Gyllenhaal in una scena del film

In L’interpretazione dei sogni (1900) Sigmund Freud ritiene di poter descrivere in modo nuovo il funzionamento della psiche umana e l’origine di una parte almeno dei disturbi psichici. Al di là della vita cosciente, dominata dalla consapevolezza di sé, che Freud chiama Io, egli ritiene che esista una sfera inaccessibile (o difficilmente accessibile) della psiche umana, nella quale ciascuno soffoca i desideri o le pulsioni: è l’area dell’Inconscio. Ciò che consente di tracciare un confine approssimativamente stabile tra Inconscio e Io è il Super-Io, che rappresenta il principio morale ed esercita una funzione di giudizio esigendo un comportamento conforme agli standard stabiliti da quest’ultimo e dalla società in generale. Per certi versi la teoria di Freud può essere considerata alla base del sesto film del regista canadese Denis Villeneuve Enemy (2013), distribuito in DVD e blu-ray in Italia il 17 ottobre 2017. Tratto dal libro di José Saramago L’uomo duplicato (2002), il film si apre con Adam (Jake Gyllenhaal), un professore di storia triste e annoiato che vive il fallimento della sua storia d’amore. Un giorno, guardando un film, vede nel fondo di un’inquadratura un attore di seconda fila che gli assomiglia in tutto e per tutto. Incuriosito, decide di indagare e scopre che l’attore si chiama Anthony e che ha fatto altri film. L’uomo è identico a lui, si direbbe il suo gemello. Sempre più intrigato, trova il numero di Anthony (sempre interpretato da Gyllenhaal) e, chiamandolo a casa, fa la conoscenza della moglie incinta Helen (Sarah Gadon). La donna, sentendolo al telefono lo scambia per il marito. Possibile che anche le loro voci siano identiche?

Naturalmente sarebbe difficile evitare, in questo articolo, un richiamo nel film di Villeneuve al cinema di David Lynch, e in particolare agli ultimi film Strade perdute (1997), Mulholland Drive (2001) e Inland Empire – L’impero della mente (2006). È giustamente stato sottolineato che Enemy è un film in cui l’esigenza di interpretazione è inscritta palesemente nel testo e fa parte del film stesso, un film che installa lo spettatore nell’enigma. Questo accade perché poco prima della metà del film lo sdoppiamento psicotico da cui è affetto il personaggio di Adam/Anthony è un prodotto naturale della sua indole repressa. Gran parte delle scene del film avvengono in realtà nel subconscio del protagonista: gli sporadici confronti tra Adam e Anthony sono da interpretare come “guerre” tra le due fazioni in cui è divisa la sua personalità (eco freudiana della teoria dell’Io, Super-Io ed Es). Lo stile utilizzato è al servizio del messaggio in quanto le tinte seppia, molto fosche e buie (sopratutto negli interni) sono una sorta di figurazione dell’infigurabile ossia del Reale lacaniano, ma è anche soprattutto una marca enunciativa del passato tra un regime psicologico/discorsivo e un altro – posto che, in ogni caso, non siamo mai sicuri come spettatori se quello che stiamo guardando è la rappresentazione di qualcosa che è accaduto “veramente” o è solo sognato dal protagonista, o ancora se è un sogno nel sogno. Invece di fornirci una rappresentazione “positiva” del Reale, come resto nauseante, Enemy gioca con il seppia come grado zero del cinema, come fine del senso e dello spettacolo.

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La scena in cui Adam e Anthony si incontrano per la prima volta

Girato in una Toronto spettrale e solitaria (spesso immersa nella nebbia), il film vanta un’atmosfera angosciante e onirica di prima categoria, sostenuta da una regia davvero eccellente e da una colonna sonora sempre pronta a mantenere viva la tensione. Uno dei due personaggi altro non è che la proiezione mentale dell’altro, ma quale e in quale momento non è facile da capire (sono sempre totalmente identici). L’intera società civile ha avvallato il compito rispetto all’irresponsabilità. Nel film la responsabilità e tutto ciò che ne consegue viene presentata come la sola possibile forma di esistenza. Non è un caso che Adam, tenendo in classe un discorso riguardo ai totalitarismi nell’era antica – «Controllo. È tutta questione di controllo. Ogni dittatura ha un’ossessione: nell’antica Roma si nutrivano le persone con panem et circenses, si distraeva la popolazione con l’intrattenimento. Ma altre dittature usano altre strategie per controllare le idee, la conoscenza. Come fanno? Riducono l’istruzione? Limitano la cultura? Censurano l’informazione? Censurano ogni mezzo che l’individuo usa per esprimersi» – faccia riferimento tra le righe anche a quella sottile, costante e infinita manipolazione delle menti e ai falsi bisogni che nell’epoca antica avveniva attraverso l’intrattenimento del popolo (i giochi), nell’era moderna attraverso la famiglia. I ruoli generalmente imposti dalla società in cui i due protagonisti sono confinati (marito, padre, lavoratore statale), vengono avvertiti come una sorta di violenza operata nei confronti di loro stessi.

Questo spiegherebbe la funzione allegorica dei ragni visti all’inizio e alla fine del film: la loro presenza è la metafora del totalitarismo a cui è soggetto l’individuo moderno, intrappolato in una ragnatela inconscia di ossessioni e frustrazioni. Non abbiamo aracnidi reali, bensì simboli psicanalitici desunti dagli incubi/visioni di Adam. Sia quest’ultimo che Anthony, il suo doppio, vivono un’esistenza frustata, soggetti ad un eccessivo controllo di loro stessi che li porta a voler evadere dalla routine. Esprimono dunque l’idea della tirannia del subconscio. Il merito più grande di Enemy è quello di aver mostrato «di che lagrime grondi e di che sangue» l’istituzione familiare, vero e proprio luogo oscuro di molte perversioni e infelicità. Il potere è innanzitutto potere di fare, è agire. Un’azione diretta a indurre il protagonista a compiere qualcosa o a impedire il suo agire. Intrinseco allo scopo è l’uso della coercizione nei suoi vari gradi. Riduzione dell’integrità sociale, danneggiamento materiale, offesa fisica: ne vengono dunque coinvolti i simboli relazionali, il possesso dei beni, la corporeità. Essere privati del sogno di fare l’attore perché la vita da insegnante annoia, essere privati di commettere adulterio, della sicurezza economica, dell’integrità corporale significa anticipare in forma simbolica la morte. È la paura del morire che sta a fondamento della pervasività del potere.

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Il ragno nella scena finale del film

La scena allo specchio in cui Anthony chiede a sé stesso se Adam è andato a letto con sua moglie, sembra alludere a Nota sulla relazione di Daniel Lagache di Jacques Lacan (1966). In quest’ultimo scritto lo psichiatra e filosofo francese mette in evidenza il soggetto che, scisso, è in preda a una dialettica di ricostruzione identitaria fallimentare. Sono le donne a percepire immediatamente l’ambiguità della situazione e del personaggio principale e non è un caso che il livello massimo di sintesi degli opposti venga offerto dal cameo della lynchiana Isabella Rossellini nel ruolo della madre di Adam (o Anthony?). Villeneuve, proprio grazie alle loro presenze, può permettersi di trasferire la vicenda a un livello diverso che motiva la struttura da incubo iniziale e conduce il film verso un finale che solo chi non ha compreso la struttura della narrazione può ritenere spiazzante. Di fatto Villeneuve ribadisce la doppia linea che ci ha accompagnato, sin dall’incipit, ricordandoci che il caos è una forma di ordine non ancora decifrata.

 

Enrico Riccardo Montone